Inferno: viaggio nel profondo sud

Napoli, un paradiso abitato da demoni e, dopo di lei, specchio del male oscuro dell’Italia, la Sicilia, la Calabria e, infine, la Puglia. Un male oscuro che soffoca da sempre il Mezzogiorno e che gli impedisce di emanciparsi dalla sua condizione di moderno Inferno dantesco. Parallelismo ben presente nello storico saggio di Giorgio Bocca, intitolato per l’appunto Inferno, e che descrive, senza indulgere in velleitari entusiasmi, una realtà complessa, fatta di paradossi e di ambiguità. Scritto all’indomani delle stragi di mafia del 1992, Inferno sposa un punto di vista critico fino all’eccesso, raccontando in modo ruvido e diretto la piovra. Tuttavia, anche a causa della riconosciuta antipatia di Bocca per i meridionali, l’opera fallisce nel suo intento di offrire soluzioni al problema, escludendo qualunque possibilità di riscatto dalla piaga mafiosa. Un intento che, al contrario, ha animato, fino all’estremo sacrificio, l’azione di Giovanni Falcone. Per Falcone, di cui pochi giorni fa si è celebrato il trentennale della morte, la mafia è un fenomeno tipicamente umano e, come tale, con un inizio e una fine. Fine che, però, tarda ad arrivare. Anche a causa della  volontà, spesso assente, dello Stato ad impegnarsi per debellare questo cancro. Ma, soprattutto, per i torbidi legami fra Cosa Nostra, la politica e l’alta finanza che da tempo si sono saldati fra loro. Vincoli che rendono bene l’idea di come la mafia sia immanente alla società italiana e ne condizioni l’evoluzione dei costumi. Essa, infatti, nasce in Sicilia pochi decenni prima dell’unificazione italiana e, almeno agli inizi, presenta i caratteri tipici di una qualunque società segreta risorgimentale. Invero, come affermato nel rapporto di Pietro Ulloa, Procuratore del Re a Trapani, tali fratellanze hanno iniziato a diffondersi sul finire della dinastia Borbonica, presentandosi come vendicatori dei soprusi commessi dai nobili sul popolo. Non a caso, secondo il magistrato, tali sette nascevano in territori in cui la giustizia era amministrata in maniera primitiva e arbitraria da parte di chi deteneva il potere. Una caratteristica che ancora oggi identifica l’organizzazione mafiosa, quale società verticistica contraddistinta da un vincolo familistico e unitario fra i suoi appartenenti. Tuttavia, è con l’Unità d’Italia che si inizia a prendere coscienza del problema. Dopo la vittoria dello Stato sul brigantaggio, iniziano ad affluire al Ministero degli Interni rapporti allarmanti dei prefetti sulla situazione dell’ordine pubblico in molte province del Mezzogiorno. Di particolare importanza è il rapporto Sangiorgi, che per primo denuncia la presenza in Sicilia di un’organizzazione tentacolare, capillarmente diffusa su tutto il territorio e che, giovandosi dei legami di sangue fra i suoi affiliati, gestisce numerose attività illecite connesse al controllo dei pascoli o al contrabbando dei prodotti agricoli. Il rapporto contribuirà ad infoltire il materiale già raccolto dalla Commissione d’inchiesta del 1867, istituita dal Parlamento proprio per indagare sul problema. Dai verbali della Commissione si evince come non solo in Sicilia, ma anche in Calabria e Campania sussistano, pur con le dovute eccezioni, organizzazioni di questo tipo. Paranze di campieri, che in una società rurale come quella italiana, assurgono al rango di vassalli dei nuovi signori. Uomini che seguono, peraltro, una rigida deontologia( la cosiddetta regola dell’onore), quale fondamento di una psicologia pressoché impenetrabile dall’esterno. Tale codice d’onore , tuttavia,  è stato abbandonato dalla mafia a partire dagli anni “70”, successivamente all’insorgere del nuovo e fiorente traffico della droga. La droga, infatti, ha cambiato radicalmente la mafia, rendendola più spregiudicata. Ma, in particolare, essa ha permesso la definitiva sostituzione della vecchia mafia, devota a riti ancestrali, con la nuova mafia imprenditoriale. Una mafia, cioè, che trae la sua forza dalla collusione con gli apparati pubblici e che si avvale per i suoi affari della collaborazione con altre associazioni criminali. Come l’Ndrangheta in Calabria, che da tempo ha scavalcato Cosa Nostra in termini di prestigio, grazie anche al sodalizio con la massoneria deviata. Ovvero, la Camorra, che dopo la parentesi di Cutolo a Napoli, ha visto emergere prepotentemente il ruolo del clan dei Casalesi in provincia di Caserta. Clan che, peraltro, controlla ormai da anni il racket del litorale laziale con l’apporto della malavita locale. Complice, poi, la globalizzazione, la mafia di oggi è sempre di più una mafia apolide, che transita nei mercati, infettando aziende e tessuti produttivi un tempo ritenuti sani. Ciò testimonia senz’altro un arretramento nella lotta dello Stato contro di essa. Malgrado le importanti leggi approvate fra gli anni “80” e”90″, lo Stato fa ancora troppo poco per sradicare questa gramigna velenosa. Come ha ricordato recentemente il Premier Draghi, lo Stato deve investire maggiormente nel prevenire il fenomeno, favorendo il diffondersi della cultura della legalità nelle scuole e combattendo la povertà. Sotto il profilo giuridico, il Presidente del Consiglio ha insistito nella necessità di dotare i prefetti e le forze dell’ordine di strumenti più efficaci nel contrasto alla mafia. In particolare, per ciò che concerne la confisca dei beni, strumenti accessori del potere mafioso, ma che accrescono il prestigio dei boss fra la gente comune. Infine, la lotta all’omertà, che solo in parte il pentitismo ha scalfito. Esso, infatti, costituisce ancora oggi la migliore garanzia per la mafia di fare affari senza sporcarsi le mani. Un rischio che giustifica lo scetticismo di Bocca sull’imminente fine di un fenomeno, talmente compenetrato con lo Stato, da far sembrare illusoria qualsiasi speranza di cambiamento.                                                                                                                           articolo di Gianmarco Pucci 

La grande invasione

L’altro giorno, rientrando a casa mi è capitato di imbattermi in un’allegra famiglia di cinghiali a spasso fra le macchine parcheggiate sotto il mio palazzo. I simpatici ungulati, per niente intimoriti dalla mia presenza, mi sono passati davanti e si sono, finanche, messi in posa per una sublime foto ricordo( di cui sopra). Di per sé il fatto non sorprende, considerando che ormai da anni in molte zone di Roma, specialmente in quelle situate più a nord, i cinghiali sono diventati parte integrante del tessuto urbano. Tuttavia, aldilà di ogni facile umorismo, ciò che sta accadendo è segno di un problema ben più grave. Un problema che si intreccia con i decenni di cattiva amministrazione cittadina e, in particolare, con la questione dello smaltimento dei rifiuti. Una questione che è stata al centro, nel corso degli anni, di una vivace diatriba fra Comune e Regione e che non ha portato a nessun risultato concreto. Al contrario, dopo la dura presa di posizione del M5S sul termovalorizzatore della Capitale, il dibattito si è ulteriormente infiammato, causando tensioni fra il PD e i grillini. Infatti, l’attribuzione al Sindaco Gualtieri di poteri speciali per fronteggiare l’emergenza rifiuti, ha fortemente irritato il M5S romano, da sempre contrario alla realizzazione dell’opera. Opera che, secondo i pentastellati, stravolgerebbe il piano regionale e che avrebbe un impatto deflagrante sulla conservazione dell’ecosistema. Ambiente che, complice anche la deforestazione di vaste aree dell’agro e del litorale, è stato negli ultimi decenni messo a repentaglio dalla crescente speculazione edilizia. Ciononostante, dietro le continue incursioni dei cinghiali in città, si cela dell’altro. Il Ministero della Salute, infatti, ha firmato pochi giorni fa un’ordinanza in cui dichiara la zona rossa a Roma contro la Peste suina. Tale sindrome, fortunatamente non trasmissibile all’uomo, costituisce un’ulteriore chiave di lettura per interpretare ciò che sta accadendo in questi giorni nella Capitale. La malattia, infatti, apparterrebbe al genotipo africano, importato in Europa a causa degli scarsi controlli di sicurezza effettuati sulle carni suine provenienti dal Subsahara. Essa, complice anche la crudele e insensata pratica degli allevamenti intensivi, si è propagata qui da noi con enorme facilità, infettando dapprima i maiali e, infine, i cinghiali. Il virus, una tipica malattia virale, presenterebbe i classici sintomi di una febbre emorragica e provocherebbe negli animali infetti inappetenza, aggressività e disorientamento. Ciò spiega la massiccia invasione di questi giorni e i costanti avvistamenti degli animali vicino ai cassonetti della spazzatura alla ricerca di cibo. Da qui, la necessità avvertita dal Governo e dalla Regione, su pressione dei cittadini sempre più allarmati, di adoperarsi per porre un argine a questo fenomeno. Si è, pertanto, deciso  di affidare al Prefetto il compito di provvedere all’individuazione e all’abbattimento degli animali infetti. Inoltre, si è deciso di estendere la zona rossa anche ai comuni limitrofi a Roma, vietando il transito nei pressi delle riserve naturali. È importante in questa fase, ha dichiarato il Governatore Zingaretti, limitare la circolazione dei cinghiali nelle aree urbane, presidiando anche i varchi di accesso agli svincoli autostradali. Un compito questo che vedrà  presto all’opera la Regione, l’Anas e le associazioni ambientaliste locali. Tuttavia, nonostante l’incisività di tali misure, la Peste suina avrà pesanti ripercussioni sotto il profilo socio-economico. A partire dai danni alla filiera suinicola, che a causa del divieto di esportazione delle carni italiane verso l’UE si troverà a far fronte a una crisi gravissima. Crisi che si somma a quella già vissuta dal settore e di cui il costante calo delle vendite(-2,5% nel solo 2021), unitamente al rincaro dei prezzi delle materie prime, è indice indefettibile. Tuttavia, a preoccuparci maggiormente dovrebbero essere le ricadute sociali. L’insorgere, infatti, di nuovi patogeni, provenienti dal mondo animale e suscettibili di trasmettersi all’uomo, ci costringerà sempre di più a rivedere le nostre abitudini di vita. Abitudini che, alla luce di quanto già accaduto con il Covid, non sono più indiscutibili come credevamo.                                                                                                                             articolo di Gianmarco Pucci

A che punto è la notte?/2

“La guerra finirà solo quando la Federazione Russa deciderà di finirla. Solo allora, dopo un vero cessate il fuoco, ci potrà essere un serio accordo di pace”. A dichiararlo, durante la sua visita a Kiev di mercoledì, è stato il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres. Camminando fra le macerie della Capitale, Guterres ha manifestato tutto il suo sconcerto verso la brutale aggressione russa all’Ucraina. Per il Segretario delle Nazioni Unite è, infatti, inaccettabile assistere a una guerra come questa nel XXI Secolo. Una guerra che sta mietendo enormi perdite fra i civili e che si sta dimostrando sempre più foriera di orrori indicibili. Da qui l’esigenza, avvertita da Guterres, di giungere quanto prima a una soluzione diplomatica della crisi. Soluzione che, tuttavia, non è all’orizzonte, a causa del persistere del conflitto. Le truppe russe, infatti, sono sempre più in difficoltà sul terreno. Esse hanno ripreso a bombardare Kiev e Kharkiv, ma senza riportare risultati significativi. Neanche a sud, dove ieri sono ripresi gli attacchi della contraerea su Odessa, la situazione sembra migliorare. A Mariupol, poi, la situazione è veramente drammatica. Nonostante gli attacchi incessanti, le forze occupanti non sono ancora riuscite a sgominare gli ultimi resistenti, asserragliati nell’acciaieria cittadina da molti giorni. Ciò sta imprimendo un nuovo corso al conflitto in essere. Tanto che per rimuovere lo stallo in atto, il Cremlino starebbe pensando di ordinare la mobilitazione generale il prossimo 9 maggio. Non è ancora chiaro cosa accadrà quel giorno, ma è certo che Putin chiamerà a raccolta il proprio popolo per combattere contro i “nazisti” ucraini e i loro alleati. Tuttavia, questo non dovrebbe rappresentare un allargamento del conflitto ad altre nazioni. Malgrado, infatti, le tensioni degli ultimi giorni, la Russia non sembrerebbe, almeno in teoria, disposta ad imbarcarsi in una guerra totale con l’Occidente. È ,comunque, vero che la settimana appena trascorsa sul fronte diplomatico è stata abbastanza negativa. Nel suo colloquio con il capo delle Nazioni Unite, Putin ha ribadito che non accetterà mai di sedersi al tavolo dei negoziati con Kiev, senza prima ottenere il Donbass e la Crimea. Il leader russo, successivamente, è tornato ad attaccare la Nato, colpevole a suo dire di ostacolare un qualsiasi accordo di pace. Accuse che si sono aggiunte alle minacce che il Cremlino ha rivolto nuovamente all’Occidente. Specialmente dopo il vertice di Ramstein, dove la Nato ha deliberato l’invio di nuove armi all’Ucraina e ha preannunciato nuove e pesanti sanzioni. Sanzioni che colpiranno asset strategici in Europa e che contribuiranno al deprezzamento del rublo. Obiettivo di Usa e Ue è, infatti, quello di dissuadere la prosecuzione bellica, imponendo un embargo energetico alla Russia dagli esiti devastanti. Una prospettiva che allarma il Cremlino e che accresce la tensione internazionale. Se la sicurezza della Russia dovesse essere in pericolo, ha detto Putin, nulla esclude che si possa ricorrere alle armi atomiche. Un sinistro ammonimento che, tuttavia, è stato stemperato poche ore dopo da Lavrov. Il Ministro degli esteri russo ha affermato di ritenere inammissibile un conflitto nucleare e che la Russia non è in guerra con la Nato. Lavrov ha anche detto che, seppur con fatica, i negoziati con l’Ucraina stanno proseguendo e ha dichiarato di stare lavorando a un possibile trattato di pace. Notizia, quest’ultima, confermata anche da Zelensky, il quale pur di ristabilire la pace in Ucraina si è detto pronto ad incontrare Putin e a discutere con lui della neutralità del paese. Un invito che al momento non è stato raccolto dal Cremlino, ma che non esclude clamorosi colpi di scena nei prossimi giorni. Specialmente in vista del 9 maggio, una data fatidica per comprendere l’evoluzione del conflitto e i possibili scenari futuri.                                                                                                                           articolo di Gianmarco Pucci 

Il prezzo della pace

Ha un prezzo la pace? Ma soprattutto riuscirà il mondo a rinunciare alla guerra o proseguirà verso la propria autodistruzione? A chiederselo, firmando insieme ad Albert Einstein il manifesto per il disarmo nucleare, fu nel 1955 il filosofo Bertrand Russell. Oggi, la stessa domanda è posta da Papa Francesco, il quale durante i riti per la celebrazione della Santa Pasqua è tornato a invocare l’immediata cessazione delle ostilità in Ucraina. Un conflitto che sta mietendo morte, distruzione e che fin dall’inizio ha suscitato la ferma condanna da parte del Santo Padre. Per Francesco è, infatti, scandaloso che si ricorra ancora alla guerra per affermare i propri diritti e le proprie pretese territoriali. Specialmente per gli orrori di cui ogni guerra è fonte inesauribile. Da qui, l’invito del Sommo Pontefice alla Comunità Internazionale affinché  si prodighi  per risolvere la crisi in atto, evitando ulteriori spargimenti di sangue innocente. Sangue che ormai ricopre interamente il Creato, essendo assai numerosi i conflitti che attraversano il Globo. Dalla Siria alla Libia, dal Sahel all’Afghanistan è un susseguirsi di battaglie che restituiscono il quadro, per dirla con le parole di Francesco, di una guerra mondiale a pezzi. Tuttavia, in tutta questa devastazione, il commercio e la produzione di armi non ha fatto altro che aumentare. Nel solo 2021, quindi ben prima dell’inizio della guerra in Ucraina, la vendita di armi è aumentata dell’1,6%, circa tre decimali in più rispetto all’anno precedente. Complice poi il deteriorarsi delle relazioni fra Europa e Russia, si è registrato un notevole incremento di importazioni di armi dagli Usa. Export che, secondo gli esperti, renderanno negli anni a venire il Vecchio Continente la santabarbara dell’Occidente. Tale corsa al riarmo( e ciò sta già accadendo) costringerà inoltre i governi ad aumentare la spesa militare, minando un equilibrio sempre più fragile. Soprattutto per l’entità delle armi e delle tecnologie impiegate. Come i missili ipersonici, capaci di viaggiare a una velocità cinque volte superiore a quella del suono e senza essere intercettati dai radar. Peraltro, tali missili di nuova generazione sono stati adoperati a marzo scorso, nell’ambito di una esercitazione in Australia da parte dell’Aukus ( alleanza militare fra Usa, UK e Australia). L’esercitazione, secondo il Financial Times, ha avuto come obiettivo quello di dissuadere le pretese espansionistiche di Pechino nel Pacifico orientale. Tuttavia, è evidente che si è voluto mandare anche un messaggio inequivocabile alla Russia. I due paesi, infatti, sono maggiormente uniti adesso che prima e ciò apre la porta a profondi cambiamenti geopolitici. Dovremo, quindi, come già accaduto con il Covid, abituarci a un nuovo tipo di normalità. Quotidianità che, oltre a sconfessare il mito della globalizzazione, risentirà nei prossimi decenni di un costante richiamo alla necessità di armarsi per difendere i propri interessi vitali. Sarà, allora, per questo motivo che il monito rivolto dal Papa al Mondo non può essere preso alla leggera. Sbaglia, difatti, chi intravede nelle parole del Pontefice una dichiarazione politica che strizza l’occhio ai pacifisti o, peggio ancora, ai sodali di Vladimir Putin. Più che altro, perché il richiamo del Santo Padre rischia davvero di restare un autentico grido nel deserto ignorato da tutti. Pertanto, in riguardo a ciò, non si può che convenire che in un mondo in cui la parola di Dio non viene più ascoltata, dove il fragore delle armi prevale sul dialogo fra le genti, la pace assume un valore decisivo. Un valore che non ha prezzo, perché si stima in ogni istante di ogni giorno della nostra vita.                                                                                                                                     Articolo di Gianmarco Pucci

A che punto è la notte?

È passato più di un mese dall’inizio della guerra in Ucraina, ma l’offensiva russa non sembra conoscere tregua. Malgrado gli spiragli di pace intravisti negli ultimi giorni, nella notte sono infatti ripresi i bombardamenti a Kiev e nel nord-ovest dell’Ucraina. Attacchi che nelle ultime ore stanno interessando anche il sud del paese. A  Mykolaiv, in particolare , dove i raid della contraerea russa si sono fatti più persistenti e brutali. Obiettivo dei russi è, a quanto pare, quello di tagliare i rifornimenti provenienti dal porto di Odessa. Città che ormai da giorni si sta preparando a una possibile invasione anfibia da parte della marina di Putin. Eppure, malgrado tale dispiegamento di forze, l’esercito russo è sempre più in difficoltà sul terreno. L’accanita resistenza del popolo ucraino e la mancanza di risorse starebbe infatti convincendo lo Zar e il suo Stato Maggiore a ridimensionare gli obiettivi dell’operazione militare in corso. In particolare, a concentrarsi maggiormente sul Donbass e meno sul resto del paese.Un cambio di programma che ha riaperto le trattative, svoltesi ieri a Instanbul sotto l’egida di Erdogan. La Russia si è detta disposta a sospendere i bombardamenti su Kiev e Kherson a condizione che venga riconosciuta l’indipendenza della regione separatista. Si è poi detta disponibile a discutere di un cessate il fuoco immediato in cambio della promessa di neutralità dell’Ucraina, ovvero della sua non adesione alla Nato o a qualunque altra alleanza militare. Una pretesa sulla quale Mosca non vuole trattare, essendo indispensabile per il Cremlino tutelare la propria sicurezza strategica. Kiev, dal canto suo, seppur scettica, si è dimostrata accondiscendente verso questa richiesta, rimarcando tuttavia l’appartenenza dell’Ucraina all’Europa.  Zelensky ha, inoltre, apprezzato i progressi registratisi nella trattativa, auspicando a breve un incontro con Vladimir Putin. Invito che il diretto interessato ha al momento rispedito al mittente per ovvi motivi. In primis, perché è evidente che Putin non accetterà mai di sedersi al tavolo senza aver conseguito sul campo un risultato concreto. In secondo luogo, perché da avveduto autocrate teme che l’isolamento internazionale possa portare a un rapido declino economico della Russia e della sua leadership. Peraltro, il timore di un golpe contro di lui ha infiammato nuovamente il dibattito internazionale. Specialmente dopo il discorso di Biden a Varsavia. Il presidente Usa, a tal proposito, ha ventilato proprio un cambio di regime in Russia quale soluzione privilegiata per risolvere la crisi. Pronta, al riguardo, è stata la reazione del Cremlino, che ha accusato Biden di non aiutare con le sue “sparate” il difficile negoziato in corso. Più prudente, invece, è stato fino ad ora l’atteggiamento dell’Europa. In particolare quello della Francia, che dissociandosi dagli Usa ha dimostrato , a dispetto delle sanzioni, di non voler interrompere il dialogo con Mosca. E Proprio ieri Putin e Macron sono tornati a sentirsi per discutere di un eventuale piano di pace. Una prospettiva che comunque sta prendendo forma in queste ore tormentate, seppur con fatica. La forma dell’accordo sembra propendere verso la finlandizzazione dell’Ucraina e la divisione del suo territorio. Una richiesta che potrebbe essere accettata da Kiev, ma che non è affatto certo che fermi il conflitto in modo duraturo. Al contrario, è molto probabile che riproponendosi lo scenario siriano in Europa si possa creare una zona di conflitto nel cuore del Continente. Ciò rappresenta un rischio per la stessa integrità della UE e la sua sicurezza. Non a caso, e giustamente, gli alleati hanno già detto di non essere disposti a cedere neanche un centimetro del proprio territorio ai russi. Una Superpotenza che, come recentemente avvenuto pure con l’avvelenamento di Abramovic, ci ha insegnato quanto possa essere imprevedibile e minacciosa.                                                                                                                                                                   articolo di Gianmarco Pucci

L’anno del Biscione

Quando la mattina del 17 Febbraio 1992 i carabinieri arrestarono Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio ed esponente del PSI milanese, in molti pensarono a nient’altro che a uno sporadico caso di corruzione e malcostume pubblico. Invece, quella scoperta si propagò a macchia d’olio in tutta Italia, provocando il repentino e inaspettato collasso della classe dirigente che aveva governato fino ad allora il paese. Nacque così, favorita anche dalle stragi di Mafia in Sicilia, Mani Pulite, il più grande scandalo politico della moderna storia nazionale. Uno scandalo ben superiore a quello che un secolo prima( nel 1892) scosse l’Italia liberale, i cui interessi nel fallimento della Banca Romana portarono alle dimissioni del primo governo Giolitti. In tal senso Tangentopoli, come fu ribattezzata dalla stampa del tempo, fu più che un’opera di moralizzazione pubblica condotta da un manipolo di rampanti magistrati contro una elite laida e corrotta. Essa è stata soprattutto uno spartiacque fra un’epoca storica e un’altra. Una stagione che iniziò esattamente ventotto anni fa, allorché per la prima volta dopo mezzo secolo i partiti storici della Repubblica( DC, PSI, PRI, PLI, PSDI) non si presentarono alle elezioni previste per la primavera del 1994. Gli arresti e le inchieste dei due anni precedenti, infatti, avevano alimentato una forte sfiducia verso i principali esponenti del Pentapartito. Sfiducia che assunse, per alcuni di loro, la veste della gogna mediatica, costringendoli ad allontanarsi dalla vita pubblica. Ciò portò alla ribalta nuovi personaggi politici, alcuni nuovi altri un po’ meno. La principale novità di quell’anno fu, tuttavia, la discesa in campo di Silvio Berlusconi, magnate milanese delle telecomunicazioni e fondatore di Fininvest. Berlusconi annunciò il suo ingresso in politica con un memorabile discorso a reti unificate. Nel suo messaggio agli italiani, il Cavaliere indicò come suo precipuo interesse quello di scongiurare una vittoria delle sinistre alle imminenti elezioni. Forze politiche che, a suo dire, non sarebbero state in grado di condurre l’Italia verso quella rivoluzione liberale che molti cittadini aspettavano da tempo. Fu così che, forte anche della mirabolante promessa di un milione di nuovi posti di lavoro, Berlusconi, dopo appena due mesi da quel messaggio televisivo, riuscì a vincere la sua scommessa elettorale. Egli, sfruttando le divisioni e le contraddizioni dello schieramento avverso, seppe da abile comunicatore costruire intorno a sé un ampio consenso, accattivandosi le simpatie di quei tanti italiani rimasti orfani del Pentapartito. E lo fece sfoderando una formula politica inedita, che in pochi mesi riuscì a mettere insieme esperienze e storie diverse, se non addirittura opposte. Inoltre, riuscì nell’impresa di svecchiare le liturgie tipiche della politica, depurandola dai rigurgiti ideologici tipici della Guerra Fredda. Peraltro, donandogli anche una certa leggerezza. Con lui, si dirà in seguito, nacque la politica spettacolo,  ovvero quella dei nani e delle ballerine civilmente impegnati. Una corte che è stata ben rappresentata in questi quasi trent’anni da Forza Italia, il partito-azienda che da Berlusconi è stato creato e che a lui risponde in tutto e per tutto. Invero, proprio questa attitudine verso la frivolezza, unitamente alla disinvoltura del personaggio, hanno attirato al Cavaliere in questi decenni critiche feroci e lo hanno reso certamente un personaggio controverso. Soprattutto per le vicende giudiziarie che lo hanno riguardato direttamente e che hanno scavato un solco profondo fra esso e una parte dell’opinione pubblica. Infatti, fu in seguito a un’inchiesta che cadde il primo governo Berlusconi. E fu sempre allora che si ruppe l’idillio con il paese, riproponendosi lo stesso scenario che già si era concretizzato con Mani Pulite. Eppure, malgrado ciò, resta il fatto che con lui è nata la Seconda Repubblica. Un periodo unico ed irripetibile e di cui, nel bene o nel male, egli è stato certamente il protagonista indiscusso.                                                                                                                                                                                   articolo di Gianmarco Pucci 

Il fattore atomico

Con lo scoppio della guerra in Ucraina il mondo è tornato a fare i conti con i fantasmi del suo passato nucleare. Un incubo che credevamo aver sepolto con la Guerra Fredda, ma che è tornato ad aleggiare sull’Europa in tutto il suo sinistro splendore. Vladimir Putin ha infatti minacciato solo pochi giorni fa di essere pronto a tutto pur di tutelare gli interessi del suo paese da interferenze straniere. Anche a ricorrere alla soluzione finale, ovvero attivare le testate missilistiche nucleari. Missili che, come ha recentemente dimostrato l’Università di Princeton, se raggiungessero l’Europa provocherebbero la morte di almeno 80 milioni di persone in meno di un’ora. La minaccia al momento è rimasta lettera morta, ma è bastata per rianimare le nostre più recondite paure. La storia, infatti, come diceva Tucidide, tende a ripetersi, non conoscendo la follia umana confini. Un timore che fu condiviso anche da Einstein, il quale in una lettera indirizzata al Presidente americano Franklin D. Roosevelt denunciava il tentativo dei nazisti di produrre la prima bomba atomica. Nella sua lettera, il padre della relatività si diceva preoccupato del cattivo uso che poteva essere fatto di queste armi di nuova generazione. Armi che sfruttando l’effetto esplosivo della fissione nucleare erano in grado di annientare la vita nel raggio di molti Km dal punto d’impatto. Einstein concluse la sua missiva convinto che il mondo non avrebbe mai sperimentato a sue spese gli effetti di una deflagrazione nucleare. Tuttavia, solo pochi anni dopo( la lettera risale al 1939) la storia lo smentì clamorosamente. A Hiroshima, in Giappone, la prima bomba della storia venne sganciata la mattina del 6 Agosto 1945. I testimoni raccontarono di aver udito un boato assordante, seguito da un grande bagliore. La bomba esplose a 580 metri da terra, polverizzando il centro della città e provocando da subito centinaia di migliaia di vittime. Per effetto dell’onda d’urto, in una manciata di minuti, circa il 90% degli edifici crollò su se stesso e le fiamme divamparono attorno al luogo dell’esplosione. I giapponesi non fecero in tempo a gridare all’ira di Dio che lo stesso scenario si ripeterà solo tre giorni dopo a Nagasaki. Qui gli effetti del “fungo atomico” furono così devastanti da indurre il governo giapponese a firmare la resa con gli Usa. La fine delle ostilità non cancellerà, però, il ricordo dei tragici fatti di quei giorni. Da allora, infatti, tutti i governi mondiali si sono impegnati a garantire un mondo più sicuro e senza armi nucleari. Una promessa che è stata largamente disattesa dalle principali superpotenze e che ha favorito l’instaurarsi di un equilibrio della paura. Tale deterrente ha funzionato per decenni ed è sopravvissuto anche alla fine dell’Urss. Eppure, malgrado i trattati, gli arsenali nucleari non hanno fatto altro che crescere negli ultimi settant’anni. Ciò in vista di un possibile conflitto, biasimato da tutti, ma che tiene tutti allerta. Ora, con la crisi in Ucraina, sembra che qualcosa si sia inceppato. In tal senso, le immagini dei bombardamenti sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia da parte dell’esercito russo non lasciano spazio ad alcun dubbio. Mai come in questo momento il mondo rischia di precipitare verso un conflitto nucleare dagli esiti tanto imprevedibili quanto devastanti. Tuttavia, nelle ultime ore qualcosa su questo fronte è cambiato. Il forte impegno della comunità internazionale per trovare una soluzione alla crisi ucraina, ha infatti indotto i russi a tornare sulla strada del dialogo. Un dialogo ancora stentato fra le parti in conflitto, ma che allontana lo spettro di una guerra nucleare ai confini dell’Europa. Non è molto, ma è sufficiente per continuare a sperare nella pace.                                                                                                                                           articolo di Gianmarco Pucci 

Morire per Kiev

Ieri mattina all’alba è ufficialmente iniziata l’invasione russa dell’Ucraina. L’assalto è stato preceduto, come da copione, da un discorso di Putin alla nazione, attraverso cui il leader russo ha annunciato l’intervento militare “speciale” nel Donbass. Al pari del comunicato dello scorso 21 Febbraio, Vladimir Putin ha legittimato tale atto di forza ribadendo la necessità di ripristinare l’ordine in quella che lui considera nient’altro che una provincia di Mosca. Una provincia ribelle che con le proprie pretese filoatlantiche, avallate dalla Nato e dall’Occidente, ha messo a repentaglio la sicurezza della Russia e dei suoi alleati. Almeno questo è quello che sostiene lui. Il capo del Cremlino ha, infine,  ammonito l’Occidente dall’ interferire nella crisi in atto, pena sanzioni mai viste prime. Avvertimento che non ha lasciato indifferenti le cancellerie occidentali, sempre più preoccupate da questa drammatica escalation militare. Per il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, Putin ha condotto l’Europa sull’orlo del baratro e ne pagherà le conseguenze con durissime sanzioni economiche. Dello stesso tenore le reazioni degli altri leader europei. A partire da Boris Johnson, che nel suo ultimo intervento alla Camera dei Comuni ha definito Putin dittatore e ha annunciato misure draconiane in grado di distruggere l’economia russa. Misure che sono al vaglio anche della Commissione Europea e che, come ventilato durante il vertice speciale del G7 di ieri pomeriggio, si preannunciano severissime. Tali sanzioni colpiranno tanto persone fisiche quanto persone giuridiche( aziende e asset strategici). A venire danneggiate saranno soprattutto le fabbriche operanti nel settore della difesa e delle nuove tecnologie. Settori strategici dell’industria russa e che, unitamente al blocco dei pagamenti col sistema Swift, impediranno alla Russia di accedere al credito e ai mercati occidentali. Ingenti danni si prevedono anche per il settore turistico, che a causa dello scontro in atto vedrà un restringimento dei visti per i paesi europei di oltre il 70%. Tuttavia, da questo primo pacchetto di misure è stata esclusa l’energia. Metà dell’Europa, infatti, dipende per circa il 50% del proprio fabbisogno energetico proprio da Mosca. Un problema che riguarda da vicino anche il nostro paese e che rischia di ripercuotersi nel lungo periodo sull’economia italiana. Per questo motivo nel Consiglio di ieri sera è stato deciso, dopo il blocco del gasdotto Nord Stream 2 da parte della Germania, di rinviare le sanzioni energetiche a un momento successivo, nella speranza che Putin retroceda dai suoi propositi guerrafondai. Una speranza che, però, diventa sempre più flebile con il passare delle ore. La morsa militare che cinge attualmente l’Ucraina infatti sembra andare nella direzione contraria a ogni soluzione diplomatica. Eppure, nonostante la strada sia molto stretta, la Russia non ha finora mai escluso di poter tornare a sedersi al tavolo dei negoziati. A condizione, però, che Kiev rinunci alla sua pretesa di entrare a far parte della Nato. In tal senso, l’invito rivolto ieri pomeriggio a Zelensky è suonato come un sinistro ultimatum rivolto dalla Russia all’Ucraina in vista della possibile capitolazione del paese. Debacle che sembra ormai essere nell’aria e che pone una domanda fondamentale: l’Occidente è davvero disposto a morire per Kiev? A giudicare dalle risposte giunte dalla Nato e dagli Usa sembra proprio di no. Per gli alleati, infatti, una guerra su vasta scala è possibile solo in caso di estensione del conflitto ai paesi dell’Europa Orientale membri della Nato( come la Polonia o i Paesi baltici). Uno scenario al momento surreale, ma che rende bene l’idea di come in questa guerra ad avere il coltello dalla parte del manico sia Vladimir Putin e non l’Occidente.                                                                                                                                                               articolo di Gianmarco Pucci

bersaglio mobile

Se fosse un legal drama, uno di quelli che piace tanto agli americani, lo si potrebbe intitolare ” tutti gli uomini di Matteo Renzi “. Invece, con il famoso film di Pakula del 1976, narrante la vicenda del Watergate, l’inchiesta sulla fondazione Open sembra avere ben poco in comune. Se non altro perché Renzi, a differenza di Nixon, non sembra avere intenzione di restare in silenzio. Infatti, ha già annunciato querela nei confronti dei magistrati di Firenze che lo hanno indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Secondo il leader di Italia Viva sarebbe in atto da anni, verso di lui e la sua famiglia, una vera e propria persecuzione da parte dei giudici di Firenze. Per Renzi, inoltre, i PM non avrebbero la credibilità per indagare o processare lui e il suo entourage. Da qui la denuncia del senatore per abuso d’ufficio, violazione dell’articolo 68 della Costituzione e della legge 140/2003 a tutela dell’immunità parlamentare, sporta contro il procuratore Creazzo e i sostituti Nastasi e Turco. Pronta al riguardo è stata la replica dell’ANM, la quale ha definito le parole di Renzi inaccettabili per il prestigio della Magistratura. Però, ed è appena il caso di dirlo, le accuse di Renzi non sono totalmente infondate. L’inchiesta su Open, fondazione creata per gestire i fondi a sostegno di Renzi, ha preso avvio dopo la nascita di Italia Viva nel 2019. Da allora, come lamentato dal diretto interessato, lui e la gente a lui vicina sono stati bersagliati da accuse, talvolta rivelatesi destituite di ogni fondamento giuridico. A partire dall’arresto dei genitori di Renzi, ordinato nel 2019 dal PM Luca Turco( lo stesso che oggi incrimina l’ex premier) e poi annullato dal Tribunale del Riesame. Oppure le inchieste che hanno visto coinvolti in passato i deputati Lotti e Boschi, esponenti di spicco del “giglio magico” renziano, e che oggi tornano ad essere inquisiti nell’ambito di un’inchiesta puramente indiziaria e, pertanto, di dubbia moralità. Etica che difetta, come difettava anche nei processi a carico di Berlusconi, per il modo in cui le indagini vengono condotte e per il merito delle questioni trattate. Non è, infatti, equa una giustizia che ricorre, in violazione delle più normali norme costituzionali e di procedura, ai Trojan per spiare indebitamente le conversazioni fra privati, senza l’autorizzazione della competente autorità giudiziaria. Non è, inoltre, eticamente tollerabile che la Magistratura entri a gamba tesa ad alterare le vicende politiche di una nazione ogni volta che lo ritenga opportuno e per favorire la carriera di singoli magistrati. Carrierismo che, come certificato anche dai recenti scandali che hanno interessato il variegato mondo della giustizia, è la principale fonte del cortocircuito, tipicamente italiano, fra giustizia e politica. Lo ha detto nel suo discorso di insediamento anche il Presidente Mattarella, il quale ha invitato il Parlamento a non procrastinare una riforma della giustizia quanto mai urgente. L’invito, ed è storia di questi giorni, è stato accolto dal governo ed è un’ occasione da non perdere per troncare i torbidi legami fra magistrati e politici. Legami che hanno reso malsano il clima che si respira nelle aule di giustizia italiane. In tal senso, proprio la coincidenza fra il varo della riforma e la resurrezione dell’inchiesta Open, apre la porta a dubbi e congetture. Si tratta solo di coincidenze oppure siamo di fronte all’ennesimo colpo di coda di un sistema che non accetta di essere messo in discussione? Che si voglia colpire uno per mandare un segnale a tutti gli altri? Alle prossime ore l’ardua sentenza, possibilmente non di condanna.                                                                                         articolo di Gianmarco Pucci

Schegge impazzite

E pensare che solo un paio di anni fa, forte del sorprendente risultato conseguito alle elezioni Europee, in molti lo vedevano già leader in pectore del nuovo centrodestra italiano. Invece, Matteo Salvini è riuscito nel giro di un battito di ciglia a disperdere tutto quel consenso che, attingendo alla retorica populista che gli è propria, aveva guadagnato agli esordi di questa legislatura. Un inizio che, però, non era cominciato sotto i migliori auspici. L’alleanza demagogica con il M5S non ha infatti portato bene al leader della Lega, rivelandosi per lui  un vero e proprio abbraccio della morte. Basta pensare a come quella parentesi si è conclusa, ovvero con l’uscita della Lega dal governo in favore del PD. Un metodo che tafazzianamente Salvini continua da allora a replicare, evidenziando il proprio dilettantismo politico. Come l’idea, dopo la fine del Conte bis, di entrare nel governo Draghi, mostrandosi critico a fasi alterne, in nome  di un malsano istrionismo che porta il personaggio a credersi il centro del mondo. Esibizionismo che ha replicato anche in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica. Solo così si può definire, infatti, il metodo adottato da Salvini per scegliere il successore di Mattarella. Un metodo ,che privilegiando la contrapposizione al dialogo,  ha portato all’unico risultato di spaccare la coalizione di centrodestra, favorendo la propria marginalizzazione e la resurrezione di altri. In primo luogo quella di Silvio Berlusconi, che come l’Araba Fenice è risorto ancora una volta dalle ceneri, dimostrandosi più scaltro di Salvini nel prevedere le manovre parlamentari e le mosse degli avversari. Proprio ieri Forza Italia ha fatto sapere che Berlusconi sta lavorando per potenziare il versante moderato della coalizione. Moderati che, considerando anche la costante crescita del partito del non voto, si rivelano sempre più decisivi nel vincere le competizioni elettorali. Salvini è, inoltre, riuscito nell’intento di rafforzare il ruolo di Fdi e di Giorgia Meloni. La leader della destra italiana, infatti, conclusasi la campagna per il Quirinale, è stata la prima a certificare la dissoluzione dell’alleanza, rivendicando per sé il ruolo di faro del populismo italiano. Si può allora facilmente dedurre che il futuro per il leader del Carroccio non è più così roseo, celandosi dietro il raffreddamento dei rapporti con gli alleati il rischio di un crescente isolamento della Lega nell’arco costituzionale. Da mesi, infatti, in via Bellerio non si parla d’altro della fronda interna al partito capeggiata da Giorgetti e sostenuta dai governatori, sempre più insofferenti verso la linea oppositiva e movimentista del “capitano”. Malumori che negli ultimi giorni sono stati condivisi pure da Umberto Bossi, fondatore e storico segretario della Lega Nord. Per Bossi, che non ha mai nascosto la sua antipatia per Salvini, la Lega deve tornare alle origini, abbandonando la deriva nazionalistica verso cui l’ha condotta l’attuale segretario. Ha poi ammonito i suoi relativamente alla necessità di traghettare il partito nel PPE, ricordando come la Lega appartenga geneticamente alla sinistra e alla tradizione federalista-autonomistica. Parole queste che dovrebbero indurre a una sana riflessione sul futuro, specialmente in vista delle elezioni dell’anno prossimo. Eppure, Salvini, sempre più solo all’interno del centrodestra, continua a scambiarsi accuse con gli (ex) alleati, addebitando a loro i suoi errori. Un atteggiamento che testimonia il nervosismo del segretario, ma anche la sua frustrazione per l’ennesima batosta che allontana il centrodestra da una vittoria politica ormai non più così scontata.                                                                                    articolo di Gianmarco Pucci

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