L’ irrazionale

Siamo minacciati dall’irrazionalità. A dirlo è il Censis nel suo consueto rapporto annuale sulla situazione sociale del paese. Secondo l’istituto di ricerca, una fetta sempre più consistente di italiani è vittima di falsi miti e credenze. Pregiudizi figli dell’ignoranza che, come in un circolo vizioso, alimentano quell’ isteria di massa che da mesi ha scelto come bersaglio privilegiato il vaccino anticovid. Non stupisce, quindi, che proprio al vertice della classifica stilata dai ricercatori vi siano i seguaci del movimento No Vax e No Green Pass. Per il Censis, infatti, il 5,9% degli italiani crede che il virus non esiste. Di questi l’11% ritiene il vaccino un farmaco sperimentale, dannoso per la salute dell’uomo e messo in campo dal mercato al solo scopo di lucrare sui i relativi profitti. Da qui la fuga verso la medicina alternativa, ritenuta più affidabile di quella ufficiale, e la scienza alchemica praticata da maghi e sedicenti stregoni. Lo scetticismo verso la scienza ha, inoltre, favorito il rifiorire di altre teorie metascientifiche. Come il Terrapiattismo, ovvero la bizzarra credenza secondo cui la Terra non sarebbe rotonda, come accertato da Copernico, ma piatta( ciò è tale per il 5,8%) . Oppure la leggenda metropolitana secondo cui l’uomo non è mai arrivato sulla Luna( 10,9%). Tale negazionismo storico-scientifico ha, inoltre, rafforzato le più strambe teorie complottiste. Fra cui quella di stretta attualità che vede nella tecnologia 5G un sofisticato strumento di controllo del pensiero( 19,9%) o quella che ritiene l’immigrazione fuori controllo parte di un grande progetto di “sostituzione etnica”, perpetrata dalle élite mondiali per motivi pressoché ignoti( 39%). Concetti che esprimono in pieno i paradossi della modernità e che fungono da corollario per le paure dell’uomo del Terzo Millennio. Come ha giustamente rilevato il Censis, la fuga verso l’irrazionalità non è da intendersi come una semplice distorsione dell’attuale paradigma socio-economico, ma come un vero e proprio rifiuto della razionalità positiva. Quella stessa razionalità che ha permesso all’uomo nei secoli passati di progredire sulla strada della crescita e del benessere, ma che oggi fatica a dare risposte ai problemi del mondo. Ciò è ancora più evidente se si tiene conto che, malgrado l’impetuosa crescita del Pil di quest’ anno, l’81% degli italiani guarda con maggiore sfiducia al futuro rispetto agli anni passati. Insoddisfazione che, invero, colpisce soprattutto i giovani, per i quali in molti casi l’impegno profuso nello studio e nel lavoro non si rivela idoneo ad assicurare loro un avvenire certo e sicuro. Da qui la rivalutazione critica del passato e la ricerca di rimedi che permettano di distogliere l’attenzione dai gravosi problemi della quotidianità. Verrebbe quasi da dire, parafrasando Karl Marx, che l’irrazionalità negativa si appresta a diventare l’oppio dei popoli, favorendo in tal senso la creazione di una società di alienati. Al contrario, sarebbe più opportuno coltivare l’irrazionalità positiva esaltata dai romantici. Quella cioè, che vedendo nel sogno la sintesi perfetta fra ragione e sentimento, non degenera nella superstizione, ma che eleva verso la conoscenza. Condizione questa che, per citare Kant, dovrebbe indurre l’uomo a usare la propria intelligenza, rifuggendo da streghe e alchimisti.

C’era una volta la Mala del Brenta

Dopo anni di silenzio la Mala del Brenta è tornata a far parlare di sé. Era, infatti, dai tempi dell’arresto di Felice Maniero, suo storico e carismatico capo, che la malavita veneta aveva smesso di fare notizia. Un silenzio che, tuttavia, ha favorito la progressiva riorganizzazione della banda ad opera di esponenti della fazione mestrina e che ha interrotto anni di apparente torpore. Essi, secondo gli inquirenti, al fine di riprendere il controllo del territorio e recuperare il prestigio perduto erano pronti a colpire di nuovo, vendicandosi in primo luogo dei  clan concorrenti e dei membri della banda divenuti collaboratori di giustizia. Fra questi proprio Maniero, il cui pentimento nel 1994 aveva messo prematuramente fine alla storia della mafia del Triveneto. Regione che vai, dunque, malavita che trovi. Se, infatti, il Mezzogiorno d’Italia vanta una lunga tradizione criminale, originatasi all’indomani dell’unificazione e perpetuatasi con il brigantaggio, nulla di diverso si è verificato in Settentrione. Al contrario, quella formatasi nel Nord-Est  costituisce ancora oggi un caso di mafia autoctona, diversa e al contempo complementare a quelle sviluppatesi nell’Italia meridionale. Essa, similmente a quanto fatto a Roma dalla Banda della Magliana, è riuscita nell’intento di unificare la frastagliata malavita locale, dando forma e organizzazione a una criminalità ancora prettamente rurale. Malavita che, tuttavia, si ritroverà a fare ben presto il salto di qualità, essendo proprio in quegli anni( siamo sul finire degli anni “70”) il Veneto, in particolare Venezia e Padova, meta di soggiorno obbligato per alcuni esponenti di spicco di Cosa Nostra. Uomini che forniranno alle giovani leve del crimine locale un modello da seguire, permettendo loro di approfittare del fiorente traffico di droga che proprio in laguna aveva iniziato a sostituire il tradizionale contrabbando di sigarette e di generi alimentari. Fu così, allora, che nel giro di pochi anni nacque la Mala del Brenta, una banda che seminando terrore e morte riuscì a estendere il proprio potere su tutta la Val Padana. In particolare il suo capo, Felice Maniero detto “Faccia d’angelo”, con la propria intraprendenza riuscirà a ritagliare per i criminali di Campolongo sul Brenta( comune di nascita di Maniero e luogo di ritrovo dei suoi sodali) un posto d’onore nell’Olimpo del crimine italiano. Dallo spaccio di droga alle rapine, dai sequestri agli omicidi fino ad arrivare alle estorsioni ai danni dei cambisti del Casinò di Venezia saranno tante le azioni delittuose partorite e messe in atto da Maniero. Tuttavia, le inchieste giudiziarie dei primi anni “90”, unitamente al crescere del fenomeno del pentitismo, contribuiranno al rapido declino del sodalizio criminale che proprio con Maniero inizia e finisce. Le sue rivelazioni ai magistrati, infatti, porteranno al repentino smantellamento della sua banda, attirandogli l’odio di coloro che proprio con lui avevano iniziato la loro scalata al crimine. Un rancore che si è conservato negli anni e che oggi, all’indomani dei 39 arresti eseguiti dal Ros e dalla Dda di Mestre, continua ad alimentare il mito di questo Crono della malavita veneta, tanto onnipotente quanto sfuggente a qualsivoglia giudizio obiettivo. Un mito,che al pari di quello del Dio greco, rischia di trasformare Maniero da carnefice in vittima del primo parricidio della storia della mafia italiana.

Racconto di una rivoluzione mancata

Il 1968 è stato senza ombra di dubbio uno degli anni più significativi nella storia del XX Secolo. Un anno che, come una rapida istantanea, ha ritratto un periodo, incorniciando quella stagione di grandi speranze iniziate nel 1960. Tuttavia, nonostante l’economia mondiale prosperasse, erano ancora molte le contraddizioni generate dalla moderna società dei consumi. Contraddizioni che descrivevano un mondo fermo al decennio precedente, in cui le differenze sociali e razziali erano ancora predominanti. Infine, la Guerra Fredda, la costate minaccia nucleare e ,da ultimo, l’insorgente conflitto in Vietnam, restituivano un quadro della situazione internazionale fortemente precario, costruito sulla temporanea non belligeranza fra Usa e Urss. È, dunque, in questo contesto che matura la contestazione giovanile nelle università americane. le prime proteste iniziarono a Berkeley, in California. Qui gli studenti, seguendo gli insegnamenti filosofici di Herbert Marcuse, occuparono il campus per ore, protestando contro la guerra in Vietnam e gli stili di vita imposti dal consumismo. Per i giovani, in perfetta sintonia con il credo gandhiano della non violenza, occorreva costruire un mondo nuovo, senza più frontiere né muri, in cui la libertà poteva essere fruita da tutti. Fu così, seguendo l’onda lunga delle proteste negli Usa, che la contestazione giunse, nel giro di pochi anni, anche in Europa. Uno straordinario ruolo di propaganda, in tal senso, fu svolto dalla televisione, che trasmettendo quotidianamente le immagini delle proteste in America contribuì  a rendere la rivolta globale. In Italia la prima università a venire occupata fu quella di Trento nell’Autunno del 1967. A seguire la Cattolica di Milano, la Normale di Pisa, le Università di Torino, Napoli e Roma. Nella Capitale, il Sessantotto si materializzò all’indomani dell’occupazione della Facoltà di Architettura, a Valle Giulia, in cui gli scontri particolarmente cruenti con la polizia furono motivo di biasimo da parte di politici e intellettuali( tra cui Pier Paolo Pasolini) e suscitarono un certo allarme sociale nell’opinione pubblica. La contestazione, infatti, iniziò ad assumere venature politiche sempre più evidenti e, con il passare dei mesi, coinvolse anche gli operai. Essi, dal canto loro, diedero vita a un vivace movimento di lotta che ambiva a colmare le diseguaglianze generate dalla società del benessere. Tale convergenza di idee fra il movimento studentesco e quello operaio si realizzò compiutamente in Francia. Soprattutto a Parigi, dove nel mese di Maggio migliaia di persone scesero in piazza per contestare il governo di De Gaulle e la vecchia società tradizionalista, capitalista e imperialista che il generale rappresentava( fu il cosiddetto Maggio francese). Il connubio fra studenti e operai durerà qualche anno e produrrà effetti anche in Italia, raggiungendo il suo apice nell’Autunno caldo del 1969. Tuttavia, nonostante i suoi genuini propositi, la contestazione ebbe vita breve, risolvendosi in un mero fuoco di paglia. Gli storici più accreditati, a tal riguardo, sono ormai concordi nell’affermare che essa fu una rivoluzione culturale mancata. Pur muovendo da giuste premesse di rinnovamento della società, essa ha finito troppo presto per arenarsi sul progetto, chiaramente utopico, di costruire un mondo ideale, senza più classi sociali o status privilegiati. Tale premessa porterà, all’indomani del fallimento della contestazione, alla radicalizzazione del dibattito socio-politico e alla nascita del terrorismo durante gli “anni di piombo”. Fulgidi esempi di tale deriva violenta sono state certamente le Brigate Rosse in Italia e la banda Baader-Meinhof in Germania. Eppure, nonostante la schizofrenia ideologica che lo  ha contraddistinto, il Movimento del “68” ha comunque contribuito, a suo modo, al progresso della società. Se, infatti, non è riuscito a fornire un modello di società, diverso e alternativo, rispetto a quello avversato, è però stato capace di incidere sull’evoluzione dei suoi costumi, anticipandone gli effetti. Dalla musica al cinema, dalla radio alla tv, fino alla moda e al linguaggio sono state tante le novità che il “68” ha introdotto, svecchiando una società troppo spesso bigotta e perbenista. In questo senso le grandi battaglie degli anni “70” a favore della legalizzazione dell’aborto e del divorzio sono sicuramente da ritenere il più grande lascito di questo fenomeno che ha riscritto la storia del Novecento.

Marea nera

“Si è trattato di un attacco preordinato, squadrista e di chiara matrice fascista”. Con queste parole il Segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, si è espresso per condannare l’assalto dell’altro ieri alla sede romana del sindacato. Per Landini, infatti, l’aggressione subita dalla Cgil è una grave ferita per la democrazia e testimonia, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di  come essa sia sempre più minacciata da una chiara recrudescenza neofascista. Fascismo che oggi si ripropone sotto le spoglie del Sovranismo, ma che non ha minimamente mutato la propria essenza. Al contrario, approfittando della crisi sociale innescata dall’emergenza sanitaria, esso cerca, in modo subdolo e meschino, di veicolare le sue idee eversive, sfruttando il malcontento popolare e servendosi della violenza come mezzo di affermazione della propria identità. Tale camaleontismo, tuttavia, non sorprende, essendo da sempre l’estrema destra incline a mutare forma a seconda delle circostanze e del periodo storico. E se, dunque, un secolo fa i fascisti attaccavano le Camere del lavoro per difendere lo Stato dal “pericolo rosso”, oggi, invece, lo farebbero per tutelare l’ordine costituzionale. Sempre per tutelare l’ordine precostituito essi si ritrovano a sposare le più assurde teorie complottiste, mettendo in dubbio la scienza e le sue istituzioni. Ma soprattutto per boicottare un governo che, a parer loro, farebbe esclusivamente l’interesse dei poteri forti e delle grandi élite finanziarie mondiali. Un governo, che con l’introduzione del Green Pass obbligatorio dal prossimo 15 Ottobre, si appresterebbe a gettare la maschera, spogliando il popolo delle proprie libertà costituzionali. Fin qui le motivazioni che hanno indotto Roberto Fiore e i suoi camerati ad assaltare la sede della Cgil. Ma si tratta di motivazioni identiche a quelle addotte da altri movimenti neofascisti, che in Europa  stanno dilagando causa della crisi delle forze politiche democratiche e progressiste. Crisi che anche qui da noi in Italia ha visto emergere partiti antisistema e ostili al multiculturalismo e alla globalizzazione. Come Fdi e la Lega, che pur non aderendo pienamente alle idee estremiste di Forza Nuova ne condividono parte della retorica populista. In particolare, si sono evidenziati singolari punti di contatto fra Fdi e la galassia neofascista da cui provengono Fiore e Castellino. Un’inchiesta di alcune settimane fa, condotta dal giornale on line Fanpage, ha infatti ripreso in video, durante una cena in un ristorante di Milano, l’eurodeputato di Fdi, Carlo Fidanza, mentre interloquiva con il fantomatico barone nero Roberto Jonghi Lavarini. Un soggetto di comprovata fede fascista( da cui il folkloristico soprannome) accusato in passato di intrattenere relazioni con la massoneria e i servizi segreti deviati. Nel video si vedono Fidanza e altri convitati pronunciare frasi antisemite, cantare canzoni del ventennio ed esibirsi in saluti romani. Fidanza, in attesa di acquisire il girato completo, è stato sospeso dal partito da parte di Giorgia Meloni. Ciononostante, il comportamento della Meloni è sembrato a tratti ambiguo. Atteggiamento che ha replicato dopo la notizia dei fatti di Roma e che ha innescato nuovi e ulteriori polemiche. Più precisamente, Meloni ha dichiarato che è in atto una macchinazione della sinistra per danneggiare lei e il suo partito. Secondo lei, infatti, gli avversari starebbero tramando di escluderla dall’arco costituzionale, nascondendosi dietro il pretesto che Fdi è un partito fascista. Accuse che in queste ultime ore, a dispetto delle coincidenze, sta trovando terreno fertile anche nella campagna elettorale per le amministrative. A Roma, in particolare, dove Domenica e Lunedì si voterà per il ballottaggio, hanno destato scalpore le parole usate da Enrico Michetti, candidato sindaco del centrodestra, per minimizzare l’eccidio degli ebrei da parte dei nazifascisti. Frasi che hanno suscitato indignazione unanime da parte della politica e della comunità ebraica e che hanno indotto il diretto interessato a un doveroso mea culpa. Eppure, nonostante ciò che è stato detto e ciò che è avvenuto in queste ultime ore c’è chi ancora nega l’evidenza, tentando di banalizzare e quindi minimizzare un fenomeno in preoccupante crescita. Un fenomeno che descrive a pieno la crisi della democrazia moderna, del suo paradigma socio-culturale e che usa il negazionismo per abbattere lo Stato di diritto, seminando caos e disordine.

Quando bruciò New York

È passato alla storia come il giorno in cui tutti noi ricordiamo dove eravamo e ciò che stavamo facendo. Alle 14:45, ora italiana,di un tranquillo( si fa per dire) martedì di fine estate, la TV trasmette le immagini di New York in fiamme. Un attentato terroristico aveva colpito il cuore dell’Occidente democratico, abbattendo uno dei suoi simboli più importanti: le Twin Towers. L’attacco, dalla grande potenza visiva, fece il giro del mondo, scuotendo le coscienze e generando interrogativi, alcuni dei quali ancora senza risposta. L’unica certezza fu da subito che niente sarebbe stato più come prima. Il miraggio di una nuova età dell’oro, inaugurata dall’avvento di internet e della globalizzazione, veniva sconfessato dall’insorgere di una nuova minaccia. Un insidia che, come un castello di carte, dissolse la nostra fiducia di vivere in un mondo ordinato, sicuro e sereno. In tal senso, solo per citare Hobsbawm, se il Novecento è stato il secolo breve, quello attuale è sicuramente quello spietato. Così crudele che gli attentati dell’11 Settembre 2001, di cui oggi ricorre il ventennale, fanno da cornice privilegiata. Cionondimeno, i fatti di allora raccontano un mondo intriso di odio e rancore verso l’Occidente ovvero quello del fondamentalismo islamico. Un pericolo che fu a lungo sottovalutato, ma che già ben prima del 2001 diede importanti segnali. Dalla rivoluzione iraniana alla guerra in Kuwait, infatti, coloro i quali aspiravano a vedere nella polvere il “Grande Satana” americano non hanno fatto che aumentare di numero. In questo clima di tensione si è, dunque, alimentata la Jihad, la guerra santa contro i nuovi crociati provenienti da Ovest. Jihad che ha armato, da ultimo, la mano di Osama Bin Laden e che è stata all’origine della lotta al terrore scatenatasi dopo gli attentati di quel tragico martedì. L’ obiettivo ,tuttavia, non è stato ancora pienamente raggiunto. In tal senso, il recente ritiro dall’Afghanistan, ritenuto all’indomani dell’ 11 Settembre la culla del integralismo islamico, è emblematico di come il Medio Oriente( o almeno una parte di esso) non si sia fatto permeare in questi decenni dal concetto di “esportazione della democrazia”. Fu, infatti, per liberare gli oppressi che si decise di invadere l’Afganistan governato dai Talebani. Gli stessi estremisti che dopo vent’anni di occupazione statunitense hanno da poco ripreso il controllo del paese, vanificando quanto fatto dalla coalizione internazionale in questo lungo periodo. Fu sempre per lo stesso motivo che gli Usa attaccarono l’Iraq, deponendo Saddam Hussein, reo di conservare un arsenale di armi chimiche in grado di attentare all’incolumità della pace mondiale. Armi che non furono poi rinvenute e che hanno sollevato più di un dubbio sulla genuinità dell’intervento americano. Ciò specialmente in ragione degli eventi che ne sono seguiti, avendo la destituzione forzata di Saddam destabilizzato ancora di più il paese, che è ora sotto il controllo dell’Isis( Il cosiddetto nuovo Califfato). Ne deriva una conclusione assai logica quanto scontata. Seppur mossa da giuste pretese, la guerra al terrorismo mediorientale è stata un fallimento. Certamente con la morte di Bin Laden, ucciso in Pakistan dalle forze speciali Usa nel 2011, il terrorismo ha perso la forza degli inizi, ma non è ancora stato debellato. Difatti, il cancro che divora il mondo islamico è essenzialmente di natura culturale e solo con il progresso c’è speranza che possa essere estirpato. Perché ciò avvenga è necessario tempo ed è illusorio credere che esportando con le armi la democrazia si possano risolvere problemi antichi e, quindi, molto complessi. In questa ottica, la caduta delle Torri Gemelle assume un valore altamente simbolico. Essa è la materializzazione delle nostre paure, delle nostre preoccupazioni per l’avvenire. Come in un sogno trasceso troppo presto in incubo,innanzi a tanta violenza come occidentali ci siamo ritrovati smarriti, fragili e abbiamo cercato fuori di noi la risposta ai problemi della contemporaneità. In verità, non è al mondo islamico che dobbiamo guardare per capire il passato e immaginare il futuro, ma a noi stessi. Ad essere in crisi è la nostra società , sempre più minacciata da un inesorabile quanto inarrestabile declino.

Conte balla da solo

Alla fine Conte si è ritrovato a ballare da solo, risolvendosi il suo tentativo di cambiare il M5S in un inutile abbaiare alla luna. Dopo la rottura con Davide Casaleggio, figlio del defunto Gian Roberto e creatore della piattaforma Rousseau, Conte ha dovuto fare i conti con le ire del fondatore Beppe Grillo. Per l’ex comico, infatti, Conte non sa quello che dice, mirando le sue proposte a stravolgere l’essenza del Movimento e ad attribuirgli un DNA  moderato che storicamente non gli appartiene. Esso, già abbastanza nervoso per le vicende giudiziarie riguardanti il figlio Ciro, ha poi affermato che è Conte ad avere bisogno di lui e non il contrario, sottolineando quanto sia ancora necessaria la sua presenza nel Movimento per garantire ad esso un futuro. Grillo ha, infine, lodato l’operato di Luigi Di Maio, definendolo il miglior ministro di tutti i tempi, elevandolo di fatto al ruolo di leader del M5S. La risposta di Conte non si è, tuttavia, lasciata attendere. Nella conferenza stampa di ieri, svoltasi nella sala del Tempio di Adriano, l’ex premier ha manifestato tutto il suo disappunto per le parole e l’atteggiamento del fondatore, denunciando un clima teso nello stesso Movimento che fino a pochi mesi fa lo reputava uno statista. Conte ha spiegato che non è sua intenzione rimanere in un partito che lo considera alla stregua di un “prestanome” o di un leader dimezzato dipendente in tutto e per tutto dalle scelte del garante. Il giurista pugliese ha poi accusato Grillo di comportarsi come un padre padrone, colpevole a suo dire di voler mantenere la sua creatura in uno stato di minorità intellettiva e, di conseguenza, politica. A conclusione del suo intervento, Conte ha comunicato ai giornalisti che oggi consegnerà lo statuto da lui elaborato al garante Grillo e al reggente Crimi. Tale richiesta è per Conte condizione imprescindibile per poter continuare a far parte del Movimento, essendo ormai necessario mettere un punto fermo alla situazione venutasi a creare. Un avvertimento che suona sempre di più come un preludio a una scissione, a un lacerante addio destinato a disorientare ulteriormente la base grillina. In verità , per quanto possa sembrare il suo naturale sbocco, la scissione non  può dirsi ancora certa. Anche quando nacque il governo Draghi si paventò tale scenario e poi questo non si realizzò. Allora il presunto leader dei ribelli, Alessandro Di Battista, preferì dire addio al Movimento piuttosto che provocare una spaccatura. Una scelta di responsabilità che non è detto Conte sia disposto a ripetere. Il Movimento, infatti, ha più che dimezzato negli ultimi 3 anni i consensi, perdendo parte della  forza propulsiva che lo distingueva all’inizio. È ,dunque, implicito che se Conte decidesse di uscire dal Movimento, fondando un suo partito, finirebbe per mettere una pietra tombale su tutta la vicenda politica del M5S. Sarà probabilmente per questo che molti nel Movimento stanno seriamente pensando di sbarazzarsi dello scomodo Conte piuttosto che conferirgli l’impietoso  compito di commissario liquidatore del M5S . Tuttavia, è appena il caso di dirlo, tale tentativo, qualora Conte non avesse intenzione di abbandonare la cosa pubblica, è destinato miseramente a fallire. Così come è destinato a rappresentare, considerando l’elevato clima di sfiducia dei cittadini verso la politica,  un’avventura a durata limitata  nel tempo la fondazione di un partito da parte dell’ex avvocato del popolo. Si, perché nell’immaginario collettivo egli rappresenta comunque il premier del M5S e a poco servirebbe creare una nuova forza politica, moderata e centrista, che verrebbe percepita come non autentica dagli elettori. Ciononostante, è assai plausibile che questo identico ragionamento sia stato fatto, pur con toni diversi, da tutti gli attori in causa. Una scissione in un periodo come questo, in cui tutti i partiti vivono una crisi profonda, dividersi sarebbe un autentico suicidio per chiunque. E Grillo non è così ingenuo  da innescare uno psicodramma  proprio in casa sua, incedendo negli stessi vizi che proprio lui ha a lungo denunciato e di cui, in pieno stile Shakespeariano, sembra oggi farne le spese il movimento da lui creato.

Prove di disgelo

Era dal 1985 che Ginevra non ospitava un summit internazionale fra Russia e Stati Uniti. Allora c’era ancora la Guerra Fredda, le relazioni fra Usa e Urss erano ai minimi termini e nessuno era disposto a credere in un plausibile successo di qualsiasi negoziato fra Reagan e Gorbacev. Il primo, infatti, aveva già avuto modo di mostrare i muscoli, accusando l’Urss di essere una minaccia per la pace mondiale e per la convivenza pacifica fra gli uomini. Non a caso, appena due anni prima, nel corso di una conferenza stampa in Florida, definì l’Unione Sovietica “l’impero del male”, ventilando l’ormai concreta possibilità di un imminente conflitto armato con la Russia. Il secondo, invece, pur non discostandosi dalla linea di chi lo aveva preceduto alla guida del Cremlino, vedeva nel dialogo con l’occidente( Perestrojka) e nel disgelo( glasnost) la soluzione che avrebbe permesso alla Russia di modernizzarsi e di avviarsi sulla strada della democrazia. La distanza siderale tra i due contendenti globali, tuttavia, si ridusse nel giro di pochi anni, portando all’avvento di una nuova era, sicuramente più promettente rispetto a quella atomica appena conclusasi. Oggi la situazione è radicalmente diversa, perché altre potenze si sono affacciate sullo scacchiere internazionale. È anche vero, però, che non tutto quello di cui Biden e Putin hanno discusso è da ritenersi irrilevante. Dopo giorni di tensione, i due leader hanno convenuto sulla necessità di confrontarsi su questioni dirimenti per il futuro dell’umanità. Biden, al riguardo, ha voluto precisare che non è nelle intenzioni della sua amministrazione demonizzare la Russia, ma solo difendere i diritti del popolo americano. Toni distesi che hanno permesso di incanalare il dialogo verso una direzione maggiormente costruttiva. Un successo che anche lo stesso Putin è stato costretto a riconoscere. Il presidente russo ha, inoltre, lodato l’integrità morale e l’indiscussa esperienza politica del suo interlocutore, reputandolo uno statista più avveduto di Donald Trump. I due leader hanno altresì convenuto sulla necessità di avviare un proficuo dialogo su dossier ritenuti di importanza fondamentale per le loro relazioni bilaterali. In particolare, per quel che riguarda le armi nucleari, tanto Biden quanto Putin sono stati d’accordo sul fatto di ridurne la proliferazione, aggiornando il trattato New Start del 2009. Convergenze che si sono rilevate anche sull’urgenza di adottare misure a difesa dell’ambiente e di contrasto ai cambiamenti climatici. Qualche passo in avanti si è registrato anche sulla questione dell’Ucraina, avendo Putin per la prima volta lasciato intendere di non opporsi a un eventuale arbitrato internazionale. Fin qui i punti di contatto, ma non sono mancate le immancabili divergenze. Sui diritti umani Biden è stato irremovibile. Ha infatti chiesto conto a Putin delle ripetute violazioni dei diritti umani in Russia e delle persecuzioni verso i dissidenti. In particolare, su Alexey Navalny, Putin ha dichiarato alla stampa straniera che costui ha ripetutamente violato le leggi russe e che per tali ragioni non potrà essere rimesso in libertà. Ha poi obiettato che non accetterà in nessun modo lezioni di civiltà da chi viola i diritti dei prigionieri di guerra detenuti nella fortezza di Guantanamo. Il presidente russo ha poi smentito qualsiasi accusa rivolta dagli Stati Uniti riguardo alle presunte interferenze cibernetiche nelle elezioni americane, ritenendole pure congetture destituite di ogni fondamento. Schermaglie, dunque, che riecheggiano quelle tipiche della Guerra Fredda, ma che stridono con il panorama globale a cui si riferiscono. Se, infatti,allora il nocciolo della questione era il controllo del pianeta da parte di uno dei due blocchi, oggi il problema vero è un altro ed è costituito dalla Cina. La crescita del “Dragone” e il suo progressivo espandersi su tutti i continenti della Terra ha propriamente messo in crisi gli assetti strategici delle due tradizionali superpotenze, generando preoccupazioni e accrescendo il nervosismo. Un livello di tensione talmente alto che, complice anche la triste vicenda del Coronavirus, ha indotto Biden ha mettere in guardia gli alleati europei e a cercare un canale di dialogo con la Russia. Ciò al fine evidente di rinsaldare l’alleanza atlantica e arginare la Cina, separando Pechino da Mosca. Una sottile strategia, dunque, quella messa in atto da Joe Biden, che ha già fatto parlare di un nuovo corso della politica estera Usa. Nuovo corso,che mirando a ristabilire gli equilibri globali a favore degli USA, ha già sortito l’effetto di impensierire i rivali dell’occidente, provocando il disgelo delle relazioni fra Usa e Russia. Un risultato certamente non di poco conto se si considera quanto il fronte orientale era coeso fino a pochi mesi fa.

La verità è fra le stelle

Il prossimo 25 Giugno il Pentagono consegnerà al Congresso Usa un inedito documento contenente oltre 120 casi di avvistamenti di oggetti non identificati nei cieli americani. Il rapporto, la cui esistenza è stato svelato in anteprima dal New York Times, ha inevitabilmente riaccesso il dibattito nella società americana sulla possibilità che ci sia vita nell’Universo. Come avviene in questi casi, essendo molto sottile il confine fra scienza e fantascienza, si sono riproposte le tradizionali divisioni fra credenti( o creduloni) e scettici. Solo che questa volta, in virtù delle dichiarazioni rilasciate da personalità al di sopra di ogni sospetto, non sarà così facile per gli scienziati fare apprezzare le loro teorie all’ opinione pubblica. A tal riguardo, ad alimentare le speranze degli ufologi, ci ha pensato inaspettatamente Barack Obama. L’ex presidente ha infatti dichiarato al Late Show che ci sono decine di casi di avvistamenti documentati che riguardano oggetti che per forma, velocità e moto di oscillazione non si comprende bene cosa siano. Parole che hanno fatto da eco a quanto affermato lo scorso Marzo da John Ratcliffe, ex direttore dell’intelligence Usa e capo della sicurezza del Dipartimento della difesa, a Fox News. Secondo Ratcliffe sarebbero migliaia i fenomeni inspiegabili di questo tipo osservati nei cieli d’America. Ratcliffe ha, infine, confermato che i documenti che verranno desecretati il prossimo 25 Giugno sono solo una parte di quelli che sono in possesso del governo americano. Documenti, che come rilevato da Nyt, sarebbero stati nel corso degli anni acquisiti da una apposita task Force presidenziale, catalogati e archiviati in modo da occultarne l’esistenza al pubblico. Ciò ha inevitabilmente accresciuto la curiosità della gente e le speculazioni della comunità(pseudo) scientifica. Da Roswell in poi sono state innumerevoli le testimonianze di chi giura di avere assistito o addirittura di essere stato protagonista di incontri ravvicinati con extraterrestri. Racconti che hanno stuzzicato la fantasia di scrittori e registi e che hanno dato vita a un prolifico filone di opere di genere. Anche l’Italia, tuttavia, non è stata immune da episodi di questo tipo. Storicamente l’avvistamento ufologico più importante nel nostro paese, dopo quello fittizio del cosiddetto “ufo di Mussolini”, è stato quello del 1954. L’evento,che interessò buona parte dell’Europa sud occidentale, si osservò in Italia soprattutto a Firenze e a Roma. A Firenze, durante  l’amichevole fra la Fiorentina e il Pistoia, furono visti volteggiare sopra il Franchi centinaia di dischi volanti di forma sfericoidale. In quell’occasione gli alieni lasciarono anche concreta presenza del loro passaggio. Sulle strade di Firenze furono, difatti, rinvenuti resti di una strana sostanza silicea di origine sconosciuta. Materia ritrovata giorni dopo a Roma, dove un ufo di grandi dimensioni fu osservato da decine di persone al crepuscolo del 19 Ottobre. In tale circostanza alcuni testimoni riferirono anche di presunti incontri con extraterrestri non giudicati, tuttavia, verosimili da parte delle autorità inquirenti. Eppure qualcosa di vero c’è sicuramente, non potendo liquidarsi l’intera faccenda come mera suggestione collettiva. Certamente, non sposando in pieno le tesi più assurde relative a rapimenti alieni ed omini verdi che escono dalle astronavi, si può tentare una mediazione fra fede e scienza, fra credere e non credere. Scientificamente è notizia ormai certa che a migliaia di anni luce da noi vi sarebbe una galassia, molto probabilmente abitata e con un sistema solare simile al nostro. La presenza poi di tracce di acqua su Marte e minerarie su Venere non hanno mai escluso pienamente la possibilità che in essi ci sia stata, anche miliardi di anni fa, qualche forma di vita. Ciò nonostante queste evidenze scientifiche non confermano l’esistenza di vita aliena né necessariamente hanno attinenza con la vista degli Ufo. Infatti, come è stato coerentemente spiegato da esperti della NASA, quelli che vengono spacciati per velivoli extraterrestri potrebbero altro non essere che palloni sonda, meteorologici o non, che impiegano una tecnologia avanzata a scopi scientifici o militari. L’iperacusica, a tal riguardo, spiegherebbe tanti misteri e susciterebbe qualche preoccupazione di natura politica. In buona sostanza si rientrebbe nella classica competizione fra superpotenze dove si gioca a guerre stellari, lasciando credere all’uomo comune che sia prossima la conquista della Terra da parte degli alieni. Uno scenario, dunque, simile a quello  narrato nella Guerra dei Mondi di H.G. Wells e che ci lascia appesi a una domanda fondamentale: è così assurdo credere che non siamo soli nel Cosmo? Per avere la risposta basta guardare il cielo, fra le stelle.

Un difficile dopoguerra

Per molti il 18 Aprile è una data priva di significato, scivolata nel dimenticatoio della storia e come tale depauperata del suo valore simbolico. In realtà, per noi italiani il 18 Aprile è,  o perlomeno dovrebbe, essere cerchiata  in rosso sul calendario per l’importanza che ha avuto nel disegnare l’Italia di oggi. Il 18 Aprile del 1948, infatti, si tennero le prime vere elezioni politiche dell’Italia repubblicana. Elezioni che videro per la prima volta fronteggiarsi apertamente e alla luce del sole due fronti politici destinati a polarizzare la vita pubblica italiana nei successivi decenni. In quella competizione elettorale gli italiani, uomini e donne, furono chiamati a compiere, dopo la fine della monarchia, una scelta fondamentale fra due diverse e, a tratti inconciliabili, idee di nazione. Da un lato vi era, infatti, un fronte popolare composto dalla sinistra socialista e comunista, che in virtù dei solidi legami con l’Urss suscitava parecchi timori al di là dell’Atlantico. Dall’altro c’era la Democrazia Cristiana con i suoi alleati che ambiva a traghettare il paese verso una democrazia compiuta, alleata degli Stati Uniti e saldamente inserita nella compagine occidentale. Ciò bastò a rendere particolarmente aspra e partecipata la campagna elettorale, non avendo lesinato le due opposte tifoserie critiche e accuse ai rispettivi avversari. Il livello dello scontro in atto era legittimato altresì dalle turbolenze internazionali suscitate dall’insorgente guerra fredda che la competizione elettorale italiana amplificava enormemente. Il timore, infatti, che la vittoria dei social-comunisti potesse far divampare  in Italia una rivoluzione marxista  generò consistenti preoccupazioni nei ceti imprenditoriali e industriali del paese. La paura di perdere la propria ricchezza indusse più di uno a trasferire all’estero i propri patrimoni. Timori condivisi anche dal governo e dalla Democrazia Cristiana. A tal riguardo, temendo un’insurrezzione armata, il ministro degli interni, Mario Scelba, chiese in consiglio di far scendere in campo l’esercito per fronteggiare l’emergenza istituzionale. Un’opzione che il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, scoraggiò fino all’ultimo, confidando in un intervento più del cielo che degli uomini. E la fede ha senz’altro svolto un ruolo non secondario nella campagna elettorale del 1948. Dalla nascita dei comitati civici promossi dall’Azione Cattolica di Luigi Gedda alle orazioni radiofoniche di padre Lombardi( chiamato “il microfono di Dio”) furono numerose le iniziative volte ad indirizzare il voto dei cattolici verso la DC. Il Sommo Pontefice Pio XII arrivò finanche ad affermare che il voto a favore dei comunisti era da considerarsi un voto contro Cristo e la sua Chiesa. Critiche a cui il FDP rispose dispiegando un imponente apparato di uomini e mezzi,  finanziato in gran parte da Mosca e dal patto di Varsavia. Fatti che indussero anche gli Usa a regolarsi di conseguenza, pena l’esclusione dell’Italia dagli aiuti economoci del piano Marshall. Un rischio che l’Italia, uscita sconfitta e devastata dalla guerra, non poteva permettersi. Nella primavera del 1948 erano infatti numerose le imprese da ricostruire e le famiglie in condizioni di indigenza. Sofferenze che il governo di Alcide De Gasperi tentò di lenire, vedendo negli aiuti economici e nell’alleanza atlantica l’unica possibilità di resurrezione per una nazione che doveva necessariamente rinascere. In tal senso, De Gasperi è stato un illustre esempio di virtù cristiane e politiche, essendo riuscito nell’impresa di conciliare un paese di per sé incline alla frammentazione  e rendendolo migliore di quanto a volte possa sembrare. Il suo spirito di servizio, la sua totale abnegazione verso la comunità nazionale sono stati e dovranno essere da esempio in futuro per chiunque vorrà occuparsi della cosa pubblica. Perché come ha detto recentemente anche Papa Francesco la politica è la più alta forma di carità. Senza politica non vi può essere progresso per la società. E senza progresso  non vi può essere libertà. Una lezione che la Vittoria delle forze democratiche su quelle comuniste testimonia, a pieno titolo, ancora oggi.

Quel braccio della Magliana

Girovagando per Roma, nella zona che da Ponte Galeria si estende a nord verso via Portuense, al centro del quadrante sud-ovest della capitale, ci si imbatte in un quartiere di recente urbanizzazione, ma che conserva ancora tracce del proprio passato rurale. Esso è attraversato da un ponte che passando sopra al fiume omonimo dà alla zona tanto il nome quanto la celebre fama. Una fama che ha scandito dalla seconda metà degli anni “70” la vita del quartiere della Magliana, conferendole l’immagine negativa di fucina del crimine romano. In verità , nonostante gli anni siano passati e la banda della Magliana non faccia più notizia( salvo sporadici episodi riportati dalla cronaca nera locale ), si continua a pensare alla zona in questi termini, come se il degrado e l’immoralità siano destinati a rimanere impressi per sempre nel dna culturale del quartiere. A onore del vero, per quel che riguarda la banda della Magliana, essa fu un fenomeno che non rimase circoscritto alla zona di Pian due Torri( nella Magliana Nuova), ma si estese ben presto ad altri quartieri. Obiettivo della banda, infatti, fu fin dall’inizio quello di riunire la frastagliata e disarticolata realtà  malavitosa romana sotto un unico simbolo, assoggettando le varie “paranze” a un’ unica regia operativa. Un metodo che ricalcava quello fatto proprio  da Raffaele Cutolo a Napoli con la Nuova Camorra Organizzata e che a Roma aveva già avuto un illustre precedente: il Clan dei Marsigliesi. Questa banda, che agiva nella Roma dei  primi anni “70”, riuscì a imporsi rapidamente, conquistando l’egemonia sul fiorente traffico di droga della capitale e sulle altre attività illecite ad esso connesse. Tuttavia, il declino dei marsigliesi fu rapido quanto la loro ascesa e ciò favorì la nascita di quella che diventerà la prima( e forse) unica vera mafia capitolina. Come riferito da Antonio Mancini, l’idea di unire le forze venne a Nicolino Selis, intimo amico di Cutolo, ma fu il sodalizio criminogeno instauratosi fra Franco Giuseppucci, un buttafuori di una sala scommesse di Ostia con piccoli precedenti penali , Enrico De Pedis, capo della banda del Testaccio, e  Maurizio Abbatino, capo di una paranza di rapinatori della Magliana, a far decollare il progetto. Poco tempo dopo ci sarà il battesimo del fuoco della nuova banda, la quale metterà a segno il primo sequestro eccellente della sua storia. La sera del 7 Novembre 1977, infatti, nei pressi di via della Marcigliana, la banda rapisce il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. I sequestratori chiedono alla famiglia un miliardo e mezzo di lire per liberare l’ostaggio. Il riscatto viene poi pagato, ma l’ostaggio resta comunque ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori. Da qui in poi sarà un crescendo di azioni criminali che in breve tempo consegnerà Roma al potere del nuovo gruppo criminale, inaugurandone così  la leggenda. Una leggenda alimentata dai molti misteri sulla banda e dai rapporti fra essa e apparati deviati dello Stato. Contatti opachi che portarono Giuseppucci e la sua banda a intessere relazioni con la politica e l’ alta finanza, senza trascurare le alleanze con le altre mafie presenti nel Mezzogiorno d’Italia e con la loggia massonica della P2. Sfortunatamente, complice la  prematura scomparsa di Giuseppucci “il negro”, ucciso in uno scontro a fuoco a Trastevere il 13 Settembre 1980 dal clan rivale dei Proietti, inizia il declino della banda e con essa restano avvolti nella nebbia molti segreti italiani. Dal caso Moro alla sparizione di Emanuela Orlandi sono infatti tanti i misteri che vedono una partecipazione, vera o presunta, della banda e dei suoi membri in tali vicende. Eppure, via della Magliana, anche dopo la decimazione della banda ad opera delle forze dell’ordine, ha continuato a far parlare di sé. Nel 1988 si verifica un nuovo fatto di sangue. L’autore è Pietro De Negri, titolare di un negozio per la pulizia dei cani( da cui il soprannome delitto del “canaro” dato dalla stampa al caso) con piccoli precedenti penali per furto e droga. Egli il pomeriggio del 18 Febbraio uccide un suo ex complice, il pugile dilettante Giancarlo Ricci, che da tempo lo ricattava al fine di estorcergli denaro per l’acquisto della droga. L’omicidio fu particolarmente cruento, perché De Negri attirò Ricci in una gabbia per il lavaggio degli animali dove lo torturò, lo mutilò di parti del corpo e poi lo uccise dando fuoco al cadavere. La scoperta dei resti avvenne l’indomani in un terreno vicino adibito al pascolo. Una volta esclusa la pista del regolamento di conti fra spacciatori, le indagini si concentrarono su De Negri. Dopo tre giorni il delitto del “canaro” aveva un colpevole, avendo De Negri confessato tutti gli addebiti senza mostrare peraltro alcuna forma di pentimento. Con l’arrivo degli anni “90” la Magliana scivola nell’indifferenza generale. Le cronache locali, complice il progressivo degrado di Roma negli ultimi anni, smettono di dare risalto agli episodi  criminali della zona. Oggi, similmente ad altri quartieri, la Magliana vive sospesa in uno stato di quiete apparente, scandita solo dal pigro e placido scorrere del Tevere. Al contrario sul racconto delle efferatezze compiute in passato si sono cimentati il cinema e la letteratura. Dal franchising di Romanzo Criminale( libro, film e serie tv) ai due film del 2018 sul delitto del “canaro”( Dogman di Matteo Garrone e Rabbia furiosa di Sergio Stivaletti) sono molteplici le opere che vedono in via della Magliana un teatro narrativo privilegiato. Narrazione che è riuscita nell’intento di trasformare la cronaca in storia e la storia in mitologia suburbana. Miti di cui in certi casi si farebbe volentieri a meno.

©2020 Nuove Frontiere. Tutti i diritti riservati

Vai su ↑