Un difficile dopoguerra

Per molti il 18 Aprile è una data priva di significato, scivolata nel dimenticatoio della storia e come tale depauperata del suo valore simbolico. In realtà, per noi italiani il 18 Aprile è,  o perlomeno dovrebbe, essere cerchiata  in rosso sul calendario per l’importanza che ha avuto nel disegnare l’Italia di oggi. Il 18 Aprile del 1948, infatti, si tennero le prime, vere elezioni politiche dell’Italia repubblicana. Elezioni che videro per la prima volta fronteggiarsi apertamente e alla luce del sole due fronti politici destinati a polarizzare la vita pubblica italiana nei successivi decenni. In quella competizione elettorale gli italiani, uomini e donne, furono chiamati a compiere, dopo la fine della monarchia, una scelta fondamentale fra due diverse e, a tratti inconciliabili, idee di nazione. Da un lato vi era, infatti, un fronte popolare composto dalla sinistra socialista e comunista, che in virtù dei solidi legami con l’Urss, suscitava parecchi timori al di là dell’Atlantico. Dall’altro c’era la Democrazia Cristiana con i suoi alleati che ambiva a traghettare il paese verso una democrazia compiuta, alleata degli Stati Uniti e saldamente inserita nella compagine occidentale. Ciò bastò a rendere particolarmente aspra e partecipata la campagna elettorale, non avendo lesinato le due opposte tifoserie critiche e accuse ai rispettivi avversari. Il livello dello scontro in atto era legittimato altresì dalle turbolenze internazionali suscitate dall’insorgente guerra fredda che la competizione elettorale italiana amplificava enormemente. Il timore, infatti, che la vittoria dei social-comunisti potesse far divampare  in Italia una rivoluzione marxista  generò consistenti preoccupazioni nei ceti imprenditoriali e industriali del paese. La paura di perdere la propria ricchezza indusse più di uno a trasferire all’estero i propri patrimoni. Timori condivisi anche dal governo e dalla Democrazia Cristiana. A tal riguardo, temendo un’insurrezzione armata, il ministro degli interni, Mario Scelba, chiese in consiglio di far scendere in campo l’esercito per fronteggiare l’emergenza istituzionale. Un’opzione che il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, scoraggiò fino all’ultimo, confidando in un intervento più del cielo che degli uomini. E la fede ha senz’altro svolto un ruolo non secondario nella campagna elettorale del 1948. Dalla nascita dei comitati civici promossi dall’Azione Cattolica di Luigi Gedda alle orazioni radiofoniche di padre Lombardi( chiamato “il microfono di Dio”) furono numerose le iniziative volte ad indirizzare il voto dei cattolici verso la DC. Il Sommo Pontefice Pio XII arrivò finanche ad affermare che il voto a favore dei comunisti era da considerarsi un voto contro Cristo e la sua Chiesa. Critiche a cui il FDP rispose dispiegando un imponente apparato di uomini e mezzi,  finanziato in gran parte da Mosca e dal patto di Varsavia. Fatti che indussero anche gli Usa a regolarsi di conseguenza, pena l’esclusione dell’Italia dagli aiuti economoci del piano Marshall. Un rischio che l’Italia, uscita sconfitta e devastata dalla guerra, non poteva permettersi. Nella primavera del 1948 erano infatti numerose le imprese da ricostruire e le famiglie in condizioni di indigenza. Sofferenze che il governo di Alcide De Gasperi tentò di lenire, vedendo negli aiuti economici e nell’alleanza atlantica l’unica possibilità di resurrezione per una nazione che doveva necessariamente rinascere. In tal senso, De Gasperi è stato un illustre esempio di virtù cristiane e politiche, essendo riuscito nell’impresa di conciliare un paese di per sé incline alla frammentazione  e rendendolo migliore di quanto a volte possa sembrare. Il suo spirito di servizio, la sua totale abnegazione verso la comunità nazionale sono stati e dovranno essere da esempio in futuro per chiunque intenda occuparsi della cosa pubblica. Perché come ha detto recentemente anche Papa Francesco la politica è la più alta forma di carità. Senza politica non vi può essere progresso per la società. E senza progresso  non vi può essere libertà. Libertà conquistata, non senza passaggi dolorosi, ma che la vittoria delle forze democratiche su quelle comuniste il 18 Aprile 1948 testimonia a pieno titolo ancora oggi.

Quel braccio della Magliana

Girovagando per Roma, nella zona che da Ponte Galeria si estende a nord verso via Portuense, al centro del quadrante sud-ovest della capitale, ci si imbatte in un quartiere di recente urbanizzazione, ma che conserva ancora tracce del proprio passato rurale. Esso è attraversato da un ponte che passando sopra al fiume omonimo dà alla zona tanto il nome quanto la celebre fama. Una fama che ha scandito dalla seconda metà degli anni “70” la vita del quartiere della Magliana, conferendole l’immagine negativa di fucina del crimine romano. In verità , nonostante gli anni siano passati e la banda della Magliana non faccia più notizia( salvo sporadici episodi riportati dalla cronaca nera locale ), si continua a pensare alla zona in questi termini, come se il degrado e l’immoralità siano destinati a rimanere impressi per sempre nel dna culturale del quartiere. A onore del vero, per quel che riguarda la banda della Magliana, essa fu un fenomeno che non rimase circoscritto alla zona di Pian due Torri( nella Magliana Nuova), ma si estese ben presto ad altri quartieri. Obiettivo della banda, infatti, fu fin dall’inizio quello di riunire la frastagliata e disarticolata realtà  malavitosa romana sotto un unico simbolo, assoggettando le varie “paranze” a un’ unica regia operativa. Un metodo che ricalcava quello fatto proprio  da Raffaele Cutolo a Napoli con la Nuova Camorra Organizzata e che a Roma aveva già avuto un illustre precedente: il Clan dei Marsigliesi. Questa banda, che agiva nella Roma dei  primi anni “70”, riuscì a imporsi rapidamente, conquistando l’egemonia sul fiorente traffico di droga della capitale e sulle altre attività illecite ad esso connesse. Tuttavia, il declino dei marsigliesi fu rapido quanto la loro ascesa e ciò favorì la nascita di quella che diventerà la prima( e forse) unica vera mafia capitolina. Come riferito da Antonio Mancini, l’idea di unire le forze venne a Nicolino Selis, intimo amico di Cutolo, ma fu il sodalizio criminogeno instauratosi fra Franco Giuseppucci, un buttafuori di una sala scommesse di Ostia con piccoli precedenti penali , Enrico De Pedis, capo della banda del Testaccio, e  Maurizio Abbatino, capo di una paranza di rapinatori della Magliana, a far decollare il progetto. Poco tempo dopo ci sarà il battesimo del fuoco della nuova banda, la quale metterà a segno il primo sequestro eccellente della sua storia. La sera del 7 Novembre 1977, infatti, nei pressi di via della Marcigliana, la banda rapisce il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. I sequestratori chiedono alla famiglia un miliardo e mezzo di lire per liberare l’ostaggio. Il riscatto viene poi pagato, ma l’ostaggio resta comunque ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori. Da qui in poi sarà un crescendo di azioni criminali che in breve tempo consegnerà Roma al potere del nuovo gruppo criminale, inaugurandone così  la leggenda. Una leggenda alimentata dai molti misteri sulla banda e dai rapporti fra essa e apparati deviati dello Stato. Contatti opachi che portarono Giuseppucci e la sua banda a intessere relazioni con la politica e l’ alta finanza, senza trascurare le alleanze con le altre mafie presenti nel Mezzogiorno d’Italia e con la loggia massonica della P2. Sfortunatamente, complice la  prematura scomparsa di Giuseppucci “il negro”, ucciso in uno scontro a fuoco a Trastevere il 13 Settembre 1980 dal clan rivale dei Proietti, inizia il declino della banda e con essa restano avvolti nella nebbia molti segreti italiani. Dal caso Moro alla sparizione di Emanuela Orlandi sono infatti tanti i misteri che vedono una partecipazione, vera o presunta, della banda e dei suoi membri in tali vicende. Eppure, via della Magliana, anche dopo la decimazione della banda ad opera delle forze dell’ordine, ha continuato a far parlare di sé. Nel 1988 si verifica un nuovo fatto di sangue. L’autore è Pietro De Negri, titolare di un negozio per la pulizia dei cani( da cui il soprannome delitto del “canaro” dato dalla stampa al caso) con piccoli precedenti penali per furto e droga. Egli il pomeriggio del 18 Febbraio uccide un suo ex complice, il pugile dilettante Giancarlo Ricci, che da tempo lo ricattava al fine di estorcergli denaro per l’acquisto della droga. L’omicidio fu particolarmente cruento, perché De Negri attirò Ricci in una gabbia per il lavaggio degli animali dove lo torturò, lo mutilò di parti del corpo e poi lo uccise dando fuoco al cadavere. La scoperta dei resti avvenne l’indomani in un terreno vicino adibito al pascolo. Una volta esclusa la pista del regolamento di conti fra spacciatori, le indagini si concentrarono su De Negri. Dopo tre giorni il delitto del “canaro” aveva un colpevole, avendo De Negri confessato tutti gli addebiti senza mostrare peraltro alcuna forma di pentimento. Con l’arrivo degli anni “90” la Magliana scivola nell’indifferenza generale. Le cronache locali, complice il progressivo degrado di Roma negli ultimi anni, smettono di dare risalto agli episodi  criminali della zona. Oggi, similmente ad altri quartieri, la Magliana vive sospesa in uno stato di quiete apparente, scandita solo dal pigro e placido scorrere del Tevere. Al contrario sul racconto delle efferatezze compiute in passato si sono cimentati il cinema e la letteratura. Dal franchising di Romanzo Criminale( libro, film e serie tv) ai due film del 2018 sul delitto del “canaro”( Dogman di Matteo Garrone e Rabbia furiosa di Sergio Stivaletti) sono molteplici le opere che vedono in via della Magliana un teatro narrativo privilegiato. Narrazione che è riuscita nell’intento di trasformare la cronaca in storia e la storia in mitologia suburbana. Miti di cui in certi casi si farebbe volentieri a meno.

Afrika connection

A meno di un mese dalla morte dell’ambasciatore italiano Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, la strada per Goma si è tinta nuovamente di sangue. A venire ucciso questa volta, per tragica fatalità, è stato il magistrato titolare dell’inchiesta sulla morte dei nostri due connazionali. L’alto ufficiale, giudice militare presso la Corte di Goma, stava transitando sulla stessa strada in cui hanno trovato la morte Attanasio e la sua scorta. Si ritiene che come in precedenza l’agguato sia opera dei ribelli che operano in Congo, nella regione del Nord Kivu, e che le loro intenzioni non fossero dissimili da quelle che il 22 Febbraio scorso hanno portato alla morte di Attanasio e Iacovacci. Una storia questa, che avendo colpito noi italiani in prima persona, ha riacceso il dibattito sulla cosiddetta ” questione africana”. Si, perché il Congo non è l’unico Stato del Continente Nero ad avere le strade lordate di sangue innocente. Ciò che è avvenuto a Febbraio è la storia di tutti i giorni in Congo e in altri Stati dell’Africa profonda. Una storia che dalla fine del colonialismo ha visto proliferare dittatori sanguinari, signori della guerra, terroristi e mercenari di ogni tipo. Criminali  che vedono  nella guerra un’indebita fonte di arricchimento, idonea ad affermare il proprio potere su popolazioni stremate da guerre, malattie e carestie. Piaghe purulente che affliggono l’Africa da decenni e di fronte alle quali l’Occidente ostenta una sostanziale indifferenza. Eppure esso, nonostante il colonialismo sia finito da un bel pezzo, è ancora lì , a gestire le sorti del continente per mezzo delle sue aziende e delle sue multinazionali. Aziende che negli ultimi cinquant’anni hanno fatto lauti guadagni, sfruttando a proprio vantaggio il dramma africano e finanziando chi questo scempio glielo ha inopinatamente permesso. È accaduto in Ruanda, dove  è stato dimostrato che l’eccidio dei Tutsi da parte degli Hutu è avvenuto grazie ad armi fornite dal  Belgio e da altre nazioni europee. Genocidio che ha peraltro avuto notevoli ripercussioni sulla stabilità della regione e delle nazioni vicine( fra cui proprio il Congo). Idem è accaduto in Sierra Leone, dove la decennale guerra civile è stata finanziata dal traffico sia delle armi sia dei diamanti con i paesi occidentali. Risorsa quest’ultima di cui il paese è straordinariamente ricco e che è stata al centro del dibattito internazionale riguardo alla necessità di bloccarne il contrabbando( risoluzione 1306/2000 dell’ONU). Stesso scenario si è, ancora,  ripetuto nel 1992, in Somalia , quando in seguito alla cacciata di Siad Barre il paese è sprofondato nella guerra civile ed è stato necessario l’intervento delle Nazioni Unite per riportare la normalità ( operazione “Restore Hope”). Somalia che anche dopo la fine del colonialismo italiano e  l’instaurazione del regime di Barre ha mantenuto comunque saldi rapporti economici e commerciali con il nostro paese. Interessi che hanno continuato a persistere anche dopo la fine della dittatura e che hanno favorito il contrabbando delle armi e dei rifiuti tossici nel paese. Un caso questo che è stato al centro di inchieste prima giornalistiche e poi giudiziarie. Emblematica, in tal senso, è stata la vicenda dell’uccisione di Ilaria Alpi, giornalista del Tg 3, e del suo cameraman Miran Hrovatin. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti, Ilaria Alpi, che era giunta nel paese per documentare lo svolgimento della missione di pace, si era imbattuta nei traffici illeciti fra l’Italia e la Somalia. Una circostanza questa, lo si scoprirà solo in seguito, appresa dalla  giornalista per mezzo di un funzionario del Sismi, Vincenzo Li Causi, in missione in Somalia. La notizia, invero, era già nota alla Cia e al Pentagono. Non a caso, infatti,  gli Stati Uniti si opposero fermamente alla partecipazione dell’Italia alla missione, in virtù dei rapporti opachi intrattenuti fin dalla fine degli anni 80 fra il governo italiano e quello Somalo. Sfortunatamente Alpi e Hrovatin non faranno in tempo a comunicare quanto da loro appreso, perché verranno assasinati in prossimità dell’ambasciata italiana a Mogadiscio il pomeriggio del 20 Marzo 1994. Da quel giorno numerosissimi sono stati i depistaggi e i tentativi di impedire l’emergere della verità. Una verità scomoda che, leggendo le carte processuali, avrebbe quasi sicuramente scoperchiato il vaso di Pandora ” dell’affare Somalia”, provocando un autentico terremoto. Terremoto evitato dalla morte dell’ inviata del Tg 3, ma che ha posto comunque in rilevo interessanti connessioni. Come quella relativa al coinvolgimento nell’omicidio dei nostri servizi segreti.  A  tal proposito,  a venire in rilievo è la figura del maresciallo Vincenzo Li Causi, informatore di Ilaria Alpi e figura chiave dell’inchiesta. Costui, morto nel Novembre 1993 in Somalia, a seguito dell’operazione Ibis II, era un agente segreto del Sismi ed esponente di spicco dell’organizzazione Gladio. Gladio, che come tanti altri misteri italiani del secondo dopoguerra, ha avuto un ruolo non trascurabile  anche in questa vicenda. Con molte probabilità, infatti, Gladio ebbe parte attiva nel coprire le attività italiane nell’ex colonia africana. Compito che l’organizzazione ha svolto fino al 1991 e che collega l’omicidio di ilaria Alpi a un altro omicidio ad esso di poco antecedente:  quello di via Poma. A tal riguardo, un’ipotesi non proprio peregrina sull’omicidio  di Simonetta Cesaroni,  adombra significativi dubbi sulla società per cui la ragazza lavorava come segretaria. Secondo tale teoria, l’A.I.A.G. altro non era che una fittizia agenzia turistica che copriva l’attività dei servizi all’estero( fra cui le attività in Somalia di Gladio). Una circostanza questa che non è mai stata approfondita e che, a distanza di trent’anni, non ha visto nessuna condanna per il delitto in questione, ma solo altri depistaggi. Depistaggi che, a giusto titolo, hanno meritato all’Italia il titolo di terra dei segreti e delle cospirazioni.

L’ora del crepuscolo

Ci sono momenti nella vita di un paese destinati a fare la storia, momenti che nella loro tragicità contribuiscono a formare la coscienza collettiva di un popolo. Il 16 Marzo 1978 è stato uno di questi. Quella mattina, che molti ricordano e che ad altri è stata raccontata, l’Italia si ritrovò risucchiata in un vortice di paura e sgomento nell’apprendere la notizia che mai nessuno si sarebbe aspettato, neanche lontanamente, di udire. Le agenzie di stampa riportavano, infatti, la notizia di un attentato verificatosi in via Mario Fani, una traversa di via Trionfale, in cui era avvenuto il sequestro di Aldo Moro, ex presidente del Consiglio e presidente della DC, e l’uccisione degli uomini della sua scorta. L’attentato, subito rivendicato dalle Brigate Rosse, durò pochissimo ( circa 10 minuti), ma riuscì comunque nell’intento di colpire al cuore lo Stato. Il rapimento di Moro gettò rapidamente il paese nel caos e fece paurosamente tremare la fragile democrazia italiana. La gravità dell’accaduto spinse i sindacati a  proclamare lo sciopero generale dei lavoratori e la Camera dei Deputati a sospendere ogni attività legislativa in corso fino a quel momento. Una decisone resa, peraltro, necessaria dalla circostanza che proprio a Montecitorio, la mattina del 16 Marzo, si sarebbe dovuta tenere la discussione sulla fiducia al nuovo governo presieduto da Giulio Andreotti. Governo, che per la prima volta dal 1947, si reggeva sull’appoggio, esterno ma determinante,del PCI di Enrico Berlinguer( cosiddetto governo della non-sfiducia). Invero, alla costruzione della nuova maggioranza, Aldo Moro aveva dedicato nei mesi precedenti al sequestro ogni energia, sfidando quanti nella DC erano ostili all’idea del compromesso storico. Un accordo questo che, facendo convergere le forze cattoliche,laiche e socialiste su un’ unica piattaforma programmatica, spianava la strada a una rivoluzione copernicana della politica italiana, ferma da troppo tempo alle liturgie dell’immediato dopoguerra. La svolta , tuttavia, non piaceva a molti e ciò procurò  a Moro diverse critiche( fra cui quella di usare un linguaggio oscuro per non fare comprendere le sue reali intenzioni) e suscitò parecchie preoccupazioni. A Washington, in particolare, qualcuno fremette alla notizia di un’ imminente entrata dei comunisti al governo. E al riguardo sono ormai note  le minacce che Henry Kissiger, Segretario di Stato Usa, rivolse a Moro in occasione del suo viaggio del 1976 nella capitale americana. Tale evenienza ha poi alimentato le speculazioni successive  su un presunto coinvolgimento degli Usa nel sequestro. Dubbi avvalorati  dalla presenza sul luogo della strage di uomini dei servizi impegnati nell’operazione Gladio( Stay Behind), operazione che aveva come obiettivo il contrasto al comunismo nei paesi della Nato. Una circostanza questa che non fu smentita mai da nessuno, nemmeno dai terroristi che presero parte al sequestro. Misteri che si addensano nei 55 giorni successivi al rapimento e che, ancora oggi, a 43 anni dalla morte dello statista democristiano, animano il dibattito pubblico. Come la scomparsa della valigetta personale di Moro, prelevata da qualcuno a Via Fani e occultata senza che ve ne rimanesse traccia. Cosa contenesse la valigetta non è, purtroppo, dato saperlo, ma probabilmente vi erano indizi idonei a compromettere la posizione di più di una persona. Una sorte analoga  toccata poi al famoso memoriale di Moro, rinvenuto dai carabinieri del generale Dalla Chiesa nel covo delle Brigate Rosse di via Monte Nevoso , a Milano, nell’autunno del 1978. Memoriale, che muovendo accuse ben precise verso alcuni dirigenti democristiani, è scomparso nel 1978 per poi riapparire, parzialmente, nel 1990, anno della scoperta di Gladio. Proprio Gladio, che è spesso richiamata nella vicenda, ha contribuito a infittire i misteri sul ruolo giocato da alcuni apparati dello Stato nella pianificazione del sequestro. In particolare, a destare scalpore sul punto, fu la presunta seduta spiritica svoltasi in una abitazione romana in cui venne indicato il nominativo della prigione di Moro. In tale esoterico contesto venne pronunciato  il nome Gradoli, una località situata nel viterbese. Sfortunatamente, si apprenderà solo dopo, Gradoli non indicava la città, ma l’omonima via di Roma che fu fino al 18 Aprile del 1978 la prigione di Aldo Moro. Una via divenuta da quel giorno universalmente  nota come la via delle spie, crocevia di tutte le trame oscure che ormai da decenni attraversano la vita del paese. Un riferimento quello alle spie dovuto alla presenza in quel luogo di molti appartamenti affittati a membri dei servizi segreti (fra cui alcuni affiliati a Gladio). Sempre Gladio, secondo le successive indagini degli inquirenti, avrebbe avuto importanti collegamenti con una scuola di lingue di Parigi: l’istituto Hyperion. La scuola,fondata nel 1977, fu a lungo ritenuta una centro di formazione culturale marxista  per i terroristi rossi di mezzo mondo. In verità, come emerso in seguito, L’Hyperion era, con molte probabilità, una centrale di coordinamento della Cia per le operazioni in Europa. Secondo poi il capo della colonna romana delle BR, nonché  assasino di Moro, Mario Moretti,  la pianificazione del sequestro sarebbe avvenuta proprio qui e per motivi che restano, ancora oggi, in gran parte ignoti( come oscuro è  il ruolo avuto da Moretti nella vicenda). Senza ombra di dubbio, tuttavia, assumendo come presupposto che molti interrogativi sul caso Moro resteranno insoluti, è appena il caso di fare qualche riflessione su quanto accaduto più di 40 anni fa. Sotto il profilo dell’analisi storica, l’intuizione di Moro andava nella giusta direzione di superare la democrazia bloccata, cercando convergenze parallele con il Partito Comunista. Un’idea che, oggi si può pacificamente affermare, precorse, in evidente anticipo sui tempi, la nascita vent’anni dopo dell’Ulivo e poi del PD. È tanto più innegabile che Moro vedesse come prossimo al crepuscolo il sistema politico della sua epoca e di come egli, prima di Tangentopoli, avesse messo in guardia il suo partito, La Democrazia Cristiana, dai rischi di una amministrazione del potere pubblico poco trasparente. Un richiamo alla sobrietà dei costumi che è stato al centro anche del dibattito sulla questione morale di Enrico Berlinguer. Un  richiamo rimasto inascoltato, ma che nella notte della Repubblica di Mani Pulite, si è dimostrato oltremodo profetico. E si sa che le profezie hanno il difetto di farsi apprezzare solo dopo che si sono tragicamente avverate.

L’incaricato speciale

Sono passati 10 giorni dalle dimissioni di Giuseppe Conte e del suo governo e ancora, nonostante si siano moltiplicati i segnali incoraggianti, non si vede l’uscita dal tunnel della crisi più pazza della storia repubblicana. Una crisi che sembra destinata,  dopo il fallito tentativo di rimettere insieme la maggioranza da parte del presidente della Camera, Roberto Fico, a trovare il suo epilogo nella nascita di un “governo del presidente” presieduto da Mario Draghi, ex governatore di Bankitalia e presidente della Bce. Tramontata, dunque, l’ipotesi di mettere una pezza al governo Conte( rivelatosi non a caso una vera e propria foglia di fico) ecco spuntare dal cilindro di Mattarella l’opzione Draghi, l’uomo che salverà la patria e che traghetterà l’Italia fuori dal mare in tempesta della pandemia. Tuttavia, il nome di Draghi, ritenuto da molti una garanzia visto lo spessore della persona e l’indiscutibile accreditamento di essa presso le più importanti istituzioni internazionali , non ha mancato di dividere e animare il dibattito politico italiano. Tanti sono stati, infatti, i mugugni nell’ex maggioranza giallo-rossa, specialmente da parte di chi fino all’ultimo aveva sperato in cuor suo di vedere nascere un nuovo governo Conte e che ora si ritrova costretto, più per spirito di autoconservazione che per amor di patria, a votare la fiducia al nuovo esecutivo. Non a caso, nelle ultime ore, si sta  profilando l’eventualità che a sostenere il governo Draghi sarà una maggioranza molto ampia, a riprova che nel nostro paese la salvaguardia del seggio e dei privilegi sembrano essere diventati la principale preoccupazione di una fetta consistente dell’attuale classe dirigente. Ciò nonostante si registrano sensibilità diverse e pertanto il percorso da qui al giuramento del nuovo esecutivo potrebbe rivelarsi meno agevole del previsto. Se, difatti, Draghi ha già ricevuto l’appoggio delle ali moderate del emiciclo, al contrario in quelle estreme stanno proliferando le distinzioni e i dubbi sulla strada da intraprendere. In tal senso, la scelta più interessante sarà quella del M5S,  passato nelle ultime ore da un deciso rifiuto verso questa ipotesi a una posizione più conciliante e propositiva. Le principali obiezioni poste dal Movimento grillino, che oggi incontrerà il presidente incaricato e parlerà per bocca del suo leader, Beppe Grillo, per l’occasione giunto a Roma, riguardano essenzialmente il passato di Mario Draghi. Un passato, che come quello di molti uomini di potere, cela luci e ombre e suscita quindi pesanti interrogativi. Draghi verrà senz’altro ricordato come colui che ha salvato la moneta unica dalla propria dissoluzione, come colui che ha fatto di tutto( whatever it takes) per impedire il crollo dell’edificio europeo quando la speculazione internazionale mordeva le sue giunture. Tuttavia, molti in questi giorni ricordano le parole pronunciate più di dieci anni fa dal presidente emerito della Repubblica , Francesco Cossiga, il quale definì Draghi un vile affarista, reo di aver svenduto l’industria pubblica italiana a Goldman Sachs e alle banche d’affari mondiali. Cossiga citò al riguardo la crociera sul Britannia del 1992, in cui Draghi era presente e dove fu decisa a tavolino la svendita dell’ IRI  e degli altri colossi di Stato( cosa che è poi avvenuta pochi anni dopo ). Ora, nel 2021, a seguito di una crisi che si presta ad essere corollario della disfatta totale del ceto politico del nostro paese, una crisi innescata più dalla mania di protagonismo dei suoi attori che per divergenze reali sui contenuti, l’opzione Draghi, salutata da Cossiga come un’autentica sciagura per il paese, è diventata realtà. Il presidente incaricato terminerà oggi il suo primo giro di consultazioni fra i partiti e ha già fatto sapere che Lunedì incontrerà le parti sociali. Un segnale notevole e che va nella giusta direzione di ricostruzione di un paese colpito duramente dalla crisi socio-economica scatenata dalla pandemia e che si spera possa illuminare l’operato del nuovo esecutivo. Si, perché l’ora è grave e il paese ha bisogno di risposte. L’epidemia non accenna ad arretrare e il piano vaccinale di Arcuri ha mostrato significative crepe per ciò che concerne la distribuzione dei sieri. I molti posti di lavoro che sono stati bruciati necessitano di investimenti per essere recuperati e non di nuovi tagli lineari come quelli fatti dal governo Monti dieci anni fa. Sarà per questo che il nascente governo si sta modellando sullo schema del governo Ciampi del 1993, un governo tecnico ma che vedeva la partecipazione politica di importanti esponenti nei dicasteri di peso. Per questi motivi, in attesa di assistere all’avvento dell’era Draghi, chi scrive si riserva di astenersi dal formulare qualsiasi giudizio squisitamente politico sul nuovo esecutivo. Vano sarebbe, infatti, negare un moderato scetticismo verso l’ennesimo ricorso a una soluzione tecnica per risolvere problemi di altra natura, ma tanto è. Pertanto aspettiamo Mario Draghi alla prova dei fatti, tanto a cambiare idea si fa sempre in tempo.                                                                                                                Articolo di Gianmarco Pucci

La crisi fantasma

Dopo mesi di avvertimenti, accuse, annunci e smentite, la tanto attesa crisi di governo si è finalmente manifestata in tutta la sua opacità. Il fatto non sorprende se si considera che già da molte settimane erano in essere i prodromi della tempesta perfetta abbattutasi sull’esecutivo. Ciò che lascia sbigottiti è il modo e la tempistica con cui Matteo Renzi ha deciso di trascinare il paese verso una crisi al buio, ordinando ai suoi ministri di abbandonare l’esecutivo. Renzi ha accusato la maggioranza di aver posto le premesse per la fuoriuscita di Italia Viva dal governo, adducendo a pretesto il rifiuto dei grillini di avvalersi del MES sanitario e quello di Conte di cedere la delega sui servizi segreti a una persona diversa dal Presidente del Consiglio dei Ministri. In verità, come evidenziato anche da molti osservatori e analisti politici, la realtà è sensibilmente diversa e il ragionamento di Renzi sembrerebbe rispondere più a un calcolo personale che a una reale divergenza sui contenuti dell’azione di governo. Il ragionamento, però, mai come in questo caso rischia di rivelarsi non solo errato, ma anche di favorire altri pronti ad approfittare della situazione a loro favore. Se il momento non fosse così drammatico, con gli italiani alle prese con la terza ondata del Coronavirus, verrebbe quasi da sorridere innanzi al delirio di onnipotenza di un piccolo leader passato in 10 anni da rottamatore a rottamato della politica e che pensa di sopravvivere rispolverando tattiche  vagamente macchiavelliche. Certo “tirare a campare è meglio che tirare le cuoia” diceva Giulio Andreotti, ma è anche vero che il suicidio è un peccato mortale e quello di Matteo Renzi e dei suoi accoliti è un suicidio di quelli destinati a fare la storia. Una fine ingloriosa, consumatasi nel segno del tradimento e delle menzogne, ma che chiude innegabilmente un’epoca e sulle cui ceneri, come l’Araba Fenice, si prepara a nascere un nuovo fenomeno politico: quello dei “costruttori”. Il nome, a differenza di quello precedente dei “rottamatori”, sembrerebbe essere più promettente se non fosse che ci si trova innanzi all’ennesimo caso di trasformismo che da secoli anima le cronache parlamentari del bel paese. Nel caso in esame, sempre per citare Macchiavelli, il fine che giustifica i mezzi è quello di garantire la tranquilla e ordinata prosecuzione della legislatura e consentire in tal modo a deputati e senatori di salvare vitalizio e pensione. E In virtù di questa nobile causa molti si preparano a cambiare posizione e a venire in soccorso di Conte, il quale non sembrerebbe in queste ore avere alcuna intenzione di dimettersi né di formalizzare in alcun modo la crisi. In tal senso il comportamento del premier è stato incomprensibile quasi quanto quello di chi ha voluto a tutti i costi rompere l’accordo di governo. Incomprensibile, perché per prassi istituzionale il governo dovrebbe rassegnare le dimissioni in caso di dissoluzione della maggioranza che lo sostiene o quanto meno informare tempestivamente le Camere e non affidarsi a giochi di palazzo. Giuseppe Conte, invece, sembra aver deciso di seguire quest’ultima strada, confidando nella magica materializazzione di una nuova maggioranza in aula che gli permetta di rimanere a Palazzo Chigi per altri due anni. Una scelta questa costituzionalmente legittima, ma discutibile sul piano del merito e per la quale Conte potrebbe pagare pegno nel prossimo futuro. Infatti, a prescindere da ciò che accadrà Lunedì e Martedì, il governo Conte ter sarà un governo debole, logorato, appeso alla volontà di un drappello di parlamentari intenzionati a non perdere il seggio e i privilegi ad esso connessi. Uno spettacolo a dir poco indecente, che segna il tramonto nel nostro paese della democrazia parlamentare, non essendo certamente i voltagabbana sinonimo di virtù e senso delle istituzioni. Finanche Clemente Mastella, inizialmente tirato in ballo e ritenuto il regista di questa operazione di palazzo, si è tirato fuori dal progetto politico in atto  dopo la polemica che lo ha visto coinvolto con Carlo Calenda. Dissociazione che rende bene l’idea del caos che aleggia nelle istituzioni e che vede ridiventare determinanti piccoli partiti e vecchi leader, i quali cercano di intestarsi il successo di un’ operazione politica dagli esiti tutt’altro che scontati.

Cronaca di un’insurrezione

Il 6 Gennaio 2021 verrà a lungo ricordato come uno dei giorni più infausti per la storia della democrazia moderna, una parentesi buia per gli Stati Uniti e per tutto il mondo occidentale. Nel giorno dedicato dai cristiani alla festa dell’Epifania, la follia si è impadronita di un’intera nazione sprofondandola nell’abisso della violenza e della barbarie. Mai era capitato di vedere un parlamento assalito con tanta brutalità da una folla inferocita e soprattutto mai  ci si sarebbe aspettati che a venire violato sarebbe stato il tempio della democrazia a stelle e strisce. Per un giorno la nazione guida dell’Occidente si è trasformata, con grande gioia dei suoi avversari, in una “repubblica delle banane” sudamericana, dove tutto può essere messo in discussione a dispetto di quanto prescritto dalle leggi. Per la prima volta in oltre duecento anni di attività il Congresso degli Stati Uniti, riunitosi per certificare ufficialmente la vittoria di Joe Biden alle elezioni dello scorso 3 Novembre, si è ritrovato a fare i conti con la furia cieca di un popolo che non riconosce più la sacralità del suo perimetro. In verità il fuoco covava sotto la cenere già da tempo, pronto a divampare alla prima occasione propizia. In questo caso l’occasione è stata offerta dal conteggio finale dei voti dei grandi elettori da parte delle Camere, una fase puramente formale che ha visto la definitiva proclamazione di Biden come presidente degli Stati Uniti dopo mesi di aspre polemiche. Tali contestazioni sono, infatti, state al centro del dibattito politico americano degli ultimi due mesi, non avendo il presidente uscente Donald Trump voluto riconoscere la vittoria dell’avversario. Da settimane Trump parla di frodi, di elezioni rubate ed esercita pressioni indebite per  sovvertire quanto affermatosi nelle urne. Alla fine la sua gente ( definita “un meraviglioso popolo di patrioti”) lo ha ascoltato ed esaudito, insorgendo contro quel parlamento a lui sempre più inviso. Per ore, al grido di “fermate il furto” decine di suoi sostenitori  hanno vagato armati per i corridoi del Congresso, devastando locali , uffici e ingaggiando scontri con le forze di sicurezza poste a presidio del Campidoglio. La gravità della situazione ha  chiaramente costretto gli agenti del servizio segreto ad evacuare il palazzo e a interrompere la seduta parlamentare, ripresa solo a tarda notte, dopo cioè la messa in sicurezza dell’area da parte della Guardia Nazionale. Drammatico è stato il bilancio delle vittime al termine dei tumulti: 4 morti, 13 feriti, oltre 60 arresti e un’ infinità di polemiche sull’inefficienza delle misure di sicurezza poste a difesa del Congresso. Ora dopo la tempesta è tornata la quiete, ma tanti sono gli interrogativi e  i dubbi che aleggiano intorno a questa triste vicenda. Joe Biden, che giurerà come presidente il prossimo 20 Gennaio, ha accusato Trump di essere il responsabile morale e politico dell’assalto al parlamento degli Usa. Nel suo ultimo discorso ha spiegato al suo avversario che il presidente non è un monarca assoluto, che il Congresso non è una Camera dei signori, che la giustizia non è al servizio del potere esecutivo. Biden ha poi parlato della fragilità in cui versa la democrazia e della necessità di ricostruirla nei prossimi quattro anni, garantendo il ripristino della legalità e l’osservanza della Costituzione. Un appello che è stato accolto favorevolmente anche da tutti gli altri ex presidenti, a partire da George W Bush, il quale subito dopo gli scontri aveva condannato l’atteggiamento insensato di Trump e del suo esercito di estremisti. Proprio le prossime mosse del Tycoon newyorkese sono quelle che suscitano il maggiore interesse da qui al 20 Gennaio. Subito dopo la proclamazione di Biden, non smentendo la sua teoria dei brogli, Trump ha promesso che la transizione da qui al 20 Gennaio sarà ordinata e senza pericoli. Una parziale marcia indietro che, in virtù dell’imprevedibilità del soggetto, è stata accolta tiepidamente da molti anche nel suo stesso partito. Non è infatti una sorpresa che da ieri a Washington si sta ragionando su una possibile rimozione forzata del presidente attraverso l’applicazione del 25esmo emendamento qualora Trump dovesse tornare sui suoi passi. Dunque, come si può facilmente dedurre, la strada da qui ai prossimi 12 giorni è lastricata di incognite, di incertezze e di insidie. Il timore che ciò che è avvenuto il 6 Gennaio possa ripetersi non fa dormire sonni tranquilli a più di una persona. A essere in gioco è la sopravvivenza della democrazia americana e probabilmente non solo quella..

Tanto rumore per nulla

C’era una volta una barzelletta in cui un italiano condannato alla ghigliottina scampava, miracolosamente, alla decapitazione a causa di un difetto della lama, provocando l’ira di un boia incredulo davanti a tanta fortuna. La metafora, fuori da qualsiasi riferimento letterale, sembrerebbe alludere a Giuseppe Conte. Il premier, infatti, si è rivelato un osso più duro del previsto, essendo riuscito in questi mesi a mantenere l’equilibrio nonostante la sua poltrona abbia traballato vistosamente più volte. Come avvenuto negli ultimi giorni sul Mes, lunga diatriba apparentemente conclusasi ieri con il voto favorevole di Camera e Senato e che aveva provocato inquietanti  fibrillazioni nella maggioranza di governo. A far temere, in particolare, per la continuazione dell’esecutivo ( e della legislatura) erano state le dichiarazioni del leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che non aveva escluso un’ uscita  dalla maggioranza a fronte dell’insistenza di Conte nel volere istituire una cabina di regia per gestire i fondi del Recovery Plan. Una levata di scudi che ha visto il senatore fiorentino prima minacciare la crisi di governo e poi fare marcia indietro dopo aver avuto le opportune garanzie sull’impiego del Mes da parte dell’Italia. Proprio Renzi, intervistato dal Tg2, si era espresso in tal senso, giudicando una follia la richiesta di Conte di attribuire a una task force il compito di gestire il denaro dell’UE. Sempre Renzi aveva criticato l’operato del Presidente del Consiglio, a suo dire poco rispettoso delle prerogative parlamentari, e minacciato una crisi di governo nel caso in cui l’esecutivo non avesse ottenuto la fiducia delle Camere. Tanto rumore per nulla, quindi, ma che preannuncia un nefasto quanto probabile temporale che arriverà nei prossimi mesi, da quando cioè con l’arrivo del vaccino anticovid si inizierà a vedere la luce in fondo al tunnel della pandemia. Il via libera al Mes, infatti, ha notevolmente intorpidito  le acque nel M5S, dando un colpo mortale a quello che era l’ultimo caposaldo del loro programma elettorale. Una giravolta, l’ennesima in verità, che ha indotto una parte dell’opposizione ad accusare ,durante la seduta alla Camera, i deputati grillini di tradimento del proprio mandato elettorale. Particolarmente dure sono state al riguardo le parole riservate alla maggioranza da Claudio Borghi (Lega) e da Giorgia Meloni (FdI), colpevole a loro dire di tenere all’oscuro gli italiani sulla reale situazione del paese per ciò che concerne il contenimento dell’epidemia e la gestione dei fondi europei. Discorsi che testimoniano l’esistenza di un’ opposizione agguerrita, di duri e puri o che perlomeno vuole far credere di esserlo. Non si deve, infatti, ritenere che le divisioni alberghino solo nel centrosinistra , essendo le crepe di quest’ultimo, a causa della sua connaturata litigiosità, solo più evidenti rispetto a quelle del centrodestra. Proprio in questi giorni, infatti, era stata ventilata l’ipotesi di un possibile smottamento di pezzi dell’area centrista, come Cambiamo! di Toti, l’Udc e Noi con l’Italia, disposti a venire in soccorso dell’esecutivo in caso di un plausibile tracollo. Ipotesi resa credibile, più che da un probabile smarcamento dalla maggioranza  al Senato del gruppo di Italia Viva, dal rischio, paventato in questi giorni da alcuni giornali, che ha intonare il De Profundis per il governo Conte bis sarebbe stata una presunta fronda in seno al corpo parlamentare del M5S. Fronda che si è poi ridotta a poche decine di parlamentari, del tutto ininfluenti per mettere a rischio la tenuta della maggioranza. Una differenza determinante che ha permesso di tacitare le cassandre e gli uccelli del malaugurio, ma che non permette, tuttavia,  di esultare e pontificare sullo scampato pericolo. Difatti, Matteo Renzi, dopo la fiducia da parte del Senato, è tornato a mettere in guardia l’esecutivo, chiedendo un cambio di passo urgente, pena l’apertura verso scenari alternativi. Sinistri avvertimenti, dunque, che innervosiscono più di uno e restituiscono l’immagine di una classe politica in balia di se stessa, senza timone né timoniere, in cui più che la salute  degli italiani a venire salvaguardata è l’interesse di cappa e di spada. In tal senso, per riprendere la metafora dell’inizio, diventa difficile stabilire chi sia la vittima e il carnefice e soprattutto chi sopravviverà alla lama del boia in questo turbinio incessante di eventi imprevedibili. Siamo alle idi di Marzo sebbene qualcuno al governo non pare essersene reso ancora conto.

Chiamata da Hanoi

Il 1969 è stato un anno unico e sotto molti aspetti irripetibile per il gran numero di scoperte che hanno influenzato il cammino dell’uomo verso il progresso. Un’avanzata a tratti inesorabile, che ha visto l’uomo primeggiare su tutte le altre specie viventi presenti sul Pianeta ed estendere i confini della propria scienza al di là del tempo e dello spazio terrestre. Il 1969 verrà, infatti, ricordato universalmente come l’anno dell’arrivo dell’uomo sulla Luna, della conquista definitiva dello spazio da parte di esso dopo anni di prove ed esperimenti. Una conquista che ha significato molto per il trionfo della scienza e dell’ingegno umano, ma che  ha anche coperto fatti eminentemente negativi verificatosi proprio in questo anno. Se da un lato gli Stati Uniti vincevano la guerra con i russi, accaparrandosi l’ultima frontiera dell’esistenza umana, dall’altro essi si ritrovavano a combattere in Vietnam una guerra da molti ritenuta crudele, insensata e inutile. Un conflitto che oltre ad avere spazzato via tante giovani vite e i sogni di un’intera generazione, ha creato  ferite profonde nella società americana per il modo in cui è stata condotta. Basta pensare che proprio il primo Dicembre del 1969, a fronte del costante aumento delle vittime fra civili e militari, l’amministrazione  Nixon, per ingrossare le fila dei soldati da inviare in Vietnam, inventò un nuovo sinistro sistema: l’estrazione a sorte. Secondo la nuova norma, infatti, i militari di leva venivano sorteggiati in base alla loro data di nascita e inviati in guerra a prescindere dalla razza, dall’età, dalla religione e dallo status sociale. Inutile dire che questo sistema, da molti ritenuto più equo rispetto alle modalità di selezione tradizionali, fu  duramente contestato da una parte consistente della popolazione, contraria già di per sè  al coinvolgimento bellico degli Usa in Vietnam. Coinvolgimento che durava ormai da anni e che aveva visto, dopo il ritiro dei francesi dalla penisola vietnamita, un progressivo incremento della presenza americana nella regione allo scopo di contrastare l’espansione comunista nel sudest asiatico. Fu proprio per tali motivi che la protesta non tardò ad organizzarsi, dando vita a un movimento destinato a entrare nella storia non solo americana, ma del mondo: il movimento del “68”. Un movimento che dalle Università si propagò rapidamente in tutto il paese e superò l’Oceano, inaugurando con lo slogan “facciamo l’amore non la guerra” un nuovo paradigma sociale, figlio della dottrina della non violenza gandhiana. Fu così che da lì a poco la società americana si ritrovò divisa in due, con manifestanti che aumentavano di giorno in giorno in proporzione alla crescita dei morti in Vietnam. La roulette russa, così era stata chiamata la lotteria per il Vietnam, provocò vivaci e violenti scontri di piazza in cui si bruciavano le cartoline di convocazione dell’esercito, le bandiere a stelle e strisce e si gridavano slogan contro un governo che rappresentava un’ America imperialista e guerrafondaia. Per sfuggire all’inferno vietnamita molti giovani non esitarono a espatriare in Canada o ad arruolarsi nella Guardia Nazionale, convinti che quello sarebbe stato l’unico corpo militare a non essere obbligato ad andare a combattere in Asia. Tuttavia, malgrado un forte dissenso verso la guerra, in Vietnam i morti erano migliaia. Alla fine del 1967 i morti fra le fila dell’esercito Usa erano più di 11.000, una cifra che si andrà ad assommare ai 58.272 conteggiati al termine del conflitto nel 1975. Una cifra che ciò nonostante non tiene conto delle  altre vittime, ovvero i tanti soldati tornati a casa traumatizzati e che non hanno trovato una società che li ha accolti, ma al contrario li ha spesso respinti, favorendone l’emarginazione e quel che peggio la messa al bando. Una condizione quest’ultima che ha accomunato tutti quelli che hanno avuto modo di subire l’orrore della guerra. Lo stesso trattamento fu riservato da noi in Italia ai reduci della Grande Guerra e per certi versi anche a quelli dell’Iraq, specie dopo l’attentato di Nassiria. Verrebbe da dire che questi sono gli effetti collaterali del troppo amore, di chi ama cioè così tanto la pace da non rendersi conto, trasformando un’ idea in principio, di ferire chi la guerra non l’ ha voluta, ma l’ha subita.  Probabilmente è invece vero il contrario, ossia che in guerra non esistono né vincitori né vinti, ma solo vittime. E nel caso specifico del Vietnam, come disse Oriana Fallaci, le vittime sono quelle migliaia di ragazzi fra i 18 e i 30 anni eliminati dalla faccia della terra nel pieno della loro gioventù.

Una terra senza pace

Giovedì scorso, davanti alla sede della Camera, si è svolta la manifestazione organizzata dai sindaci calabresi contro il commissariamento della sanità regionale. L’evento, che ha riunito a Roma i rappresentanti dei comuni capoluogo di provincia e di altre municipalità importanti della regione, ha avuto come obiettivo quello di chiedere un intervento urgente del governo per superare lo stato di incertezza determinatosi in Calabria nelle ultime settimane. In particolare, i sindaci hanno chiesto al Presidente Conte di rimuovere la zona rossa in Calabria e di nominare un commissario idoneo ad affrontare l’emergenza sanitaria in atto. Ruolo questo che pare nessuno possa (o voglia) assumere e che ha dato luogo a un imbarazzante siparietto di nomine, subito  rimesse per i motivi più surreali e grotteschi. Episodi che hanno aggravato il quadro già precario di una regione con un sistema sanitario commissariato da più  di dieci anni a causa dei tagli e dei debiti accumulati dalle aziende ospedaliere. Una situazione drammatica che, tuttavia, solo la concomitanza di alcuni fattori inediti come l’emergenza sanitaria da Coronavirus e lo scioglimento anticipato della giunta regionale (dovuto alla morte del governatore Jole Santelli lo scorso Ottobre) ha fatto emergere in tutta la sua tragica dirompenza. Del resto, che la situazione sia grave e che avrà rilevanti ripercussioni sulla gestione del territorio lo si evince anche dalle parole pronunciate dai sindaci nel corso della manifestazione, parole che suonano come un disperato grido di aiuto in favore di una terra che sembra non trovare proprio pace. Per il Sindaco di Aiello Calabro e Presidente della Provincia di Cosenza, Francesco Antonio Iacucci, ad esempio “il governo ha dimostrato in questi mesi di avere a cuore la Calabria, sebbene riguardo alla sanità l’aspirazione degli amministratori è di tornare (dopo questo necessario periodo commissariale) a una gestione autonoma della sanità regionale, privilegiando gli investimenti pubblici nelle strutture ospedaliere a discapito dei tagli lineari fin qui attuati”. Sulla stessa linea si attesta il Sindaco di Catanzaro, Sergio Abramo, il quale ribadisce ” il no a un commissariamento che non sia a tempo, essendo compito specifico della prossima giunta regionale quello di migliorare la sanità e garantire il diritto alla salute per tutti i cittadini calabresi”. Abramo ha poi evidenziato come ” la cattiva gestione della sanità sia da imputare a nomine che negli ultimi anni hanno favorito gli amici degli amici e non  il merito e la competenza, fattori presenti in Calabria ma non giustamente valorizzati”. Concetto espresso, seppur con parole diverse, anche dal Sindaco di Vibo Valentia, Maria Limardo, la quale ha sottolineato come con il commissariamento della sanità “la Calabria sia stata letteralmente espropriata del suo diritto all’autodeterminazione. Un buco di democrazia al quale è necessario rispondere, rivendicando il pieno diritto della regione all’autonomia e premiando la professionalità, la sobrietà dei medici e degli  amministratori”. I sindaci hanno poi preso le distanze, dichiarando la propria fiducia nella magistratura, da quanto accaduto a Catanzaro nelle ore precedenti alla manifestazione, dove si è verificato l’arresto del Presidente del Consiglio Regionale, Domenico Tallini. Una vicenda, che al di là o meno del suo buon esito, ha danneggiato ulteriormente l’immagine della Calabria. Domenico Tallini, infatti,  si trova agli arresti domiciliari ed è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione e voto di scambio per aver favorito il clan crotonese dei Grande Aracri nell’ambito dell’inchiesta “Farma business”. Secondo la ricostruzione dei magistrati , Tallini, che era oggetto di indagine già dal 2014, da quando cioè era stato inserito nella lista dei cosiddetti “politici impresentabili”, avrebbe avuto un ruolo centrale nel sodalizio criminale instauratosi con il clan di Cutro. Suo sarebbe stato il compito di mantenere i rapporti fra istituzioni, massoneria deviata e criminalità organizzata per garantire i traffici illeciti della mafia. Egli, inoltre, avrebbe favorito, abusando della propria posizione, la sottrazione dei farmaci destinati ai malati terminali, alterando la rete di distribuzione e incrementando  così  il mercato nero dei medicinali. Proprio la gravità di queste accuse  ha contribuito a svelare le tante negligenze, le tante criticità di una terra sempre più abbandonata a se stessa, defraudata da chi avrebbe avuto il dovere di governarla con rispetto e amore. Un degrado ampiamente documentato dai servizi dei tg nazionali in questi giorni e che ha mostrato al mondo i tanti ospedali e presidi medici lasciati nell’incuria, strutture che non hanno mai aperto i battenti e che di fronte all’aumento dei contagi da Coronavirus avrebbero potuto funzionare ottimamente come reparti anticovid. Uno scempio perpetuato per anni, per decenni  e che ha investito tutti i settori di intervento della cosa pubblica. Lo si sta vedendo anche adesso con il nubifragio che ha colpito la provincia di Crotone, un fulgido esempio di pessimo governo del territorio che ci si aspetterebbe di non vedere replicato mai più, in Calabria come altrove. Il ritratto che emerge è desolante, quasi denigratorio nei confronti di quei tanti calabresi che hanno lasciato la loro terra d’origine per rendere grande il nostro paese. Ed è proprio a questi che le istituzioni dovrebbero rivolgersi affinché le cose cambino. Lo ha detto anche il Procuratore di Catanzaro Gratteri in questi giorni : per sconfiggere il duplice virus della malattia e della corruzione bisogna attingere alle energie migliori della terra calabrese, risorse che esistono ma che si trovano al di fuori di losche congreghe affaristiche. Solo così la Calabria avrà qualche speranza di rinascere, evitando di crollare in pezzi al minimo accenno di temporale (sanitario o meteorologico che sia).                                                                                                                                       Articolo di Gianmarco Pucci 

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