Il Kosovo e la crisi nei Balcani

Non abbiamo fatto in tempo ad abituarci al conflitto in Ucraina, che un altro fronte di guerra rischia di aprirsi ai confini orientali dell’Europa. A più di vent’anni dalla fine della Guerra in Kosovo, la regione è tornata ad essere teatro di scontri etnici fra albanesi e serbi. Come è noto, le due culture ( musulmana la prima e ortodossa la seconda) non si sono mai veramente amate e non hanno mai del tutto sopito le proprie  aspirazioni nazionaliste. Tanto da legittimare l’intervento della Nato nel 1999, attraverso la missione KFOR, per porre fine allo sterminio dei kosovari da parte delle milizie serbo-bosniache di Milosevic e ripristinare la pace nel territorio. Tale episodio ha poi portato, dieci anni dopo, alla proclamazione dell’indipendenza del Kosovo, mai peraltro riconosciuta dalla Serbia e dalla Russia. Da qui, il proliferare di lotte intestine fra le etnie che convivono nel paese. In particolare, da parte dei serbi, stanziati prevalentemente nel nord del Kosovo, che da mesi si oppongono alle ultime decisioni del governo di Pristina. A partire dalla volontà di quest’ultimo di sostituire le targhe delle auto serbe con quelle kosovare. Una questione che, già questa estate, aveva sollevato polemiche e suscitato preoccupazioni. La Comunità Europea a giugno era, non a caso, intervenuta per convincere Pristina a rinviare tale deliberazione al primo settembre, confidando in una proficua ripresa dei negoziati fra le parti. Invece, la situazione è improvvisamente precipitata. La Serbia accusa il governo di Albin Kurti di aver tradito gli accordi di Bruxelles del 2012 e di voler provocare un incidente internazionale, alimentando l’odio fra i due popoli. Pristina, dal canto suo, imputa a Belgrado di voler annettere il nord del paese, creando un casus belli simile a quello costruito ad hoc da Putin in Donbass. Secondo Kurti, solo così si spiegano le proteste che in queste ore stanno attraversando la nazione. Una protesta iniziata con le simboliche dimissioni delle guardie di frontiera, che hanno abbandonato le caserme e restituito le proprie divise. Un esempio che stanno seguendo anche altri funzionari statali, giudici e cancellieri in primis. La gravità della situazione, che rischia nuovamente di trasformare i Balcani in una polveriera, viene, allo stato attuale, monitorata da Bruxelles, che non esclude una soluzione diplomatica della questione. Josep Borrell, Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione, ha assicurato che l’UE sta lavorando a un accordo che permetta di disinnescare questa pericolosa escalation aldilà dell’Adriatico. Gli fanno eco le parole del Cancelliere tedesco Scholz, che d’intesa con Parigi, proporrà al prossimo consiglio europeo un piano di pacificazione per i Balcani. Sulla stessa linea sono anche gli Usa e la Nato, che auspicano una soluzione mediata della crisi in corso. Stoltenberg, tuttavia, ha avvertito la Serbia che la Nato è pronta ad intervenire in qualsiasi momento a sostegno di Pristina, qualora dovesse essere violato il suo spazio territoriale. A tal riguardo, ha già inviato uomini e mezzi al confine settentrionale del paese. Tuttavia, a tali avvertimenti, Il presidente serbo Vucic non ha replicato. Al contrario, incontrando gli ambasciatori di Russia e Cina, ha espresso preoccupazione per la crisi che si è aperta e ha manifestato la sua disponibilità per una soluzione ordinata ed equa della stessa. Restano, però, i dubbi. Vucic è da sempre molto vicino al Cremlino e il pericolo che il conflitto in Ucraina possa allargarsi, coinvolgendo Stati satelliti del vecchio Impero Sovietico, resta alto. A dispetto dei buoni propositi, Vucic non ha mai smentito le sue ambizioni in Kosovo. Pur restando neutrale verso le proteste svoltesi in settimana a Mitrovica, a pochi km dal confine serbo, il presidente non si è dissociato dai fatti e non ha detto nulla per tacitare gli animi. Al contrario, a quei 10.000 cittadini serbi che sono scesi in piazza, sventolando la sua bandiera , ha detto di comprendere il loro dissenso e questo non può farci dormire sonni tranquilli. In primo luogo, per le conseguenze negative che un eventuale esodo di profughi potrebbe avere sulle coste italiane. Se dovesse prodursi una situazione critica anche nel Canale di Otranto, dopo quella che quotidianamente si vive nel Mediterraneo, la vicenda potrebbe avere risvolti imprevedibili dal punto di vista della gestione dell’immigrazione e degli scambi commerciali sulla rotta balcanica. In secondo luogo, qualora dovesse crearsi un nuovo focolaio bellico nel Vecchio Continente, nessuno potrebbe più escludere un conflitto su larga scala, probabilmente nucleare. Un’ipotesi che tutti stanno cercando di scongiurare e che porterebbe i Balcani a divenire l’ultimo tassello prima del grande salto nel buio della Terza Guerra Mondiale.                                                                                                                                                                                        di Gianmarco Pucci 

Halloween, un punto di vista critico

Come ogni anno, da quando è stata importata dall’America , la notte che precede la Festività di Ognissanti torna ad essere, anche nel nostro Paese, quella in cui si celebrano streghe e folletti. Figure ben presenti nel folklore popolare, ma che sono estranee alle nostre tradizioni cristiane e ai suoi valori fondanti. Al contrario, essendo la festa la diretta derivazione del Samhain celtico, essa tende a contaminare la cultura cristiana con quella pagana, aprendo un varco verso il mondo dell’occulto. Un rischio su cui la Chiesa si è espressa più volte, denunciando il pericolo della diffusione, specie fra i più giovani, di riti e pratiche magiche. Il primo, in tal senso, a intravedere questa minaccia fu Padre Amorth, noto esorcista da poco scomparso. Amorth, in consonanza con la dottrina della fede, non si espresse contro la festa quale momento ludico e di aggregazione fra i più piccoli, ma riguardo al messaggio che Halloween è suscettibile di veicolare. Un messaggio implicitamente anticristiano che, dissacrando il Culto dei Santi e quello dei Morti, tende inevitabilmente a esaltare il male e a negare la vittoria di Cristo sulla morte. Un pericolo, quest’ultimo, evidenziato anche da Papa Francesco, il quale nell’Angelus di domenica ha invitato i fedeli a recarsi ai cimiteri per rendere omaggio ai defunti e a non far vestire i propri figli da creature infernali. Inoltre, il Santo Padre ha disposto per la notte del 31 ottobre una veglia speciale presso la chiesa di Sant’Anna in Vaticano, proprio per allontanare Satana dalla Festa di Ognissanti. Un male, ha sottolineato il Cardinale Martini, immanente ad Halloween, pure per il carattere infinitamente relativistico e consumista della festa. Come, purtroppo, avviene anche per il Natale, sembra che le festività religiose siano più un’occasione per assediare i centri commerciali, moderne cattedrali del materialismo agnostico, che un momento di riflessione e di condivisione. Questo, inevitabilmente, favorisce la proliferazione di riti pagani, seppur sotto mentite spoglie. Il Samhain, infatti, era la tradizionale festa dedicata ai morti nelle antiche popolazioni anglofone. Essa veniva celebrata il 31 ottobre, coincidente con il capodanno celtico. Un periodo ritenuto straordinariamente fecondo per consentire, attraverso veri riti magici, il contatto fra i vivi e gli spiriti dei defunti. Era, inoltre, anche un momento per sovvertire le regole della tradizione, ospitando banchetti e compiendo atti di divinazione( come la cristallomanzia, l’arte di predire il futuro). Frequenti erano, poi, le pratiche orgiastiche, eseguite al fine di propiziare la fertilità dei raccolti. Secondo, infine, fonti rinascimentali, la festa era un modo per adorare il demonio, nella veste di un dio della morte identificato in Baal, demone mediorientale che nell’universo demonologico celtico assurge proprio a questo ruolo. Non vi sarebbero, invece, prove che durante la festa si perpretassero sacrifici umani o messe nere. Tuttavia, il rinvio che Halloween fa a simboli e oggetti magici, la rendono particolarmente insidiosa. Specialmente per le personalità più fragili che, familiarizzando con tali emblemi, potrebbero facilmente cadere vittima delle sette sataniche. Difatti, accanto a una magia, per così dire, innocua( magia bianca) ve ne è un’altra, la cosiddetta magia nera, che, nell’adorare Satana, induce i suoi affiliati a commettere reati, talvolta balzati agli onori delle cronache per la loro efferatezza( come l’assassinio di suor Mainetti a Chiavenna o il più noto caso delle “Bestie di Satana” a Varese). Ciò, per dirla con le parole di Don Aldo Bonaiuto, responsabile del servizio Antisette della Comunità Giovanni XXIII, descrive un mondo articolato, complesso e in continua evoluzione. Si calcola, infatti, che a causa del senso di smarrimento e solitudine indotto dalla Pandemia, l’attività di reclutamento da parte delle sette abbia conosciuto una crescita notevole( +40%). Tale fenomeno è direttamente proporzionale alla crisi della famiglia tradizionale, sempre più minacciata dall’avanzata di nuovi tipi di unione. In definitiva, possiamo dire che certamente non tutte le sette sono sataniche, ma sono tutte ugualmente diaboliche. E, per osmosi, lo sono tutte quelle ricorrenze che, come Halloween, inscenando un macabro carnevale dell’esoterismo, si prestano tacitamente a suggestionare le menti e a diffondere ridicole superstizioni.                                                                                                                                                                                 di Gianmarco Pucci 

Tu quoque Britain

Ha destato molto scalpore, qui da noi in Italia, la prima pagina dell’Economist, popolare giornale economico britannico, contenente una vignetta giudicata da molti offensiva per il nostro Paese. Nello specifico, l’immagine riprende Liz Truss, premier inglese uscente, vestita da pretoriano romano, intenta a combattere con uno scudo a forma di pizza e un forcone di spaghetti. Il tutto sormontato da una scritta campale, in cui si paragona l’instabilità politica del Regno Unito a quella che tradizionalmente contraddistingue il Belpaese( la frase è, infatti, “Welcome to Britaly”). C’è da dire che non è la prima volta che l’Italia finisce nel mirino della stampa inglese. Solo quattro anni fa, un’altra vignetta satirica dell’Economist, aveva commentato negativamente la crescita economica dell’Italia, ritraendo un gelato tricolore pronto ad esplodere. Tuttavia,  questa volta, la “perfida Albione” potrebbe aver fatto male i suoi conti. Il governo Truss, durato appena 44 giorni, rischia di preannunciare un periodo, più o meno lungo, di forti tensioni politiche e sociali. A determinare le dimissioni di Truss sarebbe stata, infatti, un’azzardata manovra fiscale  che, tagliando le tasse per i più ricchi, avrebbe provocato una tempesta finanziaria e il crollo della sterlina in borsa. Da qui, le dimissioni prima del ministro delle Finanze, Kwasi Kwarteng, e poi della stessa premier. Ad oggi, Liz Truss risulta, comunque, detenere due record. Quello di essere stata la terza donna, dopo Margaret Tatcher e Theresa May, a rivestire il ruolo di Primo ministro britannico e quello di essere stato il premier meno longevo della storia del Regno Unito. Talmente breve, da battere il primato di George Canning, morto nel 1827, a quattro mesi dall’arrivo a Downing Street. Invero, Liz Truss verrà ricordata anche per essere stata l’ultimo premier del regno di Elisabetta II e il primo di quello di Carlo III. Un fatto epocale, che ha lasciato sgomenti non solo i sudditi inglesi, ma pure il resto del globo. Beatles a parte, la Regina Elisabetta era la più popolare icona vivente di una Gran Bretagna che faticherà molto a ritrovare la propria identità. Con lei, si potrebbe quasi dire, si è definitivamente chiuso il Novecento. Quello stesso Novecento che Hobsbawm definì il secolo breve e feroce, ma in cui non è mancato il coraggio e la speranza nel futuro. Uno spirito che Elisabetta ha incarnato alla perfezione, reggendo fra l’altro ai tanti scandali che hanno investito in questi anni la Famiglia reale. In primis, i divorzi dei suoi figli e la morte di Lady Diana nel 1997. Un episodio che sembrò mettere in crisi la Monarchia britannica e che solo l’autorevolezza di Elisabetta riuscì a evitare. Infine, per venire agli anni più recenti, lo scandalo degli abusi sessuali, costata al Principe Andrea l’allontanamento dalla Corte e la rinuncia a tutti i titoli militari e reali. Stessa sorte toccata al secondogenito di Carlo, Henry, il cui matrimonio con l’attrice americana, Meghan Markle, ha ricordato a molti la sciagurata unione fra lo zio di Elisabetta, Edoardo VIII, con l’attrice statunitense, Wallis Simpson, e che gli costò, a causa delle simpatie naziste di entrambi, la Corona. In quel frangente, fu provvidenziale l’intervento di Winston Churchill che, intuendo l’imminente guerra con la Germania, si prodigò in favore dell’abdicazione al fratello del Re, Giorgio VI. Un acume e una lungimiranza che nè Truss né Boris Johnson hanno dimostrato di avere. Quest’ultimo, poi, che si assume erede di Churchill, è stato un’autentica delusione. Dopo aver cavalcato la Brexit ne ha, infatti, subito le conseguenze. Secondo l’Ocse, a causa della Brexit, il Regno Unito crescerà meno del previsto nel prossimo triennio. Una crisi economica che la congiuntura energetica rischia di aggravare enormemente e che sta inducendo ad alcuni ripensamenti. I laburisti, in particolare, starebbero pensando di rinegoziare l’accordo con l’UE e di tornare nella Comunità Europea, qualora dovessero vincere le prossime elezioni generali. Tale disappunto, verso un divorzio non dimostratosi così allettante, si sarebbe, tuttavia, fatto strada anche nei conservatori. Festini a parte, dietro le dimissioni di luglio di Johnson ci sarebbe stata la volontà dei parlamentari conservatori di sbarazzarsi di un premier ingombrante e inadeguato. Un ripudio che i conservatori hanno nuovamente manifestato, chiudendo alle aspirazioni di Johnson, novello Cincinnato, di poter tornare a Downing Street dopo l’abbandono della sua delfina. Al suo posto, invece, è arrivato Rishi Sunak. Sunak, quarantadue anni ed ex ministro del Tesoro, aveva già sfidato Truss come premier, perdendo nel voto fra gli iscritti al partito. A cagione dei grandi cambiamenti che la Gran Bretagna sta attraversando, egli è il primo premier di origine indiana della storia inglese. È anche il più ricco, contando su un patrimonio personale maggiore di quello del Re d’Inghilterra. Un binomio, dunque, che oltre a mettere in discussione i canoni tradizionali della politica d’oltremanica, sembrano quasi realizzare una profezia. Quella di una riscossa delle ex colonie e del definitivo tramonto di quell’Imperialismo britannico che qualcuno, illusoriamente, crede ancora di poter riesumare.                                                                                                                       di Gianmarco Pucci

Da Assisi al Mondo

Da Assisi al Mondo per costruire orizzonti di pace. Un’esigenza che, più che un invito, risuona oggi come un accorato appello a non fare la guerra. Un’aspirazione condivisa anche da Papa Francesco, che da tempo si spende inutilmente per la fine delle ostilità in Ucraina. Un conflitto che ha ormai imboccato un sentiero pericoloso, preda come è della tentazione atomica. In tale frangente, si inserisce il messaggio evangelico di San Francesco, di cui martedì si è celebrata la festa ad Assisi. Innanzi alla brutalità della guerra, dunque, si riscopre il senso e l’importanza della pace. Una pace che, come Francesco ci ha insegnato, non può prescindere dal dialogo fra le genti. Solo con il dialogo, infatti, è possibile abbattere quei muri eretti dall’orgoglio e dall’indifferenza. Esattamente come ha fatto lui otto secoli fa, quando, all’indomani della V Crociata, si recò in Egitto per parlare con il Sultano, Malik Al Kamil, gettando le basi per quel dialogo interreligioso che continua ancora oggi. Del resto, che l’umiltà di Francesco abbia vinto la tracotanza dei potenti lo ha detto pure il cardinale Zuppi, Presidente della Cei, celebrando la santa messa nel santuario di Assisi. Sua Eminenza si è, in particolare, soffermato su quegli atteggiamenti forieri di conflitto, ritenendoli antitetici rispetto ai sentimenti di amore e fratellanza perseguiti da Francesco. Da qui, l’invito del cardinale alla politica a prodigarsi per il bene comune, senza disinteressarsi del benessere del Creato. Parole a cui hanno fatto eco quelle del Presidente Mattarella, il quale ha evidenziato come la logica della guerra, generando morte e devastazione, finisca per consumare la vita delle persone. Per il Capo dello Stato, la pace è un diritto iscritto nelle coscienze. È una parte di noi, come lo è il desiderio di libertà, e che si realizza non appena si alza lo sguardo oltre il proprio presente. Motivo per cui è dovere di ognuno intervenire per interrompere questa spirale di odio e di violenza, perché la pace non è solo l’assenza del conflitto, ma soprattutto  presenza della giustizia. Un richiamo, quest’ultimo, che non è passato inosservato, pensando alle tante criticità che affliggono il nostro tempo. Come l’emergenza ambientale e la necessità di salvaguardare il Pianeta dall’opera predatoria dell’uomo. Un tema reso ancora più vivo dall’esigenza di accelerare sulla transizione energetica, specialmente dopo la crescita esponenziale del prezzo del gas. Ma non solo questo. Terremoti, alluvioni, uragani che sconvolgono il Globo sono sempre più frequenti e minacciano la sopravvivenza dell’uomo quanto l’uso delle armi di distruzione di massa. In tale ottica, ancora una volta, l’esempio di Francesco ci aiuta a leggere il presente. La natura è, infatti, largamente presente nella riflessione teologica del Santo di Assisi. A partire dal Cantico delle Creature, lode scritta da lui per celebrare la bellezza del Creato in tutte le sue forme. Per Francesco tutti gli uomini sono fratelli, perché figli di una natura immagine vivente di Dio. Essa, a dispetto di quanto predicato dalla Scolastica medioevale, non è più fonte di peccato, ma madre di infiniti figli. Una madre che Francesco per primo chiede di rispettare, reguardendo quanti vorrebbero sfruttarla a fini economici. Torna, dunque, a replicarsi quel contrasto fra uomo e natura che da sempre è causa di conflitti e ingiustizie. Lo sfruttamento rapace del suolo, nella riflessione francescana, è, difatti, alla base di un’iniqua distribuzione della ricchezza. Una forma di discriminazione che nei secoli ha continuato ad accrescersi nel seno della moderna società dei consumi, ma che oggi, nel pieno del trionfo della tecnica, ha creato sperequazioni e disuguaglianze ancora più profonde. Secondo l’ONU, la diseguaglianza sociale in Occidente è cresciuta in trent’anni di più del 75%. Tale dato, oltre a descrivere una crisi strutturale dell’attuale modello socioeconomico, getta una luce sinistra sul futuro dell’umanità. Il rischio è quello precipuo di creare una società di alienati, di automi che coltivano l’apatia come deterrente per sfuggire a una quotidianità deprimente e dolorosa. Si comprende, allora, quanto di fronte a tali insidie il messaggio cristiano di salvezza sia rivoluzionario. La speranza di costruire un mondo migliore deve sempre essere alimentata dalle nostre coscienze. Alla stregua della luce votiva che splende sulla tomba di Francesco. Una luce che illumina l’avvenire dell’Italia e che non ci abbandona in balia della tempesta.                                                                                                                  Di Gianmarco Pucci

Ombre russe

La scorsa settimana ha destato molto scalpore la notizia di presunti finanziamenti russi ad alcuni partiti politici europei. A rivelarlo, come è noto, è stato il Dipartimento di Stato Usa, il quale ha puntato l’indice verso quelle forze politiche sovraniste che da anni minano la compattezza dell’UE. Fra questi partiti, finiti nel novero dei sospetti, non vi sarebbero, fortunatamente, quelli italiani. Malgrado, infatti, le becere asserzioni contro l’Europa che abbiamo udito in questi anni, nessuno di essi avrebbe le casse colme di rubli. Ciononostante, questa notizia non dovrebbe essere presa alla leggera. Se non altro, perché getta un’ombra cupa sul futuro dell’Europa. Infatti, non può sfuggire come in ogni guerra, accanto ai combattimenti sul campo, troppo spesso finisce per prevalere una dimensione ulteriore, collaterale a quella che segue il corso degli eventi. Si tratta della guerra sporca delle spie, ovvero di quel tipo di guerra non convenzionale condotta per sottrarre informazioni e conoscere i punti deboli del nemico. Una guerra certamente meno edificante di quella ufficiale, ma altrettanto subdola e pericolosa, dove non ci sono grandi ideali, ma solo oscuri compromessi. Tale fattispecie era conosciuta fin dai tempi dei romani, ma ha raggiunto il suo apice solo nel secolo scorso. Emblematico, in tal senso, è stato il caso di  Mata Hari, famosa danzatrice olandese reclutata come spia dalla Germania durante la Grande Guerra. Ella, proveniente da una famiglia agiata della Frisia, venne assoldata dal console tedesco all’Aia, che la incaricò di sorvegliare le truppe francesi stanziate presso il teatro di Vittel. La sua eccessiva disinvoltura, tuttavia, destò da subito dei sospetti. Il controspionaggio francobrittanico era convinto fosse una spia e l’arrestò una prima volta già nel dicembre del 1916 a Falmouth, vicino Londra. A condannarla non furono però gli inglesi, ma i tedeschi, i quali denunciarono Mata Hari per tradimento, dopo che questa aveva rivelato al nemico la posizione di alcuni suoi sottomarini al largo delle coste del Marocco. Venne, dunque, nuovamente arrestata, processata e condannata a morte in Francia. Inutile fu il tentativo di chiedere la grazia presidenziale. Mata Hari venne giustiziata presso il castello di Vincennes, alle porte di Parigi, la mattina del 15 ottobre 1917. Una storia che si è replicata ai giorni nostri e che ha visto per protagonista un’altra donna, questa volta russa, riuscita ad eludere la sicurezza della base Nato di Napoli. Secondo la ricostruzione di Repubblica e dello Spiegel, che hanno seguito l’inchiesta, questa si sarebbe infiltrata circa un anno fa nel quartier generale dell’Alleanza Atlantica allo scopo di sottrarre informazioni riservate. Sfruttando le proprie frequentazioni di alcuni circoli mondani partenopei, la donna si sarebbe fatta assumere dalla Marina Usa e avrebbe spiato le conversazioni dei suoi vertici militari. Fonti americane riferiscono che la scoperta della spia sarebbe avvenuta casualmente, dopo che questa ha abbandonato la base per far ritorno in Russia, esibendo un passaporto del GRU, il servizio segreto militare di Mosca. Non è noto quali notizie possa aver appreso, ma è certo che l’episodio rappresenta la più grande operazione d’intelligence russa sul suolo italiano. Come, del resto, sempre in Italia è avvenuta la scoperta di un’altra spia al soldo di Mosca. Stiamo parlando, ovviamente, di Walter Biot, ufficiale della Marina italiana di stanza presso lo Stato Maggiore della Difesa. Secondo la magistratura militare, Biot avrebbe ceduto informazioni top secret ai russi per 5000 euro. L’ufficiale, già da tempo sospettato di intelligenza con Mosca, adesso rischia l’ergastolo per alto tradimento e la radiazione dalla Marina. Stessa sorte toccata a un suo collega francese, arrestato a Napoli nel 2020 dai servizi d’oltralpe con l’accusa di essersi venduto ai russi. Risulta, allora, evidente che, a prescindere dalle rassicurazioni degli Usa, il nostro Paese non è indenne da interferenze straniere. Lo dimostra il fatto che il tema della Russia sta agitando, come non mai, la campagna elettorale in corso. L’ambiguità di Matteo Salvini sui suoi rapporti con il partito di Putin e la vicinanza di Giorgia Meloni all’Ungheria di Viktor Orban suscitano, non a caso, dubbi e interrogativi sulla trasparenza di quanti ancora mantengono un contegno indulgente verso l’autocrazia putiniana. Quella stessa autocrazia che pur di salvare se stessa non esita a massacrare un popolo inerme e a ricorrere a tutti i mezzi pur di beffare le democrazie occidentali. Anche ad assoldare un esercito segreto di spie, capace di influenzare il corso di una guerra dagli esiti sempre più imprevedibili.                                                                              Di Gianmarco Pucci

Rasputin, l’uomo che sussurrava agli Zar

La settimana scorsa, a pochi Km da Mosca, un convoglio di auto su cui viaggiava Alexandr Dugin, meglio noto come “l’ideologo di Putin” è stato attaccato mentre rientrava da una missione in Ucraina. L’attentato, in cui ha perso la vita la figlia di Dugin, Darya, è stato da subito attribuito dalle autorità russe ai servizi di sicurezza ucraini, i quali avevano seguito le mosse del consigliere di Putin e di sua figlia fin dal loro arrivo nel Paese. Secondo fonti di Kiev, costoro erano giunti in Ucraina con l’obiettivo di sostenere le truppe filorusse che controllano il Donbass e denunciare i crimini commessi dagli ucraini verso la minoranza russofona. Dugin ha anche, in tale frangente, auspicato lo sterminio del popolo ucraino, colpevole secondo lui di tradimento verso la madrepatria russa e i suoi valori fondanti. Una tesi che egli, in qualità di filosofo molto famoso in patria, ha sempre sostenuto, elaborando un pensiero dottrinario originale e poco ortodosso. Dugin, infatti, è noto come un pensatore nazionalista, fautore della teoria euroasiatica, che fondendo fra loro tradizionalismo russo, postmodernismo ed esoterismo giunge a postulare l’avvento di un grande impero orientale in grado di soppiantare le democrazie liberali occidentali. Attingendo a filosofi come Heidegger e Nietzsche, Dugin si fa portavoce di un nuovo pensiero conservatore paneuropeo, fedele al Marx delle origini, ma alieno dal bolscevismo tradizionale, secondo lui da declinare in un’ottica puramente nazionalistica e russocentrica. Etnocentrismo molto diffuso nella Germania Nazista e ben simboleggiato dalla passione di Hitler per il  neopaganesimo ariano, verso cui Dugin nutre grande ammirazione. Tuttavia, malgrado la sua vicinanza all’ideologia nazista, Dugin è stato spesso accostato ad un altro personaggio importante della moderna storia russa. Per il suo ruolo di consigliere di Putin, egli è stato, infatti, ribattezzato dalla stampa estera il Rasputin del XXI secolo. Quello stesso Rasputin che, nella Russia Zarista, acquisì, grazie a presunte doti taumaturgiche, un’importanza notevole durante l’Impero dei Romanov. Egli, monaco proveniente dalla Siberia sudoccidentale, giunse a San Pietroburgo alla fine del 1905, recando con sé la fama di mistico e di guaritore. Doti che gli attirarono la benevolenza della principessa Milica del Montenegro e di sua sorella Anastasia, grandi esperte di spiritismo e pratiche occulte. Non per niente, fu proprio il carisma di Rasputin su di loro a introdurlo a corte, dove per le sue doti di starevic ( profeta) divenne in breve tempo un protetto dello Zar Nicola II e di sua moglie Alessandra. Specialmente la Zarina nutriva grande fiducia in Rasputin, dopo che esso guarì il figlio Aleksej dall’emofilia. Questo fu il primo dei tanti miracoli attribuiti a Rasputin e che contribuiranno negli anni successivi ad accrescerne la fama di guaritore. Tuttavia, a corte molti lo odiavano e lo ritenevano un ciarlatano. Secondo il principe Feliks Jusupov, suo futuro assassino, Rasputin era un impostore che si era intrufolato nella famiglia Romanov, sfruttando le sue conoscenze dell’ipnosi e del mesmerismo, per arricchirsi indebitamente. Fu anche accusato di essere un eretico e di perseguire una vita dissoluta, dedita all’alcol e alla lussuria più sfrenata. Rasputin era, infatti, un assiduo frequentatore della setta religiosa di Chlysty, dedita a pratiche orgiastiche e come tale bandita dalla religione ufficiale. Ciononostante, ad attirargli le antipatie della dieta russa non furono le sue abitudini di vita, ma la sua crescente influenza sullo Zar, all’indomani dello scoppio della Prima guerra mondiale. Le sue continue ingerenze nella politica russa e il suo notevole ascendente sulla Zarina, furono sempre più viste con sospetto da quanti ritenevano il mistico siberiano una spia della Germania nemica. Questo, unitamente al degrado morale portato a corte, fu alla base di vari complotti per ucciderlo. Di questi solo l’ultimo, ordito da Jusupov, Pavlovic e Purishkevich andò a buon fine. Ciò contribuì a consolidare la fama sulla presunta immortalità del monaco, capace di sfuggire fortuitamente alla morte in virtù di un patto suggellato con il demonio. Superstizioni che non ne hanno intaccato la fama, giunta inalterata fino a noi. Invero, a prescindere da ogni speculazione parascientifica, resta che Rasputin è stato certamente un mago della parola, un abile manipolatore che è riuscito, facendo leva sulle credenze popolari diffuse nella Russia dell’epoca, a soggiogare ai suoi voleri un’intera nazione. Un po’ come fanno oggi i moderni consiglieri politici, che prestano il loro ingegno al potere per indirizzarne l’opera. Ed esattamente come ha fatto Dugin, la cui feroce retorica populista oggi paga un prezzo altissimo. Quello di aver sacrificato la vita della figlia sull’altare della ragion di Stato.                                                                                                                                        articolo di Gianmarco Pucci

C’era una volta l’America

Per lungo tempo è stata rappresentata come il faro della libertà, come la patria della democrazia e del capitalismo. Una terra giovane, florida e ricca di opportunità per chiunque avesse voluto approfittarne. Oggi, invece, gli Stati Uniti d’America sono ben lontani dai fasti del grande sogno che ne ha accompagnato l’epopea. Al contrario, essa è oggi una nazione smarrita, senza più un’identità e vittima delle proprie contraddizioni. Una frattura che attraversa trasversalmente la società americana e che ha raggiunto il suo apice il 6 gennaio 2021. Prima di allora, infatti, nessuno si sarebbe mai immaginato di vedere il Congresso, tempio della democrazia statunitense, assaltato da una banda di fanatici invasati. E, ancor meno, nessuno si sarebbe mai immaginato che ad istigarli potesse essere proprio il Presidente in carica. Un’accusa che Donald Trump ha sempre respinto al mittente, addebitando ai democratici la responsabilità dei fatti di quel giorno. Invero, a riprova della valenza traumatica di quell’episodio, la questione è tornata ad animare il dibattito pubblico americano. La nuova commissione d’inchiesta del Congresso, sta infatti tentando di fare luce sull’accaduto, indagando sul ruolo assunto dalla Casa Bianca in quelle ore. In particolare, si sta cercando di comprendere se l’assalto fu premeditato e che ruolo ha avuto in tutto questo l’ex Presidente. Dalle prove fin qui raccolte, sta emergendo un quadro accusatorio non favorevole per Trump. Membri dello staff del Presidente parlano apertamente di evento non spontaneo, orchestrato ad arte per sovvertire l’esito del voto, millantando brogli ed elezioni rubate. Lo ha affermato Jason Miller, portavoce del comitato per la rielezione di Trump, che ha raccontato di un Presidente ostinatamente convinto del furto elettorale. Lo ha ripetuto anche l’ex Ministro della Giustizia, William Barr, il quale ha bollato come “idiozia” il tentativo di Trump di capovolgere il voto. Eppure, nonostante tali dichiarazioni, Trump continua a negare, denigrando chi lo accusa e definendo “circo mediatico” la commissione inquirente. La sua reprimenda non risparmia nessuno, tantomeno i repubblicani che non gli manifestano fedeltà e obbedienza. Fra questi, adesso c’è Liz Cheney, figlia dell’ex Vicepresidente di George W Bush e membro della commissione d’inchiesta. Secondo Cheney, Trump è moralmente responsabile dell’assalto a Capitol Hill, avendolo avallato e giustificato. Ha, inoltre, richiamato i suoi colleghi ai propri doveri verso la nazione, smettendola di difendere l’indifendibile versione di Trump. Dichiarazioni pesanti, più che al vetriolo, che descrivono un Paese in cui la politica è sempre di più vista come lontana dal popolo e incurante dei suoi problemi. Un sentimento che serpeggia diffusamente fra la gente e di cui Trump ha approfittato. Egli, infatti, dietro la promessa di rifare grande l’America, ha invece perseguito, in ossequio al motto “dividi et impera”, l’obiettivo di spaccare ulteriormente gli Stati Uniti, mettendo tutti contro tutti. Bianchi contro neri, uomini contro donne, eterosessuali contro omosessuali, conservatori contro progressisti. In tal senso, il fenomeno trumpiano è una formidabile chiave di lettura per interpretare la becera regressione della civiltà statunitense. Imbarbarimento testimoniato anche dal moltiplicarsi degli episodi di violenza ai danni delle minoranze e che trovano il proprio comune denominatore nella crescita esponenziale del degrado nei centri urbani e nelle province. Emblematico, in tal senso, sono le esecuzioni sommarie di afroamericani da parte della polizia in molte città statunitensi. Omicidi dettati dall’odio razziale e che, come nel caso di George Floyd, niente hanno a che vedere con l’amministrazione della giustizia. A tal riguardo, proprio dopo i fatti di Minneapolis, si sono moltiplicate le denunce contro le violenze della polizia e sono sorti i primi movimenti spontanei di contrasto al fenomeno. Come, ad esempio, Black Lives Matter, movimento nato per opporsi al razzismo della polizia, attraverso denunce e pubblicazioni sui social di video o immagini che rappresentano, senza edulcorazioni, la brutalità degli agenti verso i neri e gli ispanici. Tuttavia, il seme della violenza, a quanto pare immanente alla società americana, è stato in questi tempi osservato anche in un altro senso. Lo scorso 24 maggio, infatti, la cittadina di Uvalde, in Texas, è stata teatro di una strage commessa, ancora una volta, ai danni di una scolaresca da parte di uno squilibrato. L’episodio ha riaperto il dibattito sull’eccessiva discrezionalità con cui negli Usa si permette a chiunque di dotarsi di un’arma da fuoco. Una tradizione che affonda le sue radici nella storia americana e che, essendo consacrata a livello costituzionale dal secondo emendamento, viene percepita da buona parte dei suoi cittadini come un diritto inviolabile o, per meglio dire, irrinunciabile. Ciononostante, il livello di indignazione raggiunto in seguito a questa vicenda, ha costretto la politica a decidere. In Senato, per la prima volta, si è raggiunto un accordo bipartisan sulla necessità di vietare l’acquisto di armi ai minori di 21 anni e ai soggetti pericolosi( cosiddette leggi “red flag”). L’accordo, solamente di massima, ha già infastidito la National Rifle Association, potente lobby delle armi Usa, la quale da sempre esercita pressioni a livello federale, finanziando leggi che consentono ai cittadini di armarsi liberamente. Una pressione, quella delle lobby sulla politica, che mette in luce un’altra vicenda critica della democrazia americana, ovvero la sua contiguità con il grande capitale. Una commistione che, in questi anni, ha acuito le distanze fra centro e periferia, peraltro influenzando l’esito delle ultime elezioni presidenziali. Da Obama in poi, questa schizofrenia istituzionale si è riproposta a più livelli e continua a replicarsi ancora. Ma, soprattutto, quello a cui si assiste ormai da tempo è alla compresenza di due Americhe, entrambe disilluse sul proprio avvenire e aggrappate ai resti delle proprie convinzioni. Due Americhe che, tanto per dire, invece di preoccuparsi della Guerra in Ucraina, preferiscono interessarsi degli effetti di essa sull’economia domestica( come l’inflazione). C’è, infine, un’altra America, ovvero quella di Hollywood che, dal caso Weinstein in poi, ha visto crescere il movimento Me Too, movimento di reazione alle molestie femminili da parte di divi e potenti del jet set. Da ultimo, a farne le spese è stato Johnny Depp, trascinato in tribunale dall’ex moglie Amber Heard, con un’accusa di molestie e maltrattamenti, rivelatasi in seguito falsa. A tal proposito, la Corte della California ha prosciolto Depp e condannato la controparte a risarcirgli danni per 15 milioni di dollari. Un verdetto non scontato, considerando quello che si vede negli ultimi tempi anche qui da noi in Italia, ma che rende oltremodo evidente quanto i problemi di oltreoceano finiscano per riflettersi anche in Europa, rinverdendo il vecchio motto per cui “se l’America piange, l’Italia non ride”.                                                                                                    Articolo di Gianmarco Pucci

Inferno: viaggio nel profondo sud

Napoli, un paradiso abitato da demoni e, dopo di lei, specchio del male oscuro dell’Italia, la Sicilia, la Calabria e, infine, la Puglia. Un male oscuro che soffoca da sempre il Mezzogiorno e che gli impedisce di emanciparsi dalla sua condizione di moderno Inferno dantesco. Parallelismo ben presente nello storico saggio di Giorgio Bocca, intitolato per l’appunto Inferno, e che descrive, senza indulgere in velleitari entusiasmi, una realtà complessa, fatta di paradossi e di ambiguità. Scritto all’indomani delle stragi di mafia del 1992, Inferno sposa un punto di vista critico fino all’eccesso, raccontando in modo ruvido e diretto la piovra. Tuttavia, anche a causa della riconosciuta antipatia di Bocca per i meridionali, l’opera fallisce nel suo intento di offrire soluzioni al problema, escludendo qualunque possibilità di riscatto dalla piaga mafiosa. Un intento che, al contrario, ha animato, fino all’estremo sacrificio, l’azione di Giovanni Falcone. Per Falcone, di cui pochi giorni fa si è celebrato il trentennale della morte, la mafia è un fenomeno tipicamente umano e, come tale, con un inizio e una fine. Fine che, però, tarda ad arrivare. Anche a causa della  volontà, spesso assente, dello Stato ad impegnarsi per debellare questo cancro. Ma, soprattutto, per i torbidi legami fra Cosa Nostra, la politica e l’alta finanza che da tempo si sono saldati fra loro. Vincoli che rendono bene l’idea di come la mafia sia immanente alla società italiana e ne condizioni l’evoluzione dei costumi. Essa, infatti, nasce in Sicilia pochi decenni prima dell’unificazione italiana e, almeno agli inizi, presenta i caratteri tipici di una qualunque società segreta risorgimentale. Invero, come affermato nel rapporto di Pietro Ulloa, Procuratore del Re a Trapani, tali fratellanze hanno iniziato a diffondersi sul finire della dinastia Borbonica, presentandosi come vendicatori dei soprusi commessi dai nobili sul popolo. Non a caso, secondo il magistrato, tali sette nascevano in territori in cui la giustizia era amministrata in maniera primitiva e arbitraria da parte di chi deteneva il potere. Una caratteristica che ancora oggi identifica l’organizzazione mafiosa, quale società verticistica contraddistinta da un vincolo familistico e unitario fra i suoi appartenenti. Tuttavia, è con l’Unità d’Italia che si inizia a prendere coscienza del problema. Dopo la vittoria dello Stato sul brigantaggio, iniziano ad affluire al Ministero degli Interni rapporti allarmanti dei prefetti sulla situazione dell’ordine pubblico in molte province del Mezzogiorno. Di particolare importanza è il rapporto Sangiorgi, che per primo denuncia la presenza in Sicilia di un’organizzazione tentacolare, capillarmente diffusa su tutto il territorio e che, giovandosi dei legami di sangue fra i suoi affiliati, gestisce numerose attività illecite connesse al controllo dei pascoli o al contrabbando dei prodotti agricoli. Il rapporto contribuirà ad infoltire il materiale già raccolto dalla Commissione d’inchiesta del 1867, istituita dal Parlamento proprio per indagare sul problema. Dai verbali della Commissione si evince come non solo in Sicilia, ma anche in Calabria e Campania sussistano, pur con le dovute eccezioni, organizzazioni di questo tipo. Paranze di campieri, che in una società rurale come quella italiana, assurgono al rango di vassalli dei nuovi signori. Uomini che seguono, peraltro, una rigida deontologia( la cosiddetta regola dell’onore), quale fondamento di una psicologia pressoché impenetrabile dall’esterno. Tale codice d’onore , tuttavia,  è stato abbandonato dalla mafia a partire dagli anni “70”, successivamente all’insorgere del nuovo e fiorente traffico della droga. La droga, infatti, ha cambiato radicalmente la mafia, rendendola più spregiudicata. Ma, in particolare, essa ha permesso la definitiva sostituzione della vecchia mafia, devota a riti ancestrali, con la nuova mafia imprenditoriale. Una mafia, cioè, che trae la sua forza dalla collusione con gli apparati pubblici e che si avvale per i suoi affari della collaborazione con altre associazioni criminali. Come l’Ndrangheta in Calabria, che da tempo ha scavalcato Cosa Nostra in termini di prestigio, grazie anche al sodalizio con la massoneria deviata. Ovvero, la Camorra, che dopo la parentesi di Cutolo a Napoli, ha visto emergere prepotentemente il ruolo del clan dei Casalesi in provincia di Caserta. Clan che, peraltro, controlla ormai da anni il racket del litorale laziale con l’apporto della malavita locale. Complice, poi, la globalizzazione, la mafia di oggi è sempre di più una mafia apolide, che transita nei mercati, infettando aziende e tessuti produttivi un tempo ritenuti sani. Ciò testimonia senz’altro un arretramento nella lotta dello Stato contro di essa. Malgrado le importanti leggi approvate fra gli anni “80” e”90″, lo Stato fa ancora troppo poco per sradicare questa gramigna velenosa. Come ha ricordato recentemente il Premier Draghi, lo Stato deve investire maggiormente nel prevenire il fenomeno, favorendo il diffondersi della cultura della legalità nelle scuole e combattendo la povertà. Sotto il profilo giuridico, il Presidente del Consiglio ha insistito nella necessità di dotare i prefetti e le forze dell’ordine di strumenti più efficaci nel contrasto alla mafia. In particolare, per ciò che concerne la confisca dei beni, strumenti accessori del potere mafioso, ma che accrescono il prestigio dei boss fra la gente comune. Infine, la lotta all’omertà, che solo in parte il pentitismo ha scalfito. Esso, infatti, costituisce ancora oggi la migliore garanzia per la mafia di fare affari senza sporcarsi le mani. Un rischio che giustifica lo scetticismo di Bocca sull’imminente fine di un fenomeno, talmente compenetrato con lo Stato, da far sembrare illusoria qualsiasi speranza di cambiamento.                                                                                                                           articolo di Gianmarco Pucci 

La grande invasione

L’altro giorno, rientrando a casa mi è capitato di imbattermi in un’allegra famiglia di cinghiali a spasso fra le macchine parcheggiate sotto il mio palazzo. I simpatici ungulati, per niente intimoriti dalla mia presenza, mi sono passati davanti e si sono, finanche, messi in posa per una sublime foto ricordo( di cui sopra). Di per sé il fatto non sorprende, considerando che ormai da anni in molte zone di Roma, specialmente in quelle situate più a nord, i cinghiali sono diventati parte integrante del tessuto urbano. Tuttavia, aldilà di ogni facile umorismo, ciò che sta accadendo è segno di un problema ben più grave. Un problema che si intreccia con i decenni di cattiva amministrazione cittadina e, in particolare, con la questione dello smaltimento dei rifiuti. Una questione che è stata al centro, nel corso degli anni, di una vivace diatriba fra Comune e Regione e che non ha portato a nessun risultato concreto. Al contrario, dopo la dura presa di posizione del M5S sul termovalorizzatore della Capitale, il dibattito si è ulteriormente infiammato, causando tensioni fra il PD e i grillini. Infatti, l’attribuzione al Sindaco Gualtieri di poteri speciali per fronteggiare l’emergenza rifiuti, ha fortemente irritato il M5S romano, da sempre contrario alla realizzazione dell’opera. Opera che, secondo i pentastellati, stravolgerebbe il piano regionale e che avrebbe un impatto deflagrante sulla conservazione dell’ecosistema. Ambiente che, complice anche la deforestazione di vaste aree dell’agro e del litorale, è stato negli ultimi decenni messo a repentaglio dalla crescente speculazione edilizia. Ciononostante, dietro le continue incursioni dei cinghiali in città, si cela dell’altro. Il Ministero della Salute, infatti, ha firmato pochi giorni fa un’ordinanza in cui dichiara la zona rossa a Roma contro la Peste suina. Tale sindrome, fortunatamente non trasmissibile all’uomo, costituisce un’ulteriore chiave di lettura per interpretare ciò che sta accadendo in questi giorni nella Capitale. La malattia, infatti, apparterrebbe al genotipo africano, importato in Europa a causa degli scarsi controlli di sicurezza effettuati sulle carni suine provenienti dal Subsahara. Essa, complice anche la crudele e insensata pratica degli allevamenti intensivi, si è propagata qui da noi con enorme facilità, infettando dapprima i maiali e, infine, i cinghiali. Il virus, una tipica malattia virale, presenterebbe i classici sintomi di una febbre emorragica e provocherebbe negli animali infetti inappetenza, aggressività e disorientamento. Ciò spiega la massiccia invasione di questi giorni e i costanti avvistamenti degli animali vicino ai cassonetti della spazzatura alla ricerca di cibo. Da qui, la necessità avvertita dal Governo e dalla Regione, su pressione dei cittadini sempre più allarmati, di adoperarsi per porre un argine a questo fenomeno. Si è, pertanto, deciso  di affidare al Prefetto il compito di provvedere all’individuazione e all’abbattimento degli animali infetti. Inoltre, si è deciso di estendere la zona rossa anche ai comuni limitrofi a Roma, vietando il transito nei pressi delle riserve naturali. È importante in questa fase, ha dichiarato il Governatore Zingaretti, limitare la circolazione dei cinghiali nelle aree urbane, presidiando anche i varchi di accesso agli svincoli autostradali. Un compito questo che vedrà  presto all’opera la Regione, l’Anas e le associazioni ambientaliste locali. Tuttavia, nonostante l’incisività di tali misure, la Peste suina avrà pesanti ripercussioni sotto il profilo socio-economico. A partire dai danni alla filiera suinicola, che a causa del divieto di esportazione delle carni italiane verso l’UE si troverà a far fronte a una crisi gravissima. Crisi che si somma a quella già vissuta dal settore e di cui il costante calo delle vendite(-2,5% nel solo 2021), unitamente al rincaro dei prezzi delle materie prime, è indice indefettibile. Tuttavia, a preoccuparci maggiormente dovrebbero essere le ricadute sociali. L’insorgere, infatti, di nuovi patogeni, provenienti dal mondo animale e suscettibili di trasmettersi all’uomo, ci costringerà sempre di più a rivedere le nostre abitudini di vita. Abitudini che, alla luce di quanto già accaduto con il Covid, non sono più indiscutibili come credevamo.                                                                                                                             articolo di Gianmarco Pucci

A che punto è la notte?/2

“La guerra finirà solo quando la Federazione Russa deciderà di finirla. Solo allora, dopo un vero cessate il fuoco, ci potrà essere un serio accordo di pace”. A dichiararlo, durante la sua visita a Kiev di mercoledì, è stato il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres. Camminando fra le macerie della Capitale, Guterres ha manifestato tutto il suo sconcerto verso la brutale aggressione russa all’Ucraina. Per il Segretario delle Nazioni Unite è, infatti, inaccettabile assistere a una guerra come questa nel XXI Secolo. Una guerra che sta mietendo enormi perdite fra i civili e che si sta dimostrando sempre più foriera di orrori indicibili. Da qui l’esigenza, avvertita da Guterres, di giungere quanto prima a una soluzione diplomatica della crisi. Soluzione che, tuttavia, non è all’orizzonte, a causa del persistere del conflitto. Le truppe russe, infatti, sono sempre più in difficoltà sul terreno. Esse hanno ripreso a bombardare Kiev e Kharkiv, ma senza riportare risultati significativi. Neanche a sud, dove ieri sono ripresi gli attacchi della contraerea su Odessa, la situazione sembra migliorare. A Mariupol, poi, la situazione è veramente drammatica. Nonostante gli attacchi incessanti, le forze occupanti non sono ancora riuscite a sgominare gli ultimi resistenti, asserragliati nell’acciaieria cittadina da molti giorni. Ciò sta imprimendo un nuovo corso al conflitto in essere. Tanto che per rimuovere lo stallo in atto, il Cremlino starebbe pensando di ordinare la mobilitazione generale il prossimo 9 maggio. Non è ancora chiaro cosa accadrà quel giorno, ma è certo che Putin chiamerà a raccolta il proprio popolo per combattere contro i “nazisti” ucraini e i loro alleati. Tuttavia, questo non dovrebbe rappresentare un allargamento del conflitto ad altre nazioni. Malgrado, infatti, le tensioni degli ultimi giorni, la Russia non sembrerebbe, almeno in teoria, disposta ad imbarcarsi in una guerra totale con l’Occidente. È ,comunque, vero che la settimana appena trascorsa sul fronte diplomatico è stata abbastanza negativa. Nel suo colloquio con il capo delle Nazioni Unite, Putin ha ribadito che non accetterà mai di sedersi al tavolo dei negoziati con Kiev, senza prima ottenere il Donbass e la Crimea. Il leader russo, successivamente, è tornato ad attaccare la Nato, colpevole a suo dire di ostacolare un qualsiasi accordo di pace. Accuse che si sono aggiunte alle minacce che il Cremlino ha rivolto nuovamente all’Occidente. Specialmente dopo il vertice di Ramstein, dove la Nato ha deliberato l’invio di nuove armi all’Ucraina e ha preannunciato nuove e pesanti sanzioni. Sanzioni che colpiranno asset strategici in Europa e che contribuiranno al deprezzamento del rublo. Obiettivo di Usa e Ue è, infatti, quello di dissuadere la prosecuzione bellica, imponendo un embargo energetico alla Russia dagli esiti devastanti. Una prospettiva che allarma il Cremlino e che accresce la tensione internazionale. Se la sicurezza della Russia dovesse essere in pericolo, ha detto Putin, nulla esclude che si possa ricorrere alle armi atomiche. Un sinistro ammonimento che, tuttavia, è stato stemperato poche ore dopo da Lavrov. Il Ministro degli esteri russo ha affermato di ritenere inammissibile un conflitto nucleare e che la Russia non è in guerra con la Nato. Lavrov ha anche detto che, seppur con fatica, i negoziati con l’Ucraina stanno proseguendo e ha dichiarato di stare lavorando a un possibile trattato di pace. Notizia, quest’ultima, confermata anche da Zelensky, il quale pur di ristabilire la pace in Ucraina si è detto pronto ad incontrare Putin e a discutere con lui della neutralità del paese. Un invito che al momento non è stato raccolto dal Cremlino, ma che non esclude clamorosi colpi di scena nei prossimi giorni. Specialmente in vista del 9 maggio, una data fatidica per comprendere l’evoluzione del conflitto e i possibili scenari futuri.                                                                                                                           articolo di Gianmarco Pucci 

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