La sesta estinzione

“Oggi, la natura che ci circonda non viene più ammirata né contemplata ma divorata”. A dirlo questa volta è Papa Francesco, durante l’udienza concessa Sabato scorso alla comunità Laudato sì, nata su impulso del vescovo di Rieti, Domenico Pompili, e di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food Italia. Il Santo Padre ha poi proseguito il suo ragionamento , evidenziando come esista un innegabile equivalenza tra consumismo, sete di profitto e mancanza di sensibilità verso il Creato.  Non è la prima volta che il Pontefice si ritrova a intervenire su questo tema quanto mai cruciale per la nostra stessa sopravvivenza e per quella del pianeta che abitiamo. Nell’omonima Enciclica del 24 Maggio del 2015, il Papa ha espresso i medesimi timori nei riguardi di una natura sempre più minacciata dal nuovo paradigma di potere mondiale, fondato su un capitalismo tecnologico assai prepotente e incurante dei grandi problemi del mondo come la fame, il debito dei paesi più poveri e la conservazione del nostro ecosistema. A conclusione della sua Enciclica, Francesco ha impiegato la metafora, molto efficace, della Terra resa come un immenso deposito di immondizia , che per essere ripulita necessita di politiche, nazionali e locali, di rottura verso lo status quo. Un esplicito invito al cambiamento radicale dei nostri stili di vita, dunque. È sicuramente vero, come hanno sottolineano in molti, che mutamenti simili richiedono tempo per produrre effetti duraturi, ma perché allora non iniziare già da adesso a invertire la rotta, immaginando un futuro diverso da quello che sembra oggi toccarci in sorte? perché non impegnarsi già da adesso nel favorire   questa transizione a un paradigma socio-economico più sostenibile, come sancito a chiare lettere dall’Accordo di Parigi del Dicembre 2015 e di cui il mondo ha disperatamente bisogno? ad esempio, per ciò che concerne il riscaldamento globale, è scientificamente accertato come la temperatura media della Terra è andata via via aumentando di circa un grado centigrado nell’ultimo secolo, producendo danni ingenti alle culture e all’allevamento soprattutto di quelle aree della Terra ancora legate a un economia agricola. Inoltre, l’aumento di energia accumulata nell’atmosfera è stata propriamente ritenuta la principale causa del verificarsi, sempre più frequentemente, di eventi meteorologici estremi(tifoni, uragani, sbalzi di calore e di umidità). Nonostante tali evidenze, c’è però chi si ostina a negare la rilevanza della questione, ritenendola un fake news, una menzogna costruita ad arte da eco-terroristi nemici del progresso e del benessere dell’uomo. Poco importa, pertanto, che la realtà dei cambiamenti globali sia già sotto i nostri occhi come si evince da alcuni dati: scioglimento dei ghiacciai, sia polari che di montagna, che si stanno gradualmente riducendo e mettendo a repentaglio la sopravvivenza di intere specie vegetali e animali(è notizia di oggi che stanno drasticamente diminuendo i parassiti nell’Artico, principale fonte di sostentamento di alcune specie a rischio di estinzione), con conseguente aumento della temperatura in tutto l’emisfero; innalzamento del livello dei mari, poiché il ghiaccio sciogliendosi fa aumentare il livello delle acque con progressiva sommersione delle terraferma( per non parlare dell’aumento del rischio di maremoti e terremoti a causa della sollecitazione delle placche tettoniche); acidificazione dei mari a causa dell’anidride carbonica che contamina le acque arrecando danni a molluschi, conchiglie e coralli; desertificazione, problema che riguarda da vicino i paesi del Mediterraneo come il nostro, dove l’aumento della siccità danneggerà  gravemente l’agricoltura e favorirà le migrazioni di uomini, animali e piante verso altitudini maggiori, causando temporanei scompensi negli ecosistemi( tipo invasioni di insetti e cavallette). infine, la diffusione crescente di agenti patogeni, suscettibili di aggredire prima le specie animali e le piante per poi passare all’uomo. Si è già verificato con l’importazione di alcune malattie delle piante come la Xyllela, definita dall’Académie d’agricolture de France come “la peggior emergenza fitosanitaria al mondo”, la quale ha pesantemente danneggiato in Italia e Grecia il raccolto degli olivi e di altre piante da frutto. Anche la pandemia da Coronavirus, originatasi da un Pipistrello e trasmesso all’uomo, è un sintomo tangibile di tali mutamenti in atto e del impatto sempre maggiore di questi sulla nostra salute. Dunque, proprio l’emergenza che stiamo vivendo dovrebbe fare risuonare nelle nostre menti un  campanello d’allarme sull’avvenire,non molto roseo in verità, che ci attende. Si avverte, infatti,  la necessità di intervenire, pervicacemente, per arrestare la crisi climatica prima che sia troppo tardi. Non c’è purtroppo quasi più tempo! chi continua a negare la verità si rende complice del più grande genocidio ai danni del genere umano, avviandoci verso quella che dopo l’ultima era glaciale rischia di essere la “sesta estinzione di massa”. Non si può ,pertanto, non condividere l’appello di Papa Francesco alla mobilitazione per salvare la nostra amata madre Terra, in perfetta sintonia con quell’insegnamento ecumenico di amore universale cristallizzato nella dottrina cristiana  dal Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi. Opera quest’ultima che andrebbe riletta non tanto per la sua indubbia bellezza stilistica ma per la profondità del suo messaggio, da cui si evince che noi siamo chiamati a custodire e rispettare il Creato senza alterarne la sua vitale funzione.

lo strano caso della bestia del Gévaudan

Venerdì sera, su Iris, è andato in onda il Patto dei Lupi, film francese del 2001 di Christophe Gans con Vincent Cassel, Mark Dacascos, Samuel Le Bihan e Monica Bellucci. La pellicola, di fattura alquanto mediocre e con evidenti lacune nell’elaborazione della sceneggiatura, ha avuto , tuttavia, il merito di narrare, pur mantenendola sullo sfondo, le vicende realmente accadute fra il 1764 e il 1767 nei boschi della regione della Francia centro-meridionale del Gévaudan, oggi incorporata nel dipartimento di Lozere, in Occitania. Le cronache locali del periodo riportano dei ripetuti attacchi, perlopiù rivolti verso le comunità di pastori che abitavano la zona, da parte di un animale particolarmente possente e feroce, simile nell’aspetto a un lupo. La bestia fece la sua prima apparizione nel Aprile del 1764, ma la prima vittima, una pastorella di 14 anni, è datata due mesi dopo, il 30 Giugno, e da allora i morti non hanno fatto che aumentare, rendendo gli attacchi dell’animale una autentica piaga per gli agricoltori del luogo. A seguito del moltiplicarsi dei morti nel giro di pochi mesi e degli scarsi risultati da parte delle autorità locali nello scovare e uccidere la bestia, l’intendente della Linguadoca, l’avvocato di Mende M. Lafont, decide di informare Parigi che invia il 12 Novembre un distaccamento di 56 Dragoni comandati dal capitano Jean Boulanger Duhamel. Esso, nel suo resoconto al Re, descrive uno strano e sconosciuto ibrido, esteriormente simile a un lupo ma della stazza di un vitello, molto astuto e abile più di qualsiasi altro animale fino ad allora conosciuto. Con il passare dei mesi gli infruttuosi  tentativi di cattura della belva e il costante aumento  delle vittime, contribuiscono a far nascere nella popolazione, complice il folklore popolare e la superstizione, il “mito della bestia”. In tutta la Francia non si parla d’altro, l’opinione pubblica inizia a farsi domande sulla reale natura dell’animale e al riguardo iniziano a fiorire le più bizzarre teorie. L’avvento della fiera , infatti, suona per la popolazione come un duro monito divino rivolto al Sovrano per la sua indulgenza verso i filosofi illuministi. Costoro, professando il primato della ragione sulla fede vengono sempre più visti come degli eretici dalla Chiesa, capaci di insinuare il dubbio riguardo l’autenticità del messaggio di Cristo ( tesi questa che viene riproposta anche nel film). A onor del vero, è storicamente accertato che Parigi, e in generale tutta la Francia, fossero in quel periodo assiduamente frequentate da agenti dell’Inquisizione, che riferivano a Roma di  tutti gli sviluppi implicanti il diffondersi del culto dei lumi. La vicenda, inoltre, a causa della crescente isteria collettiva,finì per suscitare interesse anche fuori della Francia. Sono in particolare i giornali inglesi a dare risalto alla notizia nell’intento di schernire Luigi XV e il suo esercito per l’inettitudine, secondo loro, dimostrata nell’abbattere quello che niente altro sarebbe che un grosso lupo. Pertanto, Il mito della Bestia invincibile, figlia del Demonio e flagello divino, si rafforza ulteriormente e a scapito delle povere vittime. Per porre fine al terrore si assiste nelle campagne della provincia a una vera e propria mattanza di lupi da parte di semplici contadini, soldati e cacciatori esperti, che per riscuotere la ricompensa messa dal Sovrano non esitano ad affermare di avere ucciso la temibile fiera per poi venire smentiti, puntualmente, al verificarsi di ogni nuovo assalto. Prossimi ormai  alla soglia delle 100 vittime, con l’animale che sembra avvicinarsi sempre di più ai centri abitati,  Re Luigi XV decise di inviare nella provincia del Gévaudan il suo archibugiere personale, Antoine De Beauterme, che si reca sul posto con i suoi due figli e alcuni aiutanti. Anche il tentativo di Beauterme si rivela un fiasco: egli riferì, il 18 Novembre del 1765, di aver ucciso la Bestia, un lupo di oltre 100 kg dal folto pelo nero, immediatamente impagliato e portato a Parigi nel plauso generale di una popolazione finalmente liberata dal flagello. Non fu  purtroppo così in quanto la bestia tornò a colpire un paio di settimane dopo. Un anno e mezzo dopo, un contadino di nome Jean Chastel, assistito dai suoi tre figli , uccide durante una battuta di caccia un grosso lupo e lo  porta a Parigi per ottenere la ricompensa promessa. Non avendolo impagliato , la carcassa giunge già in avanzato stato di decomposizione per cui è impossibile stabilire se l’animale ucciso dall’agricoltore è veramente la belva che ha terrorizzato le contrade francesi.  Sta comunque di fatto che da allora, come per incanto, gli assalti cessarono del tutto. Restano però degli interrogativi su tutta la vicenda soprattutto riguardo alla vera natura della bestia. Era veramente solo un lupo ad agire o era presente negli omicidi in qualche modo  la mano dell’uomo? le vittime erano il bersaglio privilegiato di una bestia sanguinaria o della furia bestiale di una mente malata? alcuni studiosi , infatti , hanno ipotizzato che invece di un animale a colpire fosse un uomo( un maniaco omicida sul tipo di jack lo Squartatore o di Peter Stubbe, il cannibale di Bedburg) in virtù della particolare tipologia delle vittime, prevalentemente donne e bambini e quasi mai uomini adulti. Altri hanno parlato di attacchi combinati di un branco di lupi che solo l’isterismo collettivo ha trasformato in un unico e spietato carnivoro. Tesi quest’ultima che trova conferma proprio analizzando le caratteristiche delle ferite e sulla quale concordano la maggior parte degli zoologi. Si è infine discusso di un lupo particolarmente grosso e vorace in quanto affetto da Acromegalia( malattia comune in  uomini e  animali  e che provoca la crescita sproporzionata  degli arti), tesi meno suggestiva rispetto a quella di coloro che dietro i fatti  del Gévaudan ci vedono l’ombra di un complotto antilluminista, ma certamente più verosimile. In definitiva, quale che sia la verità riguardo allo strano caso della bestia del Gévaudan, la vicenda dell’enigmatico criptide non potrà che continuare a stimolare le speculazioni degli scienziati e le fantasie dei registi, lasciandoci consapevoli su quanto molto crediamo di sapere, ma quanto poco in realtà sappiamo sulla natura e su i suoi più reconditi segreti.

Storie di ordinaria follia

Nella notte fra Sabato e Domenica, a Colleferro, piccolo comune a sud di Roma, si è verificato l’ennesimo , spiacevole fatto di sangue che ha visto per protagonista un giovane di poco più di vent’anni, rimasto vittima della violenza di un gruppo di coetanei. Il giovane ,Willy Monteiro Duarte,di origine Capoverdiana , è morto in ospedale in seguito ai calci e ai pugni ricevuti dai componenti del branco, posti in stato di fermo  dai carabinieri  subito dopo l’aggressione. Gli aggressori , non nuovi a episodi di violenza, non si erano mai spinti fino al punto di uccidere, sebbene chi in paese li conosce bene afferma che questa era una tragedia, purtroppo, annunciata. L’opinione pubblica si è in particolare scagliata contro i capi del gruppo,  i fratelli Gabriele e Marco Bianchi, di 26 e 24 anni, conosciuti in zona per il loro temperamento brutale e per i loro precedenti penali( lesioni e spaccio di droga). Subito dopo la notizia del loro arresto, infatti, I social dei due fratelli sono diventati bersaglio di minacce e insulti, rivolte anche ai loro familiari e alla compagna di uno dei due, che fra l’altro è anche incinta. Odio chiama odio ,insomma, in un mondo sempre più interconnesso la realtà virtuale è diventato il luogo in cui si coagula la rabbia e si manifesta il lato più bestiale dell’animo umano. Ciò vale sia per gli assasini che per gli hater, che giudicano e condannano nascosti dietro una tastiera, omettendo di porsi, risucchiati nel vortice del proprio livore, due domande fondamentali: chi erano queste persone? Perché hanno fatto questo? Da ciò che si evince dai loro profili social, emerge il ritratto di una gioventù bruciata, figlia di una società malata la quale idolatra l’io in ossequio a un ideale estetico tanto effimero quanto feroce. Tatuaggi, palestra, macchine e vestiti firmati compendiano il desolante vuoto a perdere della vita di costoro, vite senza scopo per cui anche la violenza finisce per perdere significato. Ma in tutto ciò dove finiscono le loro colpe e iniziano le responsabilità della società che li ha allevati? Perché è certo che loro, rei di aver commesso il più atroce degli abominii, non sono sicuramente nati in questo modo ma lo sono diventati. In nome di un artificioso progresso negli ultimi decenni si è privato l’uomo dei suoi punti riferimenti, lo si è fatto diventare un automa che assorbe tutto ciò che viene propagandato dai Media e quindi anche i suoi modelli più volgari e diseducativi. Basta accendere la tv, ascoltare la radio o qualsiasi altra fonte di informazione per rendersi conto che la violenza  è ovunque, propagandata e amplificata fino alla nausea, fino a renderci insensibili al dolore. Homo homini lupus dicevano i Latini e questo è diventato propriamente il paradigma in cui si declina il nostro mondo. Infatti, senza più un principio etico e morale che lo guidi, senza più vincoli affettivi e familiari, l’uomo da essere razionale si tramuta in bestia,rendendosi reo delle più inaudite scelleratezze. In tale contesto , ciò che avvenuto a Colleferro non è altro che il sintomo di un male molto più complesso, una storia di lucida e ordinaria follia da cui traspare il ritratto di un umanità afflitta da un profondo malessere esistenziale. Malessere di fronte al quale l’uomo è sempre più impotente, smarrito perchè non in grado di percepire e quindi discernere ciò che è positivo da ciò che è per lui nocivo. È  in buona sostanza un problema culturale come ha sottolineato di recente anche Openpolis che, nell’analizzare le cause del disagio sociale , ha evidenziato come scarsa istruzione e povertà siano fra i principali fattori del degrado e dell’induzione al crimine. Il sonno della ragione genera mostri, dunque, e l’ignoranza è uno di questi e tocca allo Stato combatterla nel modo più efficace possibile. Difatti, sempre nello studio che è stato pubblicato si faceva appello alle Istituzioni affinché intervengano nel modo migliore  a ridurre le disuguaglianze sociali e a contrastare, con norme adeguate, la piaga dello spaccio di droga,  la quale ha assunto proporzioni spaventose nel nostro paese anche a causa dello sfruttamento di esso da parte delle mafie. Motivo quest’ultimo più che sufficiente per non sottovalutare il problema e per contribuire a  riaffermare ,cristianamente , la superiorità della forza creativa della vita su quelle che Fromm definiva  le pulsioni di morte.

I moti di Settembre

Il 2 Settembre del 1847,  il giovane patriota Domenico Romeo, natìo del paese di Santo Stefano in Aspromonte, insieme al fratello Giannandrea, al nipote Pietro Aristeo e al cugino Stefano Romeo, si ribellò al regime Borbonico e , alla testa di 500 seguaci,prese la città di Reggio Calabria , insediandovi un governo provvisorio presieduto dal canonico Pietro Pellicano. La rivolta, che mirava a deporre il governo del re, non ebbe, tuttavia, gli esiti sperati e non suscitò nell’animo della popolazione quello stesso ardore civile che animava i giovani patrioti.  Infatti, l’insurrezione, che avrebbe dovuto attecchire anche al di fuori dei confini calabresi, finì per fallire a causa della mancata unità di intenti dei liberali meridionali. Fu così che dopo un primo momento di smarrimento , il governo di Francesco II di Borbone, Re del Regno delle Due Sicilie, organizzò una pronta e cruenta repressione ai danni degli insorti, conclusasi con l’assassinio e la decapitazione di Romeo. Era il 15 Settembre, la rivolta era stata domata e la testa del capo dei cospiratori fu per ordine del Sovrano lasciata esposta per due giorni nel cortile del carcere San Francesco di Reggio Calabria , chiaro monito rivolto a chi avesse osato in futuro ribellarsi al regime borbonico. Il tentativo di Domenico Romeo non fu, però,  l’unico moto rivoluzionario che interessò la Calabria, la quale ha dato un importante contributo di sangue alla causa dell’Italia libera e unita. Solo tre anni prima, infatti, i fratelli Attilio e Emilio Bandiera, ufficiali della Marina da guerra Austriaca, appresa la notizia di una sollevazione popolare a Cosenza contro il Re( guidata fra l’altro dal figlio di Pasquale Galluppi, noto filosofo calabrese al quale oggi è intitolato il liceo classico di Catanzaro), disertarono gli ordini e giunsero da Corfù in Calabria. Giunti alla foce del fiume Neto, i Bandiera con un manipolo di circa venti uomini si diressero a Cosenza dove nel frattempo le guardie regie avevano ripreso il controllo della situazione. Sfortunatamente il gruppo fu tradito da un compagno d’armi e i due fratelli insieme a sette loro compagni furono fucilati a Rovito, alle porte della Città  di Cosenza. È evidente come il clima politico  nella Calabria dell’epoca  fosse tutt’altro che sereno. La regione aveva subito in prima persona le sanguinose vicende connesse all’instaurazione della Repubblica Partenopea del 1799, la successiva repressione borbonica organizzata dal Cardinale Ruffo , le faide fra giacobini e sanfedisti, fino ad arrivare alle campagne napoleoniche e alla restaurazione che lasciò il Mezzogiorno sospeso fra rispetto delle tradizioni e apertura alla modernità. Proprio in quegli anni, malgrado un economia ancora legata alla terra, fortemente gravata dall’osservanza dei vincoli di derivazione feudale e dalla persistenza di un sistema basato sul latifondo, il Regno di Napoli intraprese una serie di riforme volte ad accrescere lo sviluppo economico del territorio. Difatti, nel 1861, al momento dell’unificazione, il Regno presentava un bilancio in attivo di 35 milioni di Ducati( pari a 560 milioni di Euro) e un livello di disoccupazione non inferiore a quello degli altri stati preunitari. Grazie all’unificazione del sistema monetario e alla creazione di un ingegnoso sistema di tariffe doganali, fu inoltre possibile favorire la crescita tanto del settore terziario quanto dell’artiginato. L’industria raggiunse proprio in quegli anni punte di eccellenza nella siderurgia( le industrie di Pietrarsa vantavano un livello di prestazioni pari all’Ansaldo di Genova), nell’industria del ferro( emblematico il caso della Ferriera  di Mongiana, nei pressi di Serra San Bruno, dove si produsse per più di un trentennio ghisa e ferro) e in quella mercantile, la quale vantava una flotta che era la quarta al mondo per grandezza. Tutto ciò terminò con la deposizione della dinastia borbonica e l’unificazione sotto il Regno Sabaudo, che assorbì gran parte delle ricchezze del Mezzogiorno. La rapacità dei nuovi sovrani fu, quindi, vista come un tradimento di quegli ideali di pace e prosperità per cui molti patrioti del sud  avevano sacrificato la vita. Questa percezione proseguì  nei decenni successivi e lo Stato fu sempre più visto come un oppressore, un dispensatore di tasse e balzelli, connivente con quelle “onorate società ” che riuscirono a imporsi come intermediari fra lo stato e la popolazione, tra braccianti e proprietari terrieri. Ne nacque un fenomeno sociale, quello del brigantaggio, che al grido di “sono secoli che abbiamo fame” non tardò a esplicitare la propria rabbia, la propria frustrazione verso quello Stato che li aveva prima usati e poi abbandonati a se stessi .La risposta, come è noto, fu durissima: il governo emanò già nel 1863 la legge Pica che lasciava carta bianca all’esercito di reprimere il fenomeno nel modo più rapido possibile, prescindendo da qualsivoglia implicazione etica o umana. I nuovi sovrani, pertanto, mostrarono ben presto il loro vero volto, non meno feroce di chi li aveva preceduti , poco disponibile a barattare la cieca ragion di Stato con l’accoglimento di qualsivoglia istanza sociale. Per questo motivo , l’eco di tali fatti finì per offuscare a lungo il ricordo di quanti si batterono per l’Italia unita nel Mezzogiorno. Memoria storica che fu recuperata anni dopo solo grazie all’opera di intellettuali e studiosi del Risorgimento che per primi, in virtù della propria provenienza geografica, parlarono di una questione “meridionale” e delle implicazioni fra questa e le lotte patriottiche. Per merito di costoro si è progressivamente potuti arrivare ad avere un coscienza storica e civile comune, che rendono vivido, ancora oggi, il ricordo di quanti morirono per l’ideale unitario. Meritevole di nota è,  in tale proposito, la lapide che ricorda i caduti di Gerace, morti proprio in conseguenza dei moti del Settembre del 1847. Segno questo  ineludibile che a livello di idem sentire qualcosa è profondamente cambiato nell’animo dei calabresi negli ultimi 150 anni.

Perché no?

Il prossimo 20 e 21 Settembre gli Italiani saranno chiamati alle urne per il rinnovo dei Consigli Regionali in sette regioni e per confermare , tramite apposito referendum , la legge di riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Quest’ultima , licenziata dalle Camere lo scorso Ottobre , se approvata comporterebbe una significativa riduzione della rappresentanza parlamentare. Si passerebbe , infatti , da 630  a 400 deputati per la Camera e da 315 a 200 membri per il Senato per un totale di 600 parlamentari, dunque 345 in meno rispetto agli attuali 945. In verità la riforma , al di là di ogni facile demagogia , non può che suscitare perplessità e obiezioni in virtù della portata riduzionistica che la connota. Si è detto che la legge in questione permetterebbe , dopo un attesa pluridecennale , di snellire l’iter di formazione e approvazione delle leggi, garantendo oltretutto un significativo risparmio di spesa. Ciò è facilmente confutabile per due motivi: in primo luogo, perché  le casse dello stato ricaverebbero dal taglio solo 57 milioni di euro( pari allo 0,007% del spesa pubblica annuale e complessiva dello stato) e non 100 milioni come ha sostenuto candidamente Luigi Di Maio, principale sponsor insieme al M5S della riforma; in secondo luogo ,  è chiaro come il sole che se non si interviene in maniera decisa sugli stipendi e sulle indennità dei parlamentari Italiani( che sono fra le più alte di Europa) non ci potrà essere alcun serio risparmio per i conti pubblici. Verrebbe pertanto da chiedersi perché chi si è reso fautore di una simile riforma non abbia seguito questa strada per colpire i privilegi dei politici e si sia invece  prodigato in favore di un argomento così velleitario e smaccatamente populista. A tale domanda non c è ancora risposta se non il rinvio del tema a giorni migliori. Tuttavia, è sotto il profilo sostanziale della rappresentanza che l’impianto della legge rischia di creare le più vistose distorsioni. Innanzitutto si rischia di alterare,  in modo pressoché irrimediabile , il rapporto fra eletto ed elettore con  territori meno rappresentati rispetto ad altri. Paradigmatici a tal proposito sono ad esempio il caso della provincia di Savona che non elegerebbe nemmeno un senatore  oppure l’Abruzzo che sempre al Senato vedrebbe ridotta la propria rappresentanza a solo 4 membri, come anche il Friuli, l’ Umbria e la Basilicata. Il Trentino, invece,  in virtù del proprio statuto speciale ne elegerebbe 6, non registrando un grande cambiamento sotto questo profilo a dispetto di chi sostiene la sensatezza della riforma. Infine, gli squilibri di rappresentanza si ripercuoterebbero anche sulla composizione dei gruppi e delle commissioni parlamentari, che non  sarebbero a ben vedere in grado di lavorare efficacemente e speditamente specie in sede redigente. Su questo punto ,però ,Di Maio ha assicurato che la riforma sarà integrata dalla modifica dei regolamenti parlamentari e, non da ultimo, dalla riforma della legge elettorale. Il tema, che verrà affrontato nelle prossime settimane, è quanto mai decisivo. Lo è, perché senza un adeguata legge elettorale, che consenta ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, questa riforma rischia di danneggiare l’assetto istituzionale del paese più di quanto possa sembrare all’apparenza. Se fra 10 anni si dovesse votare,ad esempio, una legge che abolisce il Senato (come avvenne nel 2016) per trasformarlo nella Camera delle Regioni, con conseguente ulteriore depauperamento dei poteri del Parlamento , chi potrebbe negare che questa riforma non è stato che il primo passo per smantellare la democrazia parlamentare nel nostro paese? Cosa ne resterebbe della Costituzione più bella del mondo? Siamo, dunque, davanti a un bivio: o diventiamo una nazione più forte e coesa o siamo destinati all’oblio, a tornare un espressione geografica o, peggio ancora, una colonia. Chissà se non è proprio questo l’intento di chi ha veramente scritto la riforma ovvero tagliare il parlamento e rafforzare la “casta” , che in caso di vittoria del si non potrebbe esimersi dal ringraziare e benedire chi beceramente ha votato per il suo mantenimento.

Sognando Chernobyl

Il 9 Agosto di settantacinque anni fa, alle undici del mattino di una tersa giornata d’estate, esplodeva sulla città giapponese di Nagasaky “Fat Man”, la seconda bomba nucleare costruita dagli Usa per piegare la resistenza nipponica. La bomba, a differenza di quella sganciata su Hiroshima tre giorni prima, si componeva di un cuore di Plutonio 239, era lunga 3,25 metri, larga 1,5 e pesava 4 tonnellate e mezzo. Un autentico mostro di fuoco, dunque, che sfruttando l’energia sprigionata dalla fissione dei nuclei di Plutonio distrusse la vita in una manciata di minuti. La bomba causò fra le sessanta e le settantamila vittime e funzionava secondo un meccanismo più sofisticato di quello di Hiroshima ma ugualmente distruttivo. Il successivo 13 Agosto, a cospetto di tale disastro, il governo giapponese si arrendeva agli Usa: finiva la seconda guerra mondiale e iniziava l’era atomica. Nel sangue e nel terrore era stato generato un killer , figlio della fisica e della chimica, il quale minacciava la futura sopravvivenza del genere umano. La sua nascita ebbe una storia assai travagliata e non meno interessante: tutto ebbe inizio nel 1938, allorché il chimico tedesco Otto Hahn osservò la scissione dell’atomo a seguito di un bombardamento dei nuclei con neutroni. Gli studi di Hahn riprendevano quelli di Enrico Fermi che già quattro anni prima aveva notato che la scissione dell’atomo provocava una reazione nucleare a catena. Nel 1942, un gruppo di scienziati emigrati dall’Europa(fra cui lo stesso Fermi) si preoccupò di tradurre in pratica il risultato di questi esperimenti per favorirne un impiego militare. Nacque il progetto Manhattan, finanziato interamente dal governo americano con l’obiettivo di arrivare ad avere l’arma nucleare prima che tale risultato venisse raggiunto dalla Germania nazista. Il 16 Luglio 1945, sotto la supervisione del dottor Oppenheimer, capo del progetto Manhattan, avveniva il primo test atomico nel deserto di Alamogordo, in Nuovo Messico( test Trinity). Tuttavia, la bomba che fu impiegata non contro la Germania ma verso il Giappone per via degli effetti devastanti prodotti fù oggetto di pesanti critiche e ripensamenti. Già nel 1945, infatti, nacquero gruppi e comitati che chiedevano espressamente alle potenze mondiali uscite vittoriose dal conflitto ( principalmente Usa e Urss) di adoperarsi per limitare gli arsenali nucleari. Appello questo rimasto inizialmente inascoltato per via delle vicende connesse alla guerra fredda che portarono, invece, a un incremento massiccio delle armi atomiche. Tuttavia, nonostante la fine della guerra fredda, il dibattito continua ad essere vivo in tutte le nazioni del mondo relativamente all’opportunità di usufruire dell’energia nucleare e delle tecnologie da essa derivatene. L’ Italia, in particolare, ha deciso di uscire dal programma nucleare mondiale a seguito dell’esito del referendum del 1987( svoltosi successivamente all’incidente di Chernobyl), decisione confermata poi dal referendum del 2011. Le motivazioni addotte da quanti si dichiarano contrari all’impiego dell’energia nucleare sono molteplici e meritevoli di nota: in primo luogo il territorio Italiano, essendo ad elevato rischio sismico non consente di produrre in sicurezza; in secondo luogo la difficoltà di smaltire le scorie aggraverebbe un settore come quello del riciclaggio dei rifiuti già in condizione critica per lo smaltimento di quelli solidi e urbani; infine, l’alto costo per la manutenzione degli impianti e la possibilità che questi e i suoi derivati possano essere cedute a potenze o industrie straniere, favorendo quindi la proliferazione, rendono decisamente poco vantaggioso un ritorno del nostro paese al nucleare. Credo, in conclusione, che dobbiamo tutti quanti riflettere con serietà e coscienza riguardo al futuro nostro e del pianeta che abitiamo, proprio alla luce di quello che è avvenuto settantacinque anni or sono. Come disse Primo Levi ciò che è accaduto può accadere ancora e allora preoccupiamoci tutti di rendere migliore il mondo che abitiamo, evitando di inseguire le chimere di chi ancora sogna Chernobyl. Ricordiamoci che la vita è il bene più prezioso che abbiamo e che solo un mondo di pace può evitarci di scomparire in un gigantesco fuoco d’artificio causato dalla follia e dalla cupidigia umana.

Ritratto d’Agosto

Come ogni anno ad Agosto, complice la pausa estiva, la politica rispolvera i propri “cavalli di battaglia” in vista del ritorno a Settembre, che mai come quest’anno sembra denso di incognite. Incertezze che fanno riaffiorare le tradizionali divisioni fra i partiti e moltiplicare gli interrogativi riguardo alle prospettive dell’ immediato futuro. la crisi sanitaria , infatti, lungi dall’essersi risolta, rischia di avere un impatto deflagrante sulla tenuta del paese se non affrontata con la giusta determinazione, qualità quest’ultima che sembra mancare all’attuale classe dirigente. Il premier Conte, proprio in questi giorni, ha annunciato il varo del decreto Agosto con l’obiettivo di ricompattare una maggioranza che pare sfilacciarsi a causa delle solite diatribe interne al centro-sinistra. In particolare, a divenire terreno di scontro negli ultimi giorni è stata la richiesta di approvare una nuova legge elettorale subito dopo l’estate: da un lato c’è  chi vorrebbe una legge elettorale di tipo proporzionale come  il Partito Democratico e il M5S e dall’altro chi si dimostra più propenso a un sistema maggioritario come l’ex premier Matteo Renzi. In verità , la questione , per quanto importante possa sembrare, è più simile a un pretesto per indurre qualcheduno a scoprire le proprie carte ,approfittando dell’ affievolimento del dibattito tipico del periodo feriale. Questo qualcuno sembra essere proprio Matteo Renzi, che dalla nicchia di ambiguità ritagliatasi all’interno dell’emiciclo cerca di riacquisire quel peso specifico perso per via delle sue non infrequenti giravolte. Da qui il sospetto che si stia lavorando a un nuovo governo ,allargato a Forza Italia , guidato probabilmente da Mario Draghi ( e non più da Giuseppe Conte) e con l’apporto di quei grillini “responsabili”, i quali non hanno alcun interesse a tornare alle elezioni nella certezza di perdere il seggio. Ipotesi questa meno peregrina di quanto possa apparire a una prima impressione : prova ne è che anche qualcuno nel Movimento di Beppe Grillo inizia a sentire puzza di bruciato. Basta ,difatti, scorrere le dichiarazioni rilasciate in questi giorni da alcuni parlamentari del Movimento per rendersi conto che al suo interno si sta creando una netta demarcazione fra quanti si attestano su una linea più ” movimentista”, vicina alle posizioni di Alessandro Di Battista e chi mantiene un afflato “governista” come Luigi Di Maio e l’area che a lui fa riferimento. Per capire, dunque, se vi sarà ribaltone a Settembre bisognerà attendere gli esiti delle votazioni regionali e del referendum sul taglio dei parlamentari, fortemente voluto dal M5S e che permetterà di inquadrare in modo più chiaro il futuro della legislatura. I sondaggi pubblicati a riguardo registrano un vantaggio dell’opposizione di centro-destra, ricompattatasi dopo le frizioni fra Salvini e Berlusconi delle scorse settimane innanzi alla necessità di intervenire sull’l’immigrazione clandestina e la riforma della giustizia. Quest’ultima , ritenuta ormai riforma improcrastinabile dalla coalizione a seguito dello scandalo Palamara e dell’autorizzazione  a procedere ,concessa Giovedì scorso dal Senato con il beneplacito di tutta la maggioranza , contro Matteo Salvini per il caso della nave “Open Arms”. Per completare il quadro non ci resta che citare l’ex ministro Calenda, che nel suo beato oziare fra questo e quel salotto televisivo non ha perso l’occasione per andare sulla spaggia di Melendugno, in Puglia, per dimostrare che il TAP ,tanto inviso ai grillini, è in realtà un infrastruttura utile al paese, che non reca a suo dire alcun danno al paesaggio e all’ambiente. La politica si è pertanto ripresa la scena dopo mesi di abdicazione coatta in favore di virologi e scienziati. Ciò non può che rallegrarci se non fosse per il fatto che, dopo mesi di crescita stabile, il Coronavirus torna a mietere vittime, contribuendo all’ opera di abbattimento di un popolo disilluso come quello italiano. Tuttavia, è  da segnalare al riguardo che il ministro Speranza, nella sua informativa dell’altro ieri alla Camera ,ha tenuto a precisare come la crescita dei contagi sia lieve e la situazione sotto controllo. Sarà vero? Lo scopriremo solo vivendo.                

Un new deal per l’Europa

La settimana scorsa ,a Bruxelles, è stato raggiunto, dopo estenuanti trattative , l’accordo sul Recovery Fund, il super piano d’ investimento da 750 miliardi di euro che l’Europa metterà a disposizione, a partire dal secondo semestre dell’anno prossimo, dei paesi rimasti colpiti dall’emergenza Covid 19. L’accordo, di cui l’ Italia beneficerà per la cifra record di 209 miliardi, segna certamente un punto di svolta sotto il profilo dei rapporti di forza all’interno dell’Unione. Unione Europea che sembrava nei giorni “caldi” della trattiva prossima a imboccare un pericoloso vicolo cieco a causa dei diktat posti da alcuni paesi del nord Europa. Questi, in nome di una generica quanto artificiosa frugalità, hanno tentato di giocare a rialzo, adducendo come giustificazione l’inveterato pretesto secondo cui l’Italia sarebbe un paese di “spreconi”, perennemente sovra indebitato e incapace di fare le riforme che l’Europa chiede da sempre. Riforme certo, ma quali sarebbero? perché se è vero, come è vero, che le nostre classi dirigenti negli ultimi lustri non hanno brillato per parsimonia, è anche vero che vi è stato un atteggiamento poco propositivo da parte dell’UE verso il nostro paese. Ciò è accaduto, principalmente, per via del costante sforamento da parte dell’Italia del rapporto deficit/PIL. Tuttavia, proprio quest’ultimo, come evidenziato in un importante saggio del 2010 da Joseph Stiglitz  e Jean Paul Fitoussi, sarebbe un indice errato per misurare il benessere delle nostre economie e di conseguenza la qualità delle nostre vite. Qualità della vita , che come ha giustamente sottolineato Amartya Sen nel medesimo saggio,non può prescindere da una maggiore attenzione verso l’ambiente che ci circonda, rendendosi auspicabile l’opportunità di coniugare crescita e rispetto dell’ecosistema. Del resto dovrebbe essere chiaro a tutti che se una macroeconomia si ritrova avvinta in una spirale recessiva, drogata dal dogma della crescita, il modo più sbagliato per tirarla fuori dal baratro è quello di ricorrere all’austerity. Illuminante, a tal proposito, dovrebbe essere la lezione di John Maynard Keynes e dei suoi seguaci, che da decenni sostengono la necessità di un più vigoroso intervento dello Stato come regolatore dell’economia, in antitesi a quanti ancora oggi obiettano il contrario. Secondo Keynes ,infatti, in periodi di stagnazione dell’economia senza un forte stimolo da parte dello Stato per fare ripartire consumi e investimenti uscire dalla crisi è pressoché impossibile. Dunque è doveroso un cambio di passo, mettere da parte i vecchi schemi ideologici ed evitare che la recessione che si aprirà dopo la fine di questa emergenza ponga la parola fine al progetto europeo a causa del ripetersi degli errori del passato. Per fare ciò è pertanto necessario avviare un nuovo corso, un “New Deal” , che anziché idolatrare il mercato si preoccupi primariamente delle persone e specialmente di coloro che sono più bisognosi di aiuto; che abbia un occhio di riguardo per l’ambiente in cui l’uomo si trova a vivere e ad operare, tematica quest’ultima non più eludibile alla luce dei gravi cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il nostro eco sistema. Solo così  l’Europa potrà rivendicare quel ruolo di patria comune della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza che geneticamente le appartiene di diritto, ma che purtroppo ad oggi fatica ad affermarsi.

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