Chiamata da Hanoi

Il 1969 è stato un anno unico e sotto molti aspetti irripetibile per il gran numero di scoperte che hanno influenzato il cammino dell’uomo verso il progresso. Un’avanzata a tratti inesorabile che ha visto l’uomo primeggiare su tutte le altre specie viventi presenti sul Pianeta ed estendere i confini della propria scienza al di là del tempo e dello spazio terrestre. Il 1969 verrà, infatti, ricordato universalmente come l’anno dell’arrivo dell’uomo sulla Luna, della conquista definitiva dello spazio da parte di esso dopo anni di prove ed esperimenti. Una conquista che, parafrasando Neil Armstrong, ha significato molto per il trionfo della scienza e dell’ingegno umano, ma che  ha anche coperto fatti eminentemente negativi verificatosi proprio in questo anno. Se da un lato gli Stati Uniti vincevano la guerra con i russi, accaparrandosi l’ultima frontiera dell’esistenza umana, dall’altro essi si ritrovavano a combattere in Vietnam una guerra da molti ritenuta crudele, insensata e inutile. Un conflitto che oltre ad avere spazzato via tante giovani vite e i sogni di un’intera generazione, ha creato  ferite profonde nella società americana per il modo in cui è stata condotta. Basta pensare che proprio il primo Dicembre del 1969, a fronte del costante aumento delle vittime fra civili e militari, l’amministrazione  Nixon, per ingrossare le fila dei soldati da inviare in Vietnam, inventò un nuovo sinistro sistema: l’estrazione a sorte. Secondo la nuova norma, infatti, i militari di leva venivano sorteggiati in base alla loro data di nascita e inviati in guerra a prescindere dalla razza, dall’età, dalla religione e dallo status sociale. Inutile dire che questo sistema, da molti ritenuto più equo rispetto alle modalità di selezione tradizionali, fu  duramente contestato da una parte consistente della popolazione, contraria già di per sè  al coinvolgimento bellico degli Usa in Vietnam. Coinvolgimento che durava ormai da anni e che aveva visto, dopo il ritiro dei francesi dalla penisola vietnamita, un progressivo incremento della presenza americana nella regione allo scopo di contrastare l’espansione comunista nel sudest asiatico. Fu proprio per tali motivi che la protesta non tardò ad organizzarsi, dando vita a un movimento destinato a entrare nella storia non solo americana, ma del mondo: il movimento del “68”. Un movimento che dalle Università si propagò rapidamente in tutto il paese e superò l’Oceano, inaugurando con lo slogan “facciamo l’amore non la guerra” un nuovo paradigma sociale, figlio della dottrina della non violenza gandhiana. Fu così che da lì a poco la società americana si ritrovò divisa in due, con manifestanti che aumentavano di giorno in giorno in proporzione alla crescita dei morti in Vietnam. La roulette russa, così era stata chiamata la lotteria per il Vietnam, provocò vivaci e violenti scontri di piazza in cui si bruciavano le cartoline di convocazione dell’esercito, le bandiere a stelle e strisce e si gridavano slogan contro un governo che rappresentava un’ America imperialista e guerrafondaia. Per sfuggire all’inferno vietnamita molti giovani non esitarono a espatriare in Canada o ad arruolarsi nella Guardia Nazionale, convinti che quello sarebbe stato l’unico corpo militare a non essere obbligato ad andare combattere in Asia. Tuttavia, malgrado un forte dissenso verso la guerra, in Vietnam i morti erano migliaia. Alla fine del 1967 i morti fra le fila dell’esercito Usa erano più di 11.000, una cifra che si andrà ad assommare ai 58.272 conteggiati al termine del conflitto nel 1975. Una cifra che ciò nonostante non tiene conto delle  altre vittime, ovvero i tanti soldati tornati a casa traumatizzati e che non hanno trovato una società che li ha accolti, ma al contrario li ha spesso respinti, favorendone l’emarginazione e quel che peggio la messa al bando. Una condizione quest’ultima che ha accomunato tutti quelli che hanno avuto modo di subire l’orrore della guerra. Lo stesso trattamento fu riservato da noi in Italia ai reduci della Grande Guerra e per certi versi anche a quelli dell’Iraq, specie dopo l’attentato di Nassiria. Verrebbe da dire che questi sono gli effetti collaterali del troppo amore, di chi ama cioè così tanto la pace da non rendersi conto, trasformando un idea in principio, di ferire chi la guerra non l’ ha voluta, ma l’ha subita.  Probabilmente è invece vero il contrario, ossia che in guerra non esistono né vincitori né vinti, ma solo vittime. E nel caso specifico del Vietnam, come disse Oriana Fallaci, le vittime sono quelle migliaia di ragazzi fra i 18 e i 30 anni eliminati dalla faccia della terra nel pieno della loro gioventù.

Una terra senza pace

Giovedì scorso, davanti alla sede della Camera, si è svolta la manifestazione organizzata dai sindaci calabresi contro il commissariamento della sanità regionale. L’evento ha riunito a Roma i rappresentanti dei comuni capoluogo di provincia e di altre municipalità importanti della regione e ha avuto come obiettivo quello di chiedere un intervento urgente del governo per superare lo stato di incertezza determinatosi in Calabria nelle ultime settimane. In particolare, i sindaci hanno chiesto al Presidente Conte di rimuovere la zona rossa in Calabria e di nominare un commissario idoneo ad affrontare l’emergenza sanitaria. Ruolo questo che pare nessuno possa (o voglia) assumere e che ha dato luogo a un imbarazzante siparietto di nomine, subito  rimesse per i motivi più surreali e grotteschi. Episodi che hanno aggravato il quadro già precario di una regione con un sistema sanitario commissariato da più  di dieci anni a causa dei tagli e dei debiti accumulati dalle aziende ospedaliere negli ultimi lustri. Una situazione drammatica che, tuttavia, solo la concomitanza di alcuni fattori inediti come l’emergenza sanitaria da Coronavirus e lo scioglimento anticipato della giunta regionale,  dovuto alla morte del governatore Jole Santelli lo scorso Ottobre, ha fatto emergere in tutta la sua tragica dirompenza. Del resto, che la situazione sia grave e che avrà rilevanti ripercussioni sulla gestione del territorio lo si evince anche dalle parole pronunciate dai sindaci nel corso della manifestazione, parole che suonano come un disperato grido di aiuto in favore di una terra che sembra non trovare proprio pace. Per il Sindaco di Aiello Calabro e Presidente della Provincia di Cosenza, Francesco Antonio Iacucci, ad esempio “il governo ha dimostrato in questi mesi di avere a cuore la Calabria, sebbene riguardo alla sanità l’aspirazione degli amministratori è di tornare, dopo questo necessario periodo commissariale, a una gestione autonoma della sanità regionale, privilegiando gli investimenti pubblici nelle strutture ospedaliere a discapito dei tagli lineari fin qui attuati”. Sulla stessa linea si attesta il Sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, il quale ribadisce ” il no a un commissariamento che non sia a tempo, essendo compito specifico della prossima giunta regionale quello di migliorare la sanità e garantire il diritto alla salute per tutti i cittadini calabresi”. Abramo ha poi evidenziato come ” la cattiva gestione della sanità sia da imputare a nomine che negli ultimi anni hanno favorito gli amici degli amici e non  il merito e la competenza, fattori presenti in Calabria ma non giustamente valorizzati”. Concetto espresso, seppur con parole diverse, anche dal Sindaco di Vibo Valentia, Maria Limardo, la quale ha sottolineato come con il commissariamento della sanità “la Calabria sia stata letteralmente espropriata del suo diritto all’autodeterminazione. Un buco di democrazia al quale è necessario rispondere, rivendicando il pieno diritto della regione all’autonomia e premiando la professionalità, la sobrietà dei medici e degli  amministratori”. I sindaci hanno poi preso le distanze, dichiarando la propria fiducia nella magistratura, da quanto accaduto a Catanzaro nelle ore precedenti alla manifestazione, dove si è verificato l’arresto del Presidente del Consiglio Regionale Domenico Tallini. Una vicenda, che al di là o meno del suo buon esito, ha danneggiato ulteriormente l’immagine della Calabria. Domenico Tallini, infatti,  si trova agli arresti domiciliari ed è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e voto di scambio per aver favorito il clan crotonese dei Grande Aracri nell’ambito dell’inchiesta “Farma business”. Secondo la ricostruzione dei magistrati, Tallini era oggetto di indagine già dal 2014, da quando cioè era stato inserito nella lista dei cosiddetti “politici impresentabili”, riconoscendosi ad esso un ruolo centrale nel sodalizio criminale con la cosca mafiosa di Cutro, un ruolo che lo vedeva fare da cerniera fra istituzioni, massoneria deviata e criminalità organizzata. Capi d’accusa gravissimi e che , riguardando la distribuzione dei farmaci ai malati ha investito parzialmente anche la questione di cui si sta dibattendo in queste ore. Questione che sta svelando le tante negligenze, le tante criticità di un sistema sanitario assurto a specchio di una terra abbandonata e defraudata da chi aveva il compito di governarla con rispetto e amore. I servizi dei tg nazionali stanno, proprio in questi giorni, mandando in onda numerosi  servizi che documentano ospedali e presidi medici lasciati nell’incuria, che non hanno mai aperto i battenti e che di fronte all’aumento dei contagi da Coronavirus avrebbero potuto funzionare ottimamente come strutture anticovid. Uno scempio perpetuato per anni, per decenni  e che ha investito tutti i settori di intervento della cosa pubblica. Lo si sta vedendo anche adesso con il nubifragio che ha colpito la provincia di Crotone, un fulgido esempio di pessimo governo del territorio che ci si aspetterebbe di non vedere replicato mai più, in Calabria come altrove. Il ritratto che emerge è desolante, quasi denigratorio nei confronti di quei tanti calabresi che hanno lasciato la loro terra d’origine per rendere grande il nostro paese. Ed è proprio a questi che le istituzioni dovrebbero rivolgersi affinché le cose cambino. Lo ha detto anche il Procuratore di Catanzaro Gratteri in questi giorni : per sconfiggere il duplice virus della malattia e della corruzione bisogna attingere alle energie migliori della terra calabrese, risorse che esistono ma che si trovano al di fuori di losche congreghe affaristiche. Solo così la Calabria avrà qualche speranza di rinascere, evitando di crollare in pezzi al minimo accenno di temporale (sanitario o meteorologico che sia).                                                                                                                                       Articolo di Gianmarco Pucci 

Stati confusionali

Domenica si sono svolti, dopo tanti rinvii, gli stati generali del M5S. Il Movimento, che allo stato attuale rappresenta la principale forza politica presente in parlamento e nel governo, ha colto l’occasione del congresso per analizzare la propria situazione e fare il punto su un  futuro che non sembra più tanto roseo  dopo gli scarsi risultati conseguiti alle ultime elezioni amministrative. Nel dibattito che è seguito alla relazione introduttiva del reggente, Vito Crimi, si sono riproposte poi le divisioni che ormai da mesi sferzano il Movimento. Uno scontro tra governisti e ribelli che ha investito anche alcuni dei capisaldi del programma originario del movimento fondato da Beppe Grillo come il vincolo del doppio mandato , il nodo delle alleanze e soprattutto la guida del M5S. Al termine dei lavori si è optato per una sintesi fra le varie posizioni emerse nel congresso, stabilendosi il limite di due mandati per le candidature, il no ad alleanza non programmatiche e l’assegnazione della guida del Movimento a un organo collegiale. Tuttavia, questo non ha dipanato la confusione che aleggia nel partito e che registra pesanti ripercussioni anche nell’attività di governo. Infatti, in questi ultimi tempi si è visto come il governo  di Giuseppe Conte abbia drammaticamente tentennato davanti all’impennata di contagi da Coronavirus, rendendosi responsabile di diatribe di cui si sarebbe fatto volentieri a meno. Ciò è avvenuto, in particolar modo, nel rapporto con le regioni, che hanno approfittato della debolezza del governo per far pesare la loro influenza  nell’adozione delle misure sanitarie anticovid. Un fatto increscioso che non solo getta un ombra sull’operato di alcune giunte regionali, ma che ha reso ancora più urgente la necessità, trascorsa l’epidemia, di mettere mano alla  riforma del Titolo V della Costituzione e alla distribuzione delle competenze fra Stato e regioni.  Lo scontro non ha, comunque, riguardato solo il governo e le amministrazioni regionali , ma anche il dibattito parlamentare. In questi mesi si è assistito  a un ostruzionismo ingiustificato da parte di alcune forze politiche dell’opposizione, che nel chiaro intento di portare acqua al loro mulino hanno più volte cambiato posizione, rendendosi un giorno disponibili a dialogare con il governo e un altro giorno criticandolo aspramente. Certamente il governo non ha brillato per compostezza ed efficienza, ma è anche vero che in un momento tragico come quello attuale ci si sarebbe aspettato tutt’altro atteggiamento  da parte dell’opposizione. Da tale linea di condotta si è, tuttavia, smarcata Forza Italia, avendo Berlusconi offerto al governo collaborazione in parlamento al fine di superare la grave crisi sanitaria in atto. Un’offerta che, però, sembrerebbe celare , malgrado la decisa smentita dei diretti interessati, un progetto più ampio della semplice cortesia istituzionale, circolando da tempo in Transatlantico voci relative a un possibile ingresso di Forza Italia nella maggioranza di governo. A prescindere  o meno dal verificarsi di un tale mutamento nella compagine governativa, a spiccare continua ad essere la deplorevole leggerezza con cui la classe politica italiana affronta la pandemia. Leggerezza che non fa che generare confusione e smarrimento, mettendo in risalto le tante discrepanze presenti nel nostro paese. Emblematico, a tal proposito, è stata la gestione commissariale della sanità in Calabria, dove negli ultimi giorni si sono succeduti ben tre diversi commissari poi dimessisi a causa dell’inettitudine a ricoprire l’incarico. Un ignobile balletto che risulta secondo solo al teatrino di una politica sempre più vittima di spinte schizofreniche, in cui ciò che si dice viene drasticamente smentito da quello che poi si fa concretamente. Ciò nonostante si continuano a celebrare stati generali, che nulla hanno vedere con quelli della Francia di Luigi XVI, ma che non fanno altro che accrescere la percezione dello stato confusionale di chi oggi ha responsabilità di governo. Confusione che i cittadini pagano in prima persona ogni giorno che passa.                                                                                                                                                                                                                                        Articolo di Gianmarco Pucci 

Bentornata America

Alle 17 ora italiana( le 11 negli Usa) della giornata di ieri è finalmente arrivata la notizia che molti nel mondo attendevano: Joe Biden sarà il 46° presidente degli Stati Uniti d’America. Determinante è stata l’assegnazione ai democratici della Pennsylvania, che con i suoi 20 grandi elettori ha permesso all’ex vicepresidente di raggiungere la maggioranza necessaria per essere eletto. La notizia della vittoria è stata salutata con giubilo nelle strade e nelle piazze di molte città americane. Cortei pacifici  hanno sfilato a Washington, New York, Los Angeles, Boston senza che si assistesse a eccezionali atti di violenza o disordini come previsto da alcuni commentatori fino a pochi giorni fa. Anzi l’atmosfera è stata descritta come quella di una grande festa, simile a quella del giorno dell’indipendenza. Festa che, tuttavia, si celebra sui resti di un paese spaccato a metà e che il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà necessariamente ricucire. Non a caso Biden, nel suo primo discorso da presidente eletto, ha parlato di un paese da guarire, da riunificare sotto un’ unica bandiera senza, quindi, alimentare più odio e divisioni come avvenuto in questi ultimi quattro anni. Il riferimento era senza ombra di dubbio rivolto all’attuale presidente Donald Trump, che sebbene sconfitto continua ostinatamente a negare la verità dei fatti, minacciando ricorsi e denunciando brogli. Un comportamento assai poco presidenziale che produrrà, quasi certamente, una grave crisi istituzionale, facendo scivolare la la più grande democrazia occidentale verso un terreno incognito, mai esplorato prima. Le norme costituzionali al riguardo poco dicono su un eventuale contestazione del voto , se non che l’ultima parola spetta alla Corte Suprema, la quale deve pronunciarsi entro l’8 Dicembre relativamente alla trasparenza del procedimento elettorale appena conclusosi. Corte Suprema che, nonostante sia allo stato attuale a maggioranza conservatrice, non è detto che si assuma l’onere di sovvertire l’esito del voto per compiacere il suo presidente. Al contrario la tendenza che si sta consolidando in queste ore, anche fra i repubblicani, è invece di segno opposto. Sono in molti, infatti, a chiedere a Trump, qualora insista a non voler ammettere la sconfitta, di consentire almeno una pacifica transizione del potere. Consigli che il presidente sta per il momento ignorando, malgrado la pressione fatta su di lui anche da importanti membri della sua stessa famiglia come la figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, accrescendo in tal senso il proprio isolamento e la propria frustrazione. Condizione immortalata nitidamente ieri, allorché mentre il mondo applaudiva il nuovo presidente degli Usa, Trump si ritrovava, da solo, a giocare a golf sui campi della Virginia. Come finirà l’aspra disputa su questo voto lo si scoprirà solo nelle prossime settimane,ma vi è una certezza: il prossimo 20 Gennaio Joe Biden entrerà ufficialmente in carica come presidente degli Stati Uniti e avrà gravose sfide da affrontare, alcune delle quali già da lui elencate nel discorso di ringraziamento. L’emergenza Covid 19, il cambiamento climatico, le tensioni razziali , la crisi economica e sociale generata dalla pandemia sono solo una parte del duro compito di guarigione dell’America che lo attende. Oltre a dover ricomporre la frattura con  quella parte di paese che non lo ha votato, Biden dovrà costantemente e proficuamente dialogare con un opposizione, che avendo mantenuto allo stato attuale il controllo di una parte del Congresso( vale a dire il Senato), rischia di rallentare molte di quelle riforme che la nuova amministrazione si appresta a varare. Suo compito sarà anche quello di ripristinare le relazioni internazionali con la Nato, con l’Europa e stemperare il clima di tensione da guerra fredda instauratosi con la Cina, accusata da Trump di aver portato il virus. Obiettivi d’importanza strategica non solo per gli Stati Uniti,ma anche per il resto del mondo. Per questo motivo, fiduciosi nel nuovo corso preso dagli Stati Uniti, non si può che benevolmente augurare buona fortuna al nuovo presidente. Bentornata America!                                                                                                                                                                   Articolo di Gianmarco Pucci 

La quiete e la tempesta

Quella di Martedì, parafrasando il titolo di una celebre trasmissione di Sergio Zavoli, è stata senz’altro la notte più lunga della Repubblica Usa. Per la prima volta dopo vent’anni gli Stati Uniti d’America si sono svegliati senza avere un presidente designato. L’ ultima volta in cui si concretizzò un simile scenario fu infatti nel 2000, allorché il repubblicano George W Bush vinse di misura sul candidato del partito democratico Al Gore. Oggi la storia sembra ripetersi, seppure con accenti e toni differenti. I due candidati alla presidenza sono stati considerati ,fino a ieri, sostanzialmente alla pari nel conteggio dei voti stato per stato. Poi, nella mattinata, le sorti hanno iniziato lentamente a capovolgersi a favore di Joe Biden, il quale ha conquistato due degli stati ritenuti decisivi per la vittoria ( ovvero Michigan e Wisconsin). Ora resta da attendere i risultati degli altri che, a causa dell’elevato numero di schede spedite per posta, comunicheranno i dati definitivi solo nei prossimi giorni. Una modalità questa aspramente criticata da Donald Trump per la sua presunta iniquità, ma che potrebbe risultare determinante, specie in stati in bilico come la Pennsylvania, nel decidere chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Resta comunque certo che,allo stato attuale, Joe Biden è avanti sia nei voti popolari sia nel calcolo dei grandi elettori, sebbene con un margine di vantaggio inferiore rispetto a quanto riportato dai sondaggisti fino a pochi giorni fa( appena due punti percentuali). Al contrario Trump sembra sempre più sfavorito nella corsa alla presidenza, tanto che ha già minacciato di ricorrere alla Corte Suprema nel caso in cui i democratici gli dovessero “rubare” l’elezione. Per il Tycoon di New York sarebbe, infatti, in corso una vera frode perpretata dagli avversari per liberarsi di lui. Ha anche richiesto, per bocca del suo avvocato Rudolph Giuliani, di bloccare il conteggio dei voti negli stati più a rischio, all’evidente scopo di non dover ammettere la sconfitta elettorale. Dichiarazioni esplosive che apertamente stridono con le parole di cautela pronunciate al riguardo da Biden. Esso ha già annunciato, a tal riguardo, che non si proclamerà vincitore fino a quando non verranno contate tutte le schede elettorali, dimostrando una calma serafica che non si addice al suo sfidante. Al contrario esso diviene sempre più furente mano a mano che passano le ore e diminuiscono per lui le possibilità di ribaltare a suo favore l’esito elettorale. Ecco, perché con molte probabilità lo scontro potrebbe trasferirsi nelle prossime settimane dalle urne alle aule di giustizia, dando luogo a una crisi istituzionale senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Un conflitto che, tuttavia, riflette le lacerazioni e le contraddizioni presenti nella società americana e a cui Donald Trump e Joe Biden hanno, loro malgrado, dato forma. Nelle loro parole, nei loro gesti si condensano due diverse visioni dell’America e del suo ruolo nel mondo. Da un lato c è un paese arrabbiato, depresso, rurale e razzista che ha evidentemente trovato in Trump il suo alfiere, il superuomo per dirla con le parole di Friedric Nietzsche, in grado di far ripartire l’economia a stelle e strisce, restituendogli la gloria di un tempo( e in questo senso il motto “rifaremo grande l’America” acquista veramente senso pregnante). Dall’altro lato c è un paese preoccupato per le violenze, per il virus,  e che aspira a riconciliarsi con la sua anima più profonda dopo anni più che mai turbolenti. In tale rigida polarizzazione verrebbe da dire che la quiete sta precedendo la tempesta, ma in realtà, a ragion veduta, sembra che in questo caso la prima e la seconda si siano equamente divise i ruoli loro assegnatole dalla sorte.                                                                                                                                                               Articolo di Gianmarco Pucci 

Erdogan, il Sultano

Ancora una volta la Francia si ritrova dover fare i conti in casa propria con un fondamentalismo islamico che sembra non darle tregua. Nella giornata di ieri, infatti, in coincidenza con il primo giorno di Lockdown, si è verificato l’ennesimo , sanguinoso attentato che ha visto per teatro la città di Nizza. L’attacco terroristico segue di poche settimane quello avvenuto alle porte di Parigi in cui a venire giustiziato è stato un professore di scuola superiore, colpevole di aver distribuito ai suoi studenti copie di un giornale contenente immagini satiriche del profeta Maometto. Il giornale in questione è stato ,inoltre, proprio in questi giorni preso duramente di mira da parte di molte nazioni musulmane, cha a quanto pare non sembrano gradire l’ironia francese sulle tematiche riguardanti il loro credo religioso. Uno di questi paesi è la Turchia, che a causa di queste vignette satiriche sembra pronta a dare inizio a una crisi politica e diplomatica con la Francia  dagli esiti imprevedibili. Secondo il presidente turco Erdogan, Macron e i politici europei, consentendo pubblicazioni immorali,  starebbero alimentando una spirale di odio verso l’islam prodromica a una nuova crociata. Un livore che ,sempre per Erdogan, sta divorando come un cancro il Vecchio Continente e che sarebbe il vero responsabile degli attacchi che hanno sconvolto la Francia nelle ultime ore. Il presidente turco ha poi preso le distanze dagli attentati, ribadendo che il suo paese non incoraggia la violenza e non ostacola il culto di nessuno. Tuttavia, se si guarda alle azioni intraprese da Ankara nell’ultimo periodo sorge più di un sospetto riguardo alla genuinità di queste dichiarazioni. Ad esempio, perché il 10 Luglio di quest’anno un suo decreto ha ordinato la riconversione della Basilica di Santa Sofia a Istanbul da museo cristiano a moschea, suscitando peraltro il disappunto anche del Vaticano? non è un caso, infatti, che proprio quella Basilica sia stata per secoli luogo di contesa fra cristiani e musulmani fino alla laicizzazione del sito per mano di Ataturk nel 1935. Sempre con riguardo alle legittime aspirazioni della Turchia non ci si può non accorgere che il regime di Ankara ha avviato, ormai da qualche anno, una macroscopica opera di espansione nel Mediterraneo che rischia di risvegliare dopo millenni un conflitto mai completamente sopito fra opposte civiltà. Lo si è visto in Libia, dove la Turchia è divenuta il vero arbitro del conflitto che contrappone il governo di Tripoli e l’esercito del generale Haftar stanziato a Tobrouk. Lo si vede nell’Egeo, sempre più minacciato da una guerra latente fra la Turchia e la Grecia ( che proprio per frenare le ambizioni di Ankara ha richiesto l’intervento conciliativo dell’Unione Europea). Nell’analizzare, pertanto, le mosse della Turchia di Erdogan sembra pressoché scontato affermare che esso stia tentando di ricostruire l’Impero Ottomano, favorendo la riunificazione di tutte le nazioni musulmane sotto un unico Sultanato. Un ruolo al quale la Turchia può senz’altro ambire, essendosi indebolito nel corso degli anni, anche per il venir meno dei suoi leader più carismatici, il potere dei gruppi jihadisti in Africa e in  Medio Oriente. Un progetto ambizioso, dunque, quello coltivato da Erdogan che non può lasciare noi Europei indifferenti. L’avanzata turca deve in tutti i modi essere arginata per evitare che  quelle che oggi possono sembrare semplici dispute territoriali possano  innescare una polveriera capace di frantumare i nostri diritti e  le nostre sicurezze. Certezze che vacillerebbero indubitabilmente se si saldasse un inquietante asse del male  fra Turchia, Russia e Cina, avente come obiettivo ultimo il controllo e la sottomissione egemonica dell’Europa. Ecco perché per scongiurare una simile iattura occorre da un lato preservare la nostra identità , ma dall’altro lato occorre approntare una nuova strategia che rilanci il ruolo internazionale del Continente. Solo così si potrà efficacemente rispondere alla sfida che il Sultano di Ankara ci ha lanciato.                                                                                                                                                           Articolo di Gianmarco Pucci 

Il fantasma del Natale prossimo

Dopo essere stato definito un fantoccio e un corrotto, ora Joe Biden è diventato il “Grinch”, lo spettro nemico del Natale a stelle e strisce. Questa è l’ultima accusa rivolta da Donald Trump all’avversario democratico, incapace secondo lui di gestire l’emergenza pandemica nel paese meglio di se stesso e della sua amministrazione. Secondo Trump, infatti, Biden “l’assonnato” è un inetto sotto tutti i punti di vista, un uomo di carta della sinistra radicale che vuole distruggere il “Sogno Americano”. Fin qui nulla di nuovo, essendo Trump famoso per i suoi modi diretti e spregiudicati non sorprende che pur di vincere il prossimo 3 di Novembre ricorra a tutti gli espedienti possibili per denigrare chi non lo compiace. Uno stile polemico e sopra le righe che, tuttavia, denota un certo nervosismo, forse dovuto ai sondaggi che lo danno perdente rispetto a Biden. Nervosismo affiorato in questi giorni anche sui social e nei rapporti con la stampa, ritenuti dal presidente faziosi e bugiardi, con una spiccata attitudine a diffondere “fake news”. L’ultima a farne le spese è stata Kristen  Welker, giornalista del Nbc che modererà il secondo e ultimo dibattito elettorale   fra Trump e Biden  nella giornata di domani e ritenuta dal Tycoon straordinariamente di parte. Trump ha poi criticato in questi giorni il provvedimento annunciato dalla Commissione per i dibattiti presidenziali, che prevede di silenziare il microfono del candidato che interrompe l’altro contendente, al fine cioè di evitare il ripetersi di quanto avvenuto la scorsa volta su Fox tv. Biden, invece, forte della crescita dei consensi, parlerà oggi a Philadelphia, in Pennsylvania, uno degli stati in bilico che potrebbero fare la differenza in questa tornata elettorale così imprevedibile. Atteso, per ricompattare una base democratica smarrita e demoralizzata , L’intervento di Barack Obama allo scopo di incentivare gli elettori a recarsi alle urne per votare il suo ex vicepresidente. Non è un mistero, infatti, che Biden sia visto con sospetto da una buona parte dell’elettorato liberal per via del suo passato e dei legami suoi (e della sua famiglia) con importanti lobby di Washington, motivo per cui il discorso di Obama è visto come indispensabile dallo staff del candidato democratico per rinvigorire la corsa alla presidenza. Proprio questi legami sono stati ripetutamente  denunciati in questi mesi da Trump e dai suoi collaboratori, per rimarcare le differenze fra il Tycoon e il senatore del Delaware. Ma se il tallone di Achille di Joe Biden sembrano essere i trascorsi della sua ultra quarantennale carriera politica, quello di Trump sembrano essere i guai con il fisco. Oggi, infatti, il New York Times ha rivelato che il presidente avrebbe un conto bancario in Cina, dove egli avrebbe pagato, fra il 2013 e 2015, quasi duecento mila dollari di tasse. Una sinistra ombra, dunque, lanciata sul chiacchierato miliardario ,divenuto l’uomo più potente del mondo, a meno di due settimane dalle elezioni. A infastidire ulteriormente il presidente Usa ci avrebbe, inoltre, pensato inaspettatamente la Corte Suprema, la quale ha ammesso la validità del voto per posta, duramente sospettata da Trump di coprire i brogli elettorali dei democratici. Più che una campagna per la presidenza sembra ormai di assistere a uno psicodramma, a una  telenovela stile Dallas o Dinasty. Uno show che, tuttavia, assume connotati ideologici e che rischia di far tremare paurosamente un sistema già pesantemente messo alle corde. Pertanto, in attesa del verdetto elettorale, mai così incerto come questa volta, non ci resta che sederci a guardare questo stuzzicante spettacolo, sempre che dalla telenovela non si passi al melodramma.                                                                                                                                                                  Articolo di Gianmarco Pucci

Due mondi molto vicini

Venerdì 16 Ottobre, la FAO, organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha festeggiato, nella sua sede di Roma, 75 anni di attività. La cerimonia, coincisa quest’anno  con la giornata mondiale dell’alimentazione, si è svolta in videoconferenza  a causa dell’emergenza Covid e ha visto la partecipazione di personalità di spicco delle istituzioni e del mondo dell’associazionismo. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per l’occasione ha inviato un videomessaggio in cui ha ricordato come quello che stiamo vivendo è un momento di scelte decisive per l’intero pianeta, laddove senza un serio impegno globale basato sul rispetto dell’attività agricola e l’uso responsabile delle risorse naturali non sarà possibile assicurare un sistema alimentare sostenibile nel prossimo futuro. Il capo dello Stato ha poi puntualizzato che senza un rafforzamento della cooperazione fra le nazioni, che coinvolga attori sia pubblici che privati, non si potrà efficacemente contrastare i problemi globali connessi allo sviluppo agricolo. Di qui l’auspicio di Mattarella affinché la Comunità Internazionale riscopra il senso profondo dei beni preziosi che la terra ci offre al fine di condividerli e custodirli per le future generazioni. L’appello del Presidente della Repubblica ha fatto da contraltare al duro monito del Papa, il quale ha denunciato come la distribuzione diseguale  dei frutti della terra sia non solo una tragedia, ma una vera vergogna. Secondo il Santo Padre essa sarebbe dovuta ai pochi investimenti effettuati nell’agricoltura, alle conseguenze dei cambiamenti climatici e ai conflitti presenti in molte aree del globo che bruciano ogni anno tonnellate di generi alimentari. Proprio questi ultimi due fattori, secondo gli ultimi rapporti diffusi dalle agenzie ONU, sarebbero fra le principali cause dell’aumento della fame nel mondo nell’ultimo triennio ( 821 milioni di persone ovvero un abitante su nove dell’intero pianeta). Le oscillazioni climatiche stanno, infatti, influenzando l’andamento delle piogge e delle stagioni agricole, dando anche luogo a fenomeni meteorologici estremi come siccità e alluvioni che danneggiano gravemente la produzione. Questi fenomeni sono poi alla base  della crescente piaga della denutrizione in molte zone del mondo, specialmente in quelle aree dove l’economia è ancora legata a sistemi agricoli tradizionali. Tuttavia, questo fenomeno che riguarda principalmente Sud America e Africa( e in misura minore l’Asia) rischia di non risparmiare nemmeno noi che viviamo nell’emisfero nord, poiché l’aumento sproporzionato delle temperature, alterando il grado di acidità delle piogge, arrecherà danni irreparabili alle culture di sussistenza come grano, riso e mais. Se si aggiunge poi che i danni all’ agricoltura contribuiranno a ridurre la disponibilità di cibo, favorendo un aumento indiscriminato dei prezzi dei beni alimentari e la creazione di oligopoli sul mercato, si comprende perché Papa Francesco ha affermato che quello della fame è una vergogna mondiale. Tuttavia, quando si parla di malnutrizione non si deve credere che ciò riguardi solo la denutrizione, essendo in crescente aumento, in molte aree del Nord America e dell’Europa Settentrionale, l’opposto fenomeno dell’obesità. Anche in questo caso  il prezzo elevato dei generi alimentari, dovuto a un difetto evidente nella catena di distribuzione delle risorse, che premia sul mercato  i grandi produttori a discapito di quelli piccoli, non permette a molta gente di accedere a un cibo per loro più salutare. Risulta, allora, evidente come si sia in presenza di un problema unitario, che a seconda delle condizioni assume una veste diversa, avvicinando due mondi lontani ma al contempo molto vicini. Un problema che pare, in definitiva, trovare il proprio comune denominatore  nell’aumento della povertà, nella diminuzione del redito medio pro capite e nella perdita del potere d’acquisto delle valute nazionali.  Non a caso, proprio la FAO ha segnalato come ormai da anni casi di obesità e denutrizione si verifichino indifferentemente tanto nei paesi ricchi che in quelli più poveri della Terra. Una chiara prova, dunque, della globalità del problema  e che come tale non può essere più ignorato da nessuno. Specialmente se si pensa che con il passaggio della Pandemia da Covid 19, la quale ha ingrossato le fila dei nuovi poveri, queste discrepanze saranno destinate a crescere. Sempre più persone, difatti, stando ai dati forniti dalla Caritas, rimaste  senza  lavoro  si affollano davanti alle mense sociali , elemosinando quel cibo che in tanti ancora sprecano. Occorre, dunque, un cambiamento radicale delle politiche alimentari che consenta l’accesso a un cibo sicuro e di qualità per tutti, privilegiando quelle filiere più sensibili a questi valori nutrizionali. Un sistema che favorendo l’agricoltura di piccola scala anziché quella intensiva praticata dalle grandi multinazionali dell’agroalimentare, rimetta al centro i diritti umani e la salvaguardia dell’ambiente. A onore  del vero sembra, comunque, che nella Comunità Internazionale  sia cresciuta la consapevolezza verso questo problema. Ne è una prova il conferimento del premio Nobel per la pace 2020 al programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite finanziato proprio dalla FAO. Un importante riconoscimento che non manca di evidenziare come senza cibo sufficiente per tutti non vi può essere prosperità e senza prosperità non vi può essere nemmeno la pace nel mondo.                                                                                               Articolo di Gianmarco Pucci 

Prove di sano sovranismo europeo

Sembra  ormai chiaro a tutti che il nuovo “Eldorado” dell’era digitale è rappresentato dalla “Data Economy”. Con ogni probabilità, infatti, tutto l’oro e il petrolio presenti attualmente sulla Terra non hanno il valore dei dati. Tuttavia, oro e petrolio presentano un valore correlato all’attività di ricerca, di trasformazione e trasporto che tali materie prime hanno alle loro spalle. I dati ,invece , sono messi gratuitamente ( e molto poco consapevolmente) a disposizione da noi utenti di smartphone, computer e altri “smart devices” che consideriamo, ingenuamente , essere al servizio della sola nostra utilità personale. In questo nuovo mercato 2.0 , una fetta molto appetibile è costituita dal settore del “cloud computing”. Basti pensare che il suo valore a livello globale è passato dai 242,7 miliardi di euro del 2016 ai 364,1 del 2019. Ma in questo settore i problemi non sono solo di carattere etico o legati all’ambito della privacy di ogni cittadino. Si tratta, a ben vedere, di una vera questione di interesse geopolitico, dal momento che la nuvola dei servizi risulta attualmente egemonizzata dagli Stati Uniti d’America, mentre si stima che la quantità dei dati industriali europei gestite da piattaforme cloud nei prossimi cinque anni quadruplicherà, rendendo evidente la necessità di gestire i servizi e i dati strategici a livello intercontinentale. Se si tiene conto poi del fatto che recenti previsioni economiche stimano che nel 2025 l’economia dei dati europei varrà poco più di 800 miliardi di euro, sorge spontanea una domanda: ” perché spedire tale tesoro oltreoceano?” Fortunatamente qui da noi, nel vecchio continente qualcosa si sta muovendo. Germania e Francia, infatti, sono le principali promotrici del progetto “Gaia X”. Si tratta di un’ associazione internazionale senza scopo di lucro, presentata al pubblico il 4 Giugno 2020, alla quale contribuiscono numerose aziende operanti nel settore, con lo scopo di garantire all’Europa una maggiore autonomia dai colossi della Sylicon Valley relativamente alla conservazione e la gestione dei propri dati in cloud. L’obiettivo è quello di costruire una piattaforma sicura in cui aziende, europee e non, possano operare fornendo servizi che rispettino regole e standard europei. I colossi High tech americani hanno già reagito, sferrando le prime contromosse. Ad esempio, il Ceo di Google Cloud, Thomas Kurian, ha rassicurato le istituzioni europee, affermando che il suo team sta già lavorando per offrire, attraverso la nuvola di Google, strumenti per gestire la sovranità dei dati. La partita del primo tentativo di sovranismo digitale europeo è ambiziosa e dai risultati estremamente incerti, ma la posta in gioco in termini economici e di sicurezza interna è fondamentale.                                                                                                                                                                                                                   Articolo di Manuel Galardo

Mani pulite, panni sporchi

Dopo mesi di dibattito infuocato, la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso di espellere dall’ ordine giudiziario Luca Palamara, ex Pubblico Ministero ed ex presidente dell’ANM, indagato per corruzione dalla Procura di Perugia. Nella motivazione che giustifica la radiazione si legge che esso avrebbe tenuto una condotta giudicata lesiva del prestigio e dell’onore della magistratura oltre che di inaudita gravità. Tuttavia, l’ espulsione così decretata , ha sollevato dei dubbi sia riguardo la trasparenza della procedura adottata sia verso il merito della sentenza. Si è, infatti, assistito a un processo “lampo”, espletato in una dozzina di udienze, in cui non sono stati sentiti i testimoni chiamati a deporre per la difesa(sostenuta per l’occasione dal consigliere di Cassazione Stefano Giaime Guizzi) e in cui si è emesso un verdetto in un tempo davvero da record di appena tre ore. Un processo, come ha ricordato l’ex procuratore Carlo Nordio, degno della Russia di Stalin, nel quale, a ben vedere, sembra che la magistratura abbia voluto assolvere se stessa, condannando Palamara e assegnandogli l’infausto ruolo di capro espiatorio dell’intero sistema. Nel comminare la sanzione ,infatti , i giudici dell’accusa si sono soffermati principalmente sul ruolo che Palamara ha avuto nel condizionare le nomine ai vertici delle procure, sulla sua opera di mediazione fra le correnti presenti nella magistratura e sui suoi rapporti con la politica. Non stupisce, dunque, che nel ricostruire i fatti, i giudici incaricati dell’accusa abbiano dato peculiare rilievo all’incontro, avvenuto l’8 maggio 2019 all’hotel Champagne di Roma, in cui Palamara, con i deputati Luca lotti(PD) e Cosimo Ferri(Italia Viva)  e cinque consiglieri in carica del CSM si accordavano per ottenere la nomina di Marcello Viola( capo della procura di Firenze) al vertice della procura di Roma. Ciò è, infatti, funzionale all’obiettivo che essi si sono prefissati: preservare le posizioni di potere interne alla magistratura, occultando lo scandalo. L’accusato, però, non sarebbe propenso ad accettare tale ricostruzione che lo vuole mela marcia nel cesto sano e ha già promesso battaglia. Ospite a Radio Radicale, ha annunciato ricorso in Cassazione e alla Corte di Strasburgo contro quella che a suo dire è una vera ingiustizia verso  un magistrato che mai ha svenduto la sua nobile funzione per ottenere illecite prebende. Sempre secondo esso, la sua principale colpa è quella di essersi prestato al gioco delle correnti interne alla magistratura, che da quarant’anni orientano il governo e le nomine ai vertici della magistratura italiana. Proprio le correnti si opporrebbero a qualsiasi riforma del settore ,rendendo pressoché impenetrabile un sistema giudiziario giudicato ormai da molti obsoleto.A tal proposito, quando proprio Palamara pone l’accento sulla necessità di separare le carriere e di superare l’obbligatorietà dell’azione penale non si può dire che affermi un eresia. Quante volte è capitato in questi anni di assistere a un uso arbitrario da parte di alcune procure di questo principio, dando sovente luogo a conflitti, più o meno marcati , con gli altri poteri dello Stato ? Quante volte attraverso l’uso indiscriminato delle intercettazioni ambientali e della carcerazione preventiva si sono lesi diritti di persone prima incolpate e poi scagionate dopo essere state messe alla gogna? il caso emblematico di Enzo Tortora dovrebbe, al riguardo, essere d’ insegnamento per tutti coloro che si accingono a diventare giudici, non potendo chi giudica essere esclusivamente bocca della legge. I radicali, per ovviare a queste evidenti discrepanze che investono il potere giudiziario, chiedono da anni, ormai inascoltati da una politica sempre più insipiente, una bicamerale sulla giustizia. Bicamerale che consentirebbe, giustamente,  di riaffermare quel principio sancito dalla nostra Costituzione all’articolo 3 che vuole la giustizia  amministrata in nome del popolo e dove nessuno è al di sopra della legge, neanche i magistrati. Lo si richiede, perché in questi ultimi decenni è prevalsa, complice il progressivo indebolimento della politica, una narrazione distorta della realtà dei fatti, che ha indebitamente celebrato la figura del giudice elevandolo al rango di eroe civile. Da Mani pulite in poi abbiamo visto un crescente protagonismo dei magistrati, divenuti moderni Robin Hood della giustizia che a colpi di sentenze tentano di riscrivere la storia del paese, rivendicando una presunta superiorità morale rispetto agi altri poteri dello Stato( in primis legislativo ed esecutivo ). Non si deve, comunque, credere che costoro nel portare avanti questa guerra alle istituzioni siano stati soli. Parte in causa importante in questo processo di degenerazione democratica, l’hanno avuta  soprattutto certi giornali e alcuni partiti politici, i quali gonfiando le cupe trombe del giustizialismo hanno pensato di portare acqua al loro mulino. Ecco perché non ci si può , di fronte a uno scandalo di tale rilevanza , voltare dall’altra parte, ignorando la reale estensione del fenomeno corruttivo all’interno della magistratura italiana, che è certamente molto più  ampio di quello che vogliono farci credere. Questa volta i panni sporchi non verranno lavati in famiglia e le dichiarazioni di Luca Palamara, che ha minacciato nuove rivelazioni inerenti questa triste vicenda, sembrano serbare proprio questa promessa. Se, dunque, nel 1992 è terminata l’età dell’innocenza della politica, oggi ,nel 2020, si può tranquillamente affermare che è finita quella della magistratura. Aspettiamoci, quindi, altre sorprese, perché la caduta degli Dei è solo agli inizi.                                                                                                                                                     Articolo di Gianmarco Pucci

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