Due mondi molto vicini

Venerdì 16 Ottobre, la FAO, organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, ha festeggiato, nella sua sede di Roma, 75 anni di attività. La cerimonia, coincisa quest’anno  con la giornata mondiale dell’alimentazione, si è svolta in videoconferenza  a causa dell’emergenza Covid e ha visto la partecipazione di personalità di spicco delle istituzioni e del mondo dell’associazionismo. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per l’occasione ha inviato un videomessaggio in cui ha ricordato come quello che stiamo vivendo è un momento di scelte decisive per l’intero pianeta, laddove senza un serio impegno globale basato sul rispetto dell’attività agricola e l’uso responsabile delle risorse naturali non sarà possibile assicurare un sistema alimentare sostenibile nel prossimo futuro. Il capo dello Stato ha poi puntualizzato che senza un rafforzamento della cooperazione fra le nazioni, che coinvolga attori sia pubblici che privati, non si potrà efficacemente contrastare i problemi globali connessi allo sviluppo agricolo. Di qui l’auspicio di Mattarella affinché la Comunità Internazionale riscopra il senso profondo dei beni preziosi che la terra ci offre al fine di condividerli e custodirli per le future generazioni. L’appello del Presidente della Repubblica ha fatto da contraltare al duro monito del Papa, il quale ha denunciato come la distribuzione diseguale  dei frutti della terra sia non solo una tragedia, ma una vera vergogna. Secondo il Santo Padre essa sarebbe dovuta ai pochi investimenti effettuati nell’agricoltura, alle conseguenze dei cambiamenti climatici e ai conflitti presenti in molte aree del globo che bruciano ogni anno tonnellate di generi alimentari. Proprio questi ultimi due fattori, secondo gli ultimi rapporti diffusi dalle agenzie ONU, sarebbero fra le principali cause dell’aumento della fame nel mondo nell’ultimo triennio ( 821 milioni di persone ovvero un abitante su nove dell’intero pianeta). Le oscillazioni climatiche stanno, infatti, influenzando l’andamento delle piogge e delle stagioni agricole, dando anche luogo a fenomeni meteorologici estremi come siccità e alluvioni che danneggiano gravemente la produzione. Questi fenomeni sono poi alla base  della crescente piaga della denutrizione in molte zone del mondo, specialmente in quelle aree dove l’economia è ancora legata a sistemi agricoli tradizionali. Tuttavia, questo fenomeno che riguarda principalmente Sud America e Africa( e in misura minore l’Asia) rischia di non risparmiare nemmeno noi che viviamo nell’emisfero nord, poiché l’aumento sproporzionato delle temperature, alterando il grado di acidità delle piogge, arrecherà danni irreparabili alle culture di sussistenza come grano, riso e mais. Se si aggiunge poi che i danni all’ agricoltura contribuiranno a ridurre la disponibilità di cibo, favorendo un aumento indiscriminato dei prezzi dei beni alimentari e la creazione di oligopoli sul mercato, si comprende perché Papa Francesco ha affermato che quello della fame è una vergogna mondiale. Tuttavia, quando si parla di malnutrizione non si deve credere che ciò riguardi solo la denutrizione, essendo in crescente aumento, in molte aree del Nord America e dell’Europa Settentrionale, l’opposto fenomeno dell’obesità. Anche in questo caso  il prezzo elevato dei generi alimentari, dovuto a un difetto evidente nella catena di distribuzione delle risorse, che premia sul mercato  i grandi produttori a discapito di quelli piccoli, non permette a molta gente di accedere a un cibo per loro più salutare. Risulta, allora, evidente come si sia in presenza di un problema unitario, che a seconda delle condizioni assume una veste diversa, avvicinando due mondi lontani ma al contempo molto vicini. Un problema che pare, in definitiva, trovare il proprio comune denominatore  nell’aumento della povertà, nella diminuzione del redito medio pro capite e nella perdita del potere d’acquisto delle valute nazionali.  Non a caso, proprio la FAO ha segnalato come ormai da anni casi di obesità e denutrizione si verifichino indifferentemente tanto nei paesi ricchi che in quelli più poveri della Terra. Una chiara prova, dunque, della globalità del problema  e che come tale non può essere più ignorato da nessuno. Specialmente se si pensa che con il passaggio della Pandemia da Covid 19, la quale ha ingrossato le fila dei nuovi poveri, queste discrepanze saranno destinate a crescere. Sempre più persone, difatti, stando ai dati forniti dalla Caritas, rimaste  senza  lavoro  si affollano davanti alle mense sociali , elemosinando quel cibo che in tanti ancora sprecano. Occorre, dunque, un cambiamento radicale delle politiche alimentari che consenta l’accesso a un cibo sicuro e di qualità per tutti, privilegiando quelle filiere più sensibili a questi valori nutrizionali. Un sistema che favorendo l’agricoltura di piccola scala anziché quella intensiva praticata dalle grandi multinazionali dell’agroalimentare, rimetta al centro i diritti umani e la salvaguardia dell’ambiente. A onore  del vero sembra, comunque, che nella Comunità Internazionale  sia cresciuta la consapevolezza verso questo problema. Ne è una prova il conferimento del premio Nobel per la pace 2020 al programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite finanziato proprio dalla FAO. Un importante riconoscimento che non manca di evidenziare come senza cibo sufficiente per tutti non vi può essere prosperità e senza prosperità non vi può essere nemmeno la pace nel mondo.                                                                                               Articolo di Gianmarco Pucci 

Prove di sano sovranismo europeo

Sembra  ormai chiaro a tutti che il nuovo “Eldorado” dell’era digitale è rappresentato dalla “Data Economy”. Con ogni probabilità, infatti, tutto l’oro e il petrolio presenti attualmente sulla Terra non hanno il valore dei dati. Tuttavia, oro e petrolio presentano un valore correlato all’attività di ricerca, di trasformazione e trasporto che tali materie prime hanno alle loro spalle. I dati ,invece , sono messi gratuitamente ( e molto poco consapevolmente) a disposizione da noi utenti di smartphone, computer e altri “smart devices” che consideriamo, ingenuamente , essere al servizio della sola nostra utilità personale. In questo nuovo mercato 2.0 , una fetta molto appetibile è costituita dal settore del “cloud computing”. Basti pensare che il suo valore a livello globale è passato dai 242,7 miliardi di euro del 2016 ai 364,1 del 2019. Ma in questo settore i problemi non sono solo di carattere etico o legati all’ambito della privacy di ogni cittadino. Si tratta, a ben vedere, di una vera questione di interesse geopolitico, dal momento che la nuvola dei servizi risulta attualmente egemonizzata dagli Stati Uniti d’America, mentre si stima che la quantità dei dati industriali europei gestite da piattaforme cloud nei prossimi cinque anni quadruplicherà, rendendo evidente la necessità di gestire i servizi e i dati strategici a livello intercontinentale. Se si tiene conto poi del fatto che recenti previsioni economiche stimano che nel 2025 l’economia dei dati europei varrà poco più di 800 miliardi di euro, sorge spontanea una domanda: ” perché spedire tale tesoro oltreoceano?” Fortunatamente qui da noi, nel vecchio continente qualcosa si sta muovendo. Germania e Francia, infatti, sono le principali promotrici del progetto “Gaia X”. Si tratta di un’ associazione internazionale senza scopo di lucro, presentata al pubblico il 4 Giugno 2020, alla quale contribuiscono numerose aziende operanti nel settore, con lo scopo di garantire all’Europa una maggiore autonomia dai colossi della Sylicon Valley relativamente alla conservazione e la gestione dei propri dati in cloud. L’obiettivo è quello di costruire una piattaforma sicura in cui aziende, europee e non, possano operare fornendo servizi che rispettino regole e standard europei. I colossi High tech americani hanno già reagito, sferrando le prime contromosse. Ad esempio, il Ceo di Google Cloud, Thomas Kurian, ha rassicurato le istituzioni europee, affermando che il suo team sta già lavorando per offrire, attraverso la nuvola di Google, strumenti per gestire la sovranità dei dati. La partita del primo tentativo di sovranismo digitale europeo è ambiziosa e dai risultati estremamente incerti, ma la posta in gioco in termini economici e di sicurezza interna è fondamentale.                                                                                                                                                                                                                   Articolo di Manuel Galardo

Mani pulite, panni sporchi

Dopo mesi di dibattito infuocato, la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso di espellere dall’ ordine giudiziario Luca Palamara, ex Pubblico Ministero ed ex presidente dell’ANM, indagato per corruzione dalla Procura di Perugia. Nella motivazione che giustifica la radiazione si legge che esso avrebbe tenuto una condotta giudicata lesiva del prestigio e dell’onore della magistratura oltre che di inaudita gravità. Tuttavia, l’ espulsione così decretata , ha sollevato dei dubbi sia riguardo la trasparenza della procedura adottata sia verso il merito della sentenza. Si è, infatti, assistito a un processo “lampo”, espletato in una dozzina di udienze, in cui non sono stati sentiti i testimoni chiamati a deporre per la difesa(sostenuta per l’occasione dal consigliere di Cassazione Stefano Giaime Guizzi) e in cui si è emesso un verdetto in un tempo davvero da record di appena tre ore. Un processo, come ha ricordato l’ex procuratore Carlo Nordio, degno della Russia di Stalin, nel quale, a ben vedere, sembra che la magistratura abbia voluto assolvere se stessa, condannando Palamara e assegnandogli l’infausto ruolo di capro espiatorio dell’intero sistema. Nel comminare la sanzione ,infatti , i giudici dell’accusa si sono soffermati principalmente sul ruolo che Palamara ha avuto nel condizionare le nomine ai vertici delle procure, sulla sua opera di mediazione fra le correnti presenti nella magistratura e sui suoi rapporti con la politica. Non stupisce, dunque, che nel ricostruire i fatti, i giudici incaricati dell’accusa abbiano dato peculiare rilievo all’incontro, avvenuto l’8 maggio 2019 all’hotel Champagne di Roma, in cui Palamara, con i deputati Luca lotti(PD) e Cosimo Ferri(Italia Viva)  e cinque consiglieri in carica del CSM si accordavano per ottenere la nomina di Marcello Viola( capo della procura di Firenze) al vertice della procura di Roma. Ciò è, infatti, funzionale all’obiettivo che essi si sono prefissati: preservare le posizioni di potere interne alla magistratura, occultando lo scandalo. L’accusato, però, non sarebbe propenso ad accettare tale ricostruzione che lo vuole mela marcia nel cesto sano e ha già promesso battaglia. Ospite a Radio Radicale, ha annunciato ricorso in Cassazione e alla Corte di Strasburgo contro quella che a suo dire è una vera ingiustizia verso  un magistrato che mai ha svenduto la sua nobile funzione per ottenere illecite prebende. Sempre secondo esso, la sua principale colpa è quella di essersi prestato al gioco delle correnti interne alla magistratura, che da quarant’anni orientano il governo e le nomine ai vertici della magistratura italiana. Proprio le correnti si opporrebbero a qualsiasi riforma del settore ,rendendo pressoché impenetrabile un sistema giudiziario giudicato ormai da molti obsoleto.A tal proposito, quando proprio Palamara pone l’accento sulla necessità di separare le carriere e di superare l’obbligatorietà dell’azione penale non si può dire che affermi un eresia. Quante volte è capitato in questi anni di assistere a un uso arbitrario da parte di alcune procure di questo principio, dando sovente luogo a conflitti, più o meno marcati , con gli altri poteri dello Stato ? Quante volte attraverso l’uso indiscriminato delle intercettazioni ambientali e della carcerazione preventiva si sono lesi diritti di persone prima incolpate e poi scagionate dopo essere state messe alla gogna? il caso emblematico di Enzo Tortora dovrebbe, al riguardo, essere d’ insegnamento per tutti coloro che si accingono a diventare giudici, non potendo chi giudica essere esclusivamente bocca della legge. I radicali, per ovviare a queste evidenti discrepanze che investono il potere giudiziario, chiedono da anni, ormai inascoltati da una politica sempre più insipiente, una bicamerale sulla giustizia. Bicamerale che consentirebbe, giustamente,  di riaffermare quel principio sancito dalla nostra Costituzione all’articolo 3 che vuole la giustizia  amministrata in nome del popolo e dove nessuno è al di sopra della legge, neanche i magistrati. Lo si richiede, perché in questi ultimi decenni è prevalsa, complice il progressivo indebolimento della politica, una narrazione distorta della realtà dei fatti, che ha indebitamente celebrato la figura del giudice elevandolo al rango di eroe civile. Da Mani pulite in poi abbiamo visto un crescente protagonismo dei magistrati, divenuti moderni Robin Hood della giustizia che a colpi di sentenze tentano di riscrivere la storia del paese, rivendicando una presunta superiorità morale rispetto agi altri poteri dello Stato( in primis legislativo ed esecutivo ). Non si deve, comunque, credere che costoro nel portare avanti questa guerra alle istituzioni siano stati soli. Parte in causa importante in questo processo di degenerazione democratica, l’hanno avuta  soprattutto certi giornali e alcuni partiti politici, i quali gonfiando le cupe trombe del giustizialismo hanno pensato di portare acqua al loro mulino. Ecco perché non ci si può , di fronte a uno scandalo di tale rilevanza , voltare dall’altra parte, ignorando la reale estensione del fenomeno corruttivo all’interno della magistratura italiana, che è certamente molto più  ampio di quello che vogliono farci credere. Questa volta i panni sporchi non verranno lavati in famiglia e le dichiarazioni di Luca Palamara, che ha minacciato nuove rivelazioni inerenti questa triste vicenda, sembrano serbare proprio questa promessa. Se, dunque, nel 1992 è terminata l’età dell’innocenza della politica, oggi ,nel 2020, si può tranquillamente affermare che è finita quella della magistratura. Aspettiamoci, quindi, altre sorprese, perché la caduta degli Dei è solo agli inizi.                                                                                                                                                     Articolo di Gianmarco Pucci

Fratello uomo

Ieri, 4 Ottobre 2020, nel giorno dedicato alla celebrazione della figura di San Francesco d’Assisi, innanzi alla comunità francescana riunitasi  nel piccolo centro dell’ Umbria, Papa Francesco ha firmato la sua ultima Enciclica dal titolo quanto mai evocativo: “Fratelli tutti”. Nella sua Enciclica, il Pontefice richiama, oltre che importanti passi del Vangelo, soprattutto gli insegnamenti del Santo “poverello”, che fece dell’umiltà e della misericordia verso gli ultimi il tratto distintivo della sua predicazione. Proprio questi vengono rielaborati da Papa Francesco alla luce degli avvenimenti presenti  che hanno sconvolto la vita di tutti noi( in primis la Pandemia da Covid 19). La lettera, dall’ inequivocabile sapore francescano, si sofferma poi sulle principali problematiche di un mondo che sembra sempre di più cadere vittima del demone dell’autodistruzione. Questa tentazione nichilista, che nel nostro tempo prende le forme dell’intolleranza e della violenza cieca , si erge con protervia a contrastare la fratellanza fra gli uomini, negando l’importanza del dialogo fra le genti.  Si comprende, allora, perchè Papa Francesco, non mancando di esaltare la figura del santo di Assisi , che nel suo testimoniare la  fede mai ha fatto ricorso all’invettiva  dialettica, preferendo, al contrario,  la comunicazione gentile della parola di Dio, ha deciso di porre al centro del suo messaggio ai cattolici proprio la fratellanza fra gli uomini. Il Pontefice si è poi soffermato sul rapporto fra fede e politica, impiegando la metafora del Buon Samaritano che aiuta lo sconosciuto, il diverso per puro spirito caritatevole. Principio questo che dovrebbe, a detta di Francesco, guidare tutti i cristiani che rivestono funzioni di governo. Un chiarissimo invito, dunque, affinchè la politica  si prodighi, con abnegazione e spirito di servizio, per costruire una società  migliore. Infatti, per guarire un mondo iperglobalizzato come quello attuale servono risposte altrettanto universali, altrimenti non  vi potrà essere nessuna autentica innovazione. Tale cambiamento, se ci sarà,  non potrà che avvenire nel segno di una ritrovata concordia fra le persone, senza, quindi, alimentare odio e divisioni. A tal proposito il Santo Padre ha biasimato quelle ideologie, ribattezzate come populiste, che immaginando un mondo di muri e non di ponti di pace, finiscono per magnificare il materialismo del profitto e ignorare il tema della dignità umana. Ecco perché  la secca presa di posizione del Santo Padre contro il populismo  non può che essere vista, perlomeno a parere di chi scrive, come una autentica scomunica, nei fatti, di tutti coloro che falsamente si dicono cristiani, ma che in realtà usano la fede per seminare zizzania( che è poi la farina del Demonio e va sempre in crusca). Sempre alla politica spetta il fondamentale compito di lottare la povertà , colmando le disuguaglianze prodotte dalla società dei consumi e tutelando, soprattutto, il lavoro. Al riguardo, il  Papa ha elogiato i movimenti popolari impegnati nel sociale, auspicando un loro coordinamento unitario che spinga i cattolici verso un maggiore attivismo politico. l’ Enciclica ha poi posto l’accento sulle  istituzioni internazionali preposte alla tutela dei diritti umani e della pace globale come l’Onu. Il Papa ha ,infatti, sollecitato una riforma delle Nazioni Unite, chiedendo di dare maggiore peso alle deliberazioni di essa, poiché  solo la collaborazione amichevole fra le nazioni può risolvere i gravi problemi del pianeta come  la guerra e la fame. Relativamente alla prima Papa Francesco si è speso per chiedere una drastica riduzione delle armi nucleari e di quelle chimiche, le quali provocano più vittime fra civili innocenti che fra gli eserciti impegnati in operazioni militari. Per la seconda, invece, ha insistito sulla necessità di debellare la piaga della fame nel mondo, che uccide ogni anno milioni di persone, specialmente bambini, aggiornando i programmi umanitari esistenti per l’Africa e l’Asia. Infine, è tornato a condannare la pena di morte, chiedendone l’abolizione in tutto il mondo, perché in radicale antitesi con il messaggio evangelico che indica all’uomo la via del perdono e non della vendetta per ottenere giustizia. A conclusione della sua lettera, Papa Bergoglio si è poi soffermato sulle sofferenze patite dai cristiani perseguitati, ancora oggi, in molte parti del globo. In risposta a tale problema,  il Santo Padre ha elogiato quanti, in tutti i tempi della storia, si sono adoperati per la libertà religiosa, sacrificando la propria vita. L’Enciclica ha proprio menzionato figure importanti del secolo scorso come Martin Luther King e il Mahatma Gandhi, quali esempi di virtù cristiane. In definitiva, a prescindere dal credo di ognuno, le parole del Pontefice, toccando temi di drammatica attualità, non possono che essere condivise e ci lasciano un briciolo di speranza per l’avvenire. Francesco d’Assisi, infatti, nel suo insegnamento liturgico di amore verso il prossimo, ci ha trasmesso proprio l’importanza del valore della fraternità fra le persone, senza alcuna distinzione per fede o per razza. L’importanza del dialogo fra opposte visioni va, perciò, oggi riaffermato con più forza, prima che  contro il Coronavirus, contro un virus ancora più subdolo: quello dell’ indifferenza.                                                                                                                                 Articolo di Gianmarco Pucci

Se l’America piange, l’Italia non ride

Nella notte di Martedì, a Cleveland, Ohio, si è disputato il tanto atteso dibattito televisivo fra il presidente degli Usa Donald Trump e lo sfidante democratico Joe Biden. L’incontro, ospitato dalla rete conservatrice Fox Tv, sarà solo il primo dei quattro appuntamenti previsti prima del giorno delle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo 3 Novembre. In verità, l’incontro, o forse sarebbe meglio dire lo scontro, non ha smentito i pronostici, i quali facilmente avevano previsto un dibattito molto acceso fra i due candidati alla presidenza. Solo che in questo caso si è andati oltre il consentito e alcune accuse che i duellanti si sono lanciate a vicenda erano davvero di pessimo gusto, gravemente diffamatorie per qualunque persona si fosse trovata al loro posto. Donald Trump, la cui rielezione secondo molti sondaggi è a rischio , pur di vincere non ha esitato a mostrare il suo lato peggiore, sfoderando una ferinità verbale che a stento il moderatore del dibattito, Chris Wallace, è riuscito a trattenere. Ha infatti esordito definendo Biden uno stupido, una marionetta in mano alla sinistra radicale e ha proseguito nei novanta minuti successivi ,mantenendo lo stesso tenore dialettico e lasciando attoniti tutti quelli che hanno avuto la sventura di sentire le amenità  che sono uscite dalla sua bocca. Tuttavia, proprio Biden, dal canto suo,  pur non dimostrandosi eccessivamente spigliato , è riuscito a rimanere sufficientemente lucido per replicare agli insulti di Trump, ripagandolo con la stessa meschina moneta( lo ha etichettato con i termini di bugiardo e clown). Nel prosieguo, il presidente Usa ha elencato, perfettamente in linea con il suo stile, i successi della sua amministrazione a partire della gestione dell’emergenza Covid, che lui continua a soprannominare “peste cinese” . Relativamente ad essa , Trump ha rivendicato per sé il merito di avere prontamente chiuso i confini, impedendo al virus di fare milioni di morti negli Usa. ha, inoltre, attribuito alle sue indubbie capacità manageriali i risultati, a suo dire positivi, dell’ economia Usa , dove il tycoon non ha mancato di evidenziare come  la disoccupazione sia scesa sotto la soglia  dell’ 8% nonostante  nel paese si viva la più grave tragedia sanitaria dai tempi della Sars. Fin qui nulla di nuovo: Trump ha recitato il ruolo che più gli è consono ovvero quello dell’uomo della Provvidenza che parla alla pancia dell’America profonda e si propone di salvarla dalla distruzione a cui i progressisti l’hanno indotta con le loro scelte scellerate. Indubbiamente è un ruolo che sostiene bene, ma che non convince più tanti, stanchi ormai della brutale retorica Trumpista. Ma se il presidente si è dimostrato un temibile lottatore televisivo, spregiudicato e pronto a tutto, l’assonnato Joe Biden, invece, ha comunque mostrato maggiore sicurezza riguardo al tema dei diritti delle minoranze e della lotta al razzismo. Ha , infatti,  accusato Trump di favorire il razzismo e le  divisioni all’interno della società americana, suscitando anche qui la dura reazione dell’avversario. Il presidente ha, infatti, glissato sui  suprematisti bianchi ,non condannandoli apertamente,  ma anzi ha  incolpato delle violenze la sinistra radicale. Quest’ultimo si è rivelato un autentico passo falso, tanto è vero che molti repubblicani hanno preso le distanze dalle dichiarazioni del presidente . Inoltre, egli  si è reso reticente, allorché il moderatore glielo  ha chiesto, nel fornire giustificazioni riguardo alla propria dichiarazione dei redditi, insolitamente bassa per un miliardario( solo 750 Dollari nell’ultimo anno). Trump ha risposto affermando genericamente di aver pagato milioni di Dollari all’erario e di aver usufruito degli sgravi fiscali messi a disposizione dall’amministrazione Obama di cui Biden era vicepresidente. Al contrario Biden , che negli ultimi minuti del confronto era riuscito a recuperare consistentemente rispetto allo sfidante, ha preso una clamorosa scivolata, incartandosi sulle vicende inerenti il figlio Hunter, accusato da Trump di essere un drogato che sfrutta l’influenza del padre per fare affari con i russi, da cui avrebbe  ricevuto in cambio  considerevoli donazioni per la campagna elettorale.  Il resto del comizio tv si è soffermato sui cambiamenti climatici, dove anche in questo caso, secondo gli analisti, Biden è andato meglio di Trump e soprattutto sulla nomina del giudice della Corte Suprema che dovrebbe sostituire Ruth Gingsburg, magistrato progressista morta il mese scorso. Donald Trump vorrebbe coprire la casella mancante, nominando un giudice ultraconservatore( Amy Coney Barrett), nomina che impensierisce l’opposizione democratica, perché sbilancerebbe eccessivamente a destra l’orientamento della Suprema Corte. La nomina avrebbe conseguenze anche nel caso in cui il risultato elettorale non dovesse profilarsi sufficientemente chiaro all’indomani del 4 Novembre, avendo già paventato Trump di ricorrere proprio alla Corte Suprema in caso di mancata rielezione per denunciare presunti brogli, che a suo dire, i democratici starebbero già perpretando. Al riguardo,  il Tycoon si è scagliato pesantemente contro il voto per posta, modalità non affidabile secondo lui per votare, ma che rischia di divenire l’unica praticabile se il Coronavirus dovesse tornare, nei prossimi giorni, oltre il livello di guardia. Complessivamente si può affermare che a trionfare in questo primo duello tv non è stata la cortesia o la pacatezza, ma la volgarità. Non  a caso è stato definito il peggiore della storia degli Stati Uniti d’America. Mai si era visto due candidati alla presidenza usare un lessico tanto prevaricatore e scurrile, tipico più di alcuni reality show come The Apprentice o  il Grande Fratello, che di una tribuna elettorale. Prova ne è che gli organizzatori, per evitare effetti indesiderati, fuorvianti per il pubblico, hanno deciso di correre ai ripari. Ma sarà sufficiente tutto questo a placare il clima di odio che sta caratterizzando questa singolare campagna elettorale? In verità ciò che avviene in tv non  è altro che lo specchio di ciò che avviene in un paese, fra la gente. In questo caso non si può negare che l’America e gli americani negli ultimi quattro anni siano molto cambiati, quasi avessero  subito un mutamento genetico. Chi vincerà a Novembre dovrà dare risposte concrete a un popolo disilluso e arrabbiato, attraversato da tensioni e conflitti sia razziali che sociali, che sono alla base delle violenze esplose, negli ultimi mesi, in molte città statunitensi. Tali fatti aprono una finestra su un futuro cupo per la democrazia a stelle e striscie. Un futuro che potrebbe compromettere il  ruolo degli Usa come prima potenza mondiale e il suo ruolo di nazione leader dell’Occidente. Ecco perché quello che avviene dall’altra parte dell’Atlantico non  può lasciarci indifferenti. Del resto, come dice un vecchio proverbio, se l’America piange, l’Italia non ride.                                                                                                                        Articolo di Gianmarco Pucci

Il grande freddo

Chi si trova a Roma in questi giorni avrà sicuramente assistito a un fenomeno meteorologico alquanto insolito, dovuto all’arrivo di una perturbazione atlantica sul nostro paese. Si è praticamente passati da temperature miti, tipiche della stagione estiva , con punte fino a 30 gradi, a temperature  al di sotto dei 20 gradi , accompagnate da nubifragi e forti venti, che sembrano aver spalancato le porte a un inverno tanto anticipato quanto imprevisto. Per chi fosse ancora scettico, questa è, a parere di chi scrive, una prova inconfutabile di quei cambiamenti climatici che minacciano in modo prepotente la sopravvivenza del nostro ecosistema. Cambiamenti climatici che proprio in questi giorni sono stati al centro di un importante ricerca scientifica condotta da un gruppo di scienziati dell’Università di Chicago, i quali si sono soffermati sul riscaldamento globale e sull’influenza di questo nello scioglimento dei ghiacciai in Antartide. Secondo il team di studiosi, l’aumento del ghiaccio marino a largo della costa antartica rischierebbe, ostacolando la circolazione termoalina, di ridurre la temperatura media della Terra, favorendo l’inizio di una nuova era glaciale. L’arrivo del “grande freddo” sarebbe previsto secondo gli scienziati intorno al 2050, quando cioè la temperatura globale scenderà gradualmente di 2 gradi centigradi l’anno. Questo fatto, che a una prima lettura potrebbe risultare allarmante, apre certamente scenari imprevedibili, ma non necessariamente catastrofici. Fenomeni simili, infatti, si sono già verificati nei secoli passati, senza, però, condurre a un estinzione di massa come quella avvenuta 10 000 anni fa. Il modello preso in considerazione dagli scienziati ricorderebbe, quindi, di più quello della “piccola era glaciale” verificatasi nell’emisfero nord a cavallo fra il 1430 e il 1850 che quella propria del periodo precambriano. In quel periodo, preceduto anche in questo caso da un lungo arco di tempo caratterizzato da temperature abbastanza elevate,  si vide il progressivo aumento dei ghiacciai, ritiratisi fino quasi a scomparire nel periodo precedente. Gli inverni divennero molto più rigidi e lunghi, con ghiacciate fino ai mesi primaverili di Marzo e Aprile e nevicate fuori stagione, talvolta proprio in piena estate. Proprio durante questo periodo accadde che molti grandi fiumi come il Po in Italia e il Tamigi a Londra ghiacciassero, rendendo percorribile a piedi la loro superficie in pieno inverno. Nacque, addirittura, nei paesi del nord Europa l’usanza di celebrare vere e proprie “fiere del ghiaccio”, che si svolgevano nel letto di fiumi completamente ricoperti da  strati spessissimi di ghiaccio( tali, da reggere, ad esempio, il peso di un pachiderma). Ciò determinò, tuttavia, pure effetti negativi: il clima freddo favorì la distruzione dei raccolti con susseguenti e inevitabili carestie; le temperature eccessivamente rigide resero inabitabili interi villaggi che vennero di lì a poco abbandonati ; il proliferare di malattie come la peste e il vaiolo, per i quali allora non c’era ancora nessuna cura efficace. La piccola era glaciale si concluse intorno al 1850, allorché le temperature iniziarono nuovamente a aumentare. Molte teorie sono state avanzate sulle possibili cause che hanno favorito l’avvento di questo freddo glaciale anomalo, che rischia di ritornare inevitabilmente nel prossimo futuro. Una prima teoria è precisamente quella fatta propria dagli scienziati dell’Università di Chicago, secondo cui sciogliendosi i ghiacciai abbasserebbero la pressione terrestre, incentivando la deriva dei continenti e influenzando il moto orbitale della Terra intorno al Sole. Ciò, deviando l’angolo di inclinazione dell’asse terrestre causerebbe una ridotta incidenza dei raggi del Sole sul pianeta e quindi il raffreddamento dell’atmosfera. La seconda teoria riguarda propriamente l’attività solare. Nel corso di questi secoli, infatti, si è assistito a una riduzione delle macchie presenti sulla superficie solare, indice di una abbassamento del livello di energia del Sole. In particolare , nel periodo compreso fra il 1650 e il 1715, queste sparirono quasi completamente, dando luogo all’identificazione di questa fase del periodo geologico in esame come minimo di Maunder( dal nome di Edward Walter Maunder, l’astronomo che nel 1900 ha  studiato il fenomeno ) .Oggi, secondo le ultime osservazioni effettuate a Giugno dalla Nasa, sembra che lo scenario di allora si stia riproponendo, registrandosi una diminuzione accelerata delle macchie sulla superficie solare. Suddetto fenomeno  produrrebbe, inoltre, un altro effetto degno di riflessione. la diminuzione dell’attività solare potrebbe, di riflesso, portare a brillamenti (tempeste solari) suscettibili di disturbare le onde radio e elettromagnetiche che viaggiano nella Ionosfera( volgarmente conosciuta come Etere), comportando un vero e proprio blackout di tutte le comunicazioni radio dalla durata non preconizzabile. Pertanto, è evidente come se anche non ci si avvia verso la fine del mondo o l’Apocalisse descritto da Giovanni nella Bibbia, potremmo negli anni a venire trovarci a dover rivedere radicalmente il nostro modo di vivere e il nostro rapporto con la natura. Una natura, che dopo decenni di profanazione rapace da parte dell’uomo, rischia di presentare un conto molto salato, specialmente alla luce di quanto ancora poco si sta facendo per invertire la rotta , nonostante si stiano moltiplicando gli appelli di scienziati, climatologi, intellettuali e finanche di cittadini comuni in tal senso. Verrebbe da dire, lanciando uno sguardo anche all’emergenza pandemica che stiamo vivendo ( in cui i cambiamenti climatici hanno avuto un ruolo certamente importante), che Dio ci sta parlando, ma non riusciamo a sentirlo. Tale sordità, a riprova che come disse Immanuel Kant la natura umana è un legno storto, si verificò anche nel periodo storico descritto proprio dalla costante di Maunder. Anche allora, non riuscendosi il popolo a spiegare il freddo anomalo e la devastazione dei raccolti, diede la colpa alle streghe, responsabili con dei supposti riti magici di aver portato la morte e la distruzione nei paesi. Pertanto, è opportuno, per evitare nel futuro nuove sanguinose quanto inutili caccie alle streghe rammentare ciò che sta accadendo oggi per sapere chi incolpare al momento giusto di questo disastro epocale.

Partita a tre

Finita la festa, bisogna darsi da fare per rimettere insieme i cocci. Così, chiusasi la finestra elettorale di Domenica e Lunedì, ci si prepara all’ Autunno imminente, non senza tracciare, tuttavia, un sommario bilancio di quanto avvenuto pochi giorni fa. Analizzando i risultati di questa tornata elettorale, sorprende come tutte le principali forze politiche manifestino un certo entusiasmo per i risultati conseguiti alle elezioni amministrative e al referendum costituzionale. La vittoria sembra avere beneficiato tutti (o quasi) i contendenti di questa aspra campagna elettorale, elargendo generosamente i suoi doni in un momento così difficile come quello che il paese sta vivendo. In verità, se non ci si lascia abbagliare dalle apparenze, dall’ormai quotidiano esercizio di retorica che non esclude nessuno dagli onori della vittoria , emerge come tutti i partiti, pur vincendo, hanno in realtà perso qualcosa. Il M5S, ad esempio, ha rivendicato per voce di Luigi Di Maio il successo dell’esito referendario,  che realizza uno dei capisaldi del programma di governo del Movimento, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari italiani. Nelle parole di Di Maio non vi è , però, alcuna menzione del deludente risultato ottenuto dal Movimento nei territori, dove cioè il partito ha ulteriormente dimezzato i propri voti. L’ euforia rischia quindi di coprire quella che potrebbe facilmente tramutarsi in una crisi, pressoché irreversibile, del movimento fondato da Beppe Grillo. Una crisi identitaria, che passando attraverso una lenta agonia, diviene ogni giorno più chiara alla vista dei suoi esponenti e della base, giustamente in fermento per dei risultati elettorali  non certamente rassicuranti. Lo stesso Alessandro Di Battista, nel suo intervento su Facebook di qualche giorno fa, ha evocato come la mancanza di discontinutà nell’azione di governo potrebbe condurre alla fatale dissoluzione del Movimento 5 Stelle. Anche per quel che riguarda il risultato positivo del referendum sul taglio delle poltrone in Parlamento il M5S non può dormire sonni tranquilli. Infatti, è innegabile, come sempre Di Battista ha sottolineato, che non tutti coloro i quali hanno votato per la riduzione dei deputati e dei senatori sono elettori del Movimento 5 Stelle, avendo il quesito attirato intorno a sé una maggioranza trasversale di persone deluse dall’operato del Parlamento negli ultimi anni. Si comprende, allora ,perché nel movimento di Beppe Grillo è iniziata una fase decisiva per la sopravvivenza stessa del partito, sempre più diviso al suo interno fra chi desidera portare avanti l’esperienza di governo con il Partito Democratico e chi esprime perplessità riguardo alla linea politica fin qui protattasi. dall’ altro lato, quello del PD appunto, Zingaretti tira un sospiro di sollievo per essere riuscito a salvare dall’insidia leghista la Toscana e a mantenere la Campania e la Puglia. Quest’ultima, in particolar modo, era ritenuta a rischio, essendosi profilato giorni prima del voto un periglioso testa a testa fra Michele Emiliano e Raffaele Fitto. Se, dunque, il centro sinistra plaude allo scampato pericolo, essendo riuscito a conservare tre regioni su sette, il centro destra ritrova  una discreta spinta propulsiva per essere riuscito a strappare agli avversari le Marche e a tenere la Liguria con Toti e il Veneto con Zaia. Ma anche qui non ci si può esimere da qualche riflessione. La coalizione, se anche ha riscosso un notevole successo al nord, ha dimostrato di non reggere il confronto elettorale nel sud del paese, dove la proposta politica, forse anche per la riproposizione di personalità legate a vecchi apparati di potere, si è dimostrata non all’altezza della situazione. Inoltre , la vittoria nelle Marche di Fratelli d’Italia e di Luca Zaia in Veneto minacciano da molto vicino la leadership di Matteo Salvini. La Lega dell’attuale segretario ha infatti perso vistosamento consensi nell’ultimo anno e mezzo e ciò potrebbe, in un futuro non tanto lontano, portare a una sua sostituzione con Zaia, ormai visto da molti come la vera punta di diamante del Carroccio. Si evidenzia altresì  come il calo di consensi della Lega registratosi nell’ultimo periodo, sembrerebbe aver  favorito il partito di Giorgia Meloni, la quale secondo una percezione assai diffusa ha il merito di trattare le stesse tematiche care alla Lega ma in modo più pragmatico e concreto. In posizione minoritaria resta, invece, Forza Italia, interessata da una crescente riduzione del proprio bacino elettorale, segno del declino di Berlusconi e di ciò che resta della “Seconda Repubblica”. una partita  a tre, dunque, quella che si è giocata, senza né vincitori né vinti, che dovrebbe spingere tutti a interrogarsi sulla diffusa  e soprattutto sulla persistente sfiducia della gente verso la politica e i partiti. Una sfiducia resa manifesta dall’elevato numero di cittadini che ormai da anni disertano il voto, che non hanno neanche più la forza di indignarsi , che nella convinzione dell’immutabilità della condizione italica si ritrova avvinta ancora di più nella spirale della rassegnazione. Il M5S ha promesso che dopo il referendum si lavorerà a una nuova legge elettorale che reintrodurrà dopo anni le preferenze. L’iniziativa ha già fatto storcere il naso a molti nella maggioranza. Tuttavia, come in questi giorni ha ricordato anche il leader delle Sardine, Mattia Santori, una legge proporzionale che consenta ai cittadini di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento è quanto mai necessaria per ovviare agli effetti distorsivi che potrebbero inverarsi se i deputati e i senatori continueranno ad essere nominati dalle segretarie dei partiti.

Il giorno del giudizio

Finalmente il grande giorno è arrivato. Oggi e domani si vota, oltre che per il rinnovo dei Consigli in sette regioni e alcuni comuni, per il tanto atteso referendum sul taglio dei parlamentari. Si vota oggi dalle 7:00 alle 23:00 e domani dalle 7:00 alle 15:00. Il voto, che risuonerebbe nelle aspettative dei suoi più sagaci sostenitori come una specie di D-day per i nostri politici, descrive in realtà una situazione molto più complessa. Una vittoria del sì non sembra essere così scontata come ci si sarebbe aspettati mesi fa. Secondo, infatti, le ultimissime rilevazioni Il no sarebbe addirittura  in rimonta, seppure ancora sufficientemente lontano da quella che appare un improbabile vittoria. Tuttavia, quale che sia l’esito della consultazione referendaria, è certo che a fare la differenza  sarà il fattore numerico. Infatti, una vittoria non schiacciante del sì avrebbe(come già da alcuni pronosticato) importanti ripercussioni sugli equilibri in seno alla maggioranza di governo e renderebbe particolarmente difficile per il Movimento 5 Stelle intestarsi il successo della votazione. Se poi anche nelle regioni e nei comuni il risultato non dovesse arridere alla coalizione di centro-sinistra, è più di una certezza che si aprirà una fase di profonda riflessione riguardo alla felice continuazione dell’attuale esperienza governativa. Se d’altro canto il no vincesse, anche di stretta misura, in molti sarebbero pronti a chiedere le dimissioni dell’esecutivo e le elezioni anticipate, cogliendo proditoriamente la palla al balzo. è evidente, insomma,  che sia che vinca il no sia che vinca il sì , proprio coloro che hanno ispirato la riforma non potrebbero capitalizzare a loro favore il voto espresso dai cittadini, realizzando per questa via un autentico suicidio politico. A ben vedere è proprio questo il cuore della questione, perché chiamare il popolo a esprimersi ,in un momento come quello attuale, su un quesito meramente propagandistico, figlio della peggiore demagogia, non può  che confermare la miseria morale a cui è giunta la nostra classe dirigente. Di qui l’Inevitabile conseguenza che condannerà coloro che hanno suffragata  questa legge a restare vittime delle menzogne che hanno raccontato, non appena si paleseranno i suoi risvolti iniqui. Cosa aspettarsi, dunque, nell’immediato  futuro?sicuramente niente di buono se non che con la plausibile approvazione di questa pessima legge si contribuirà ancora di più a distruggere quello che i Padri Costituenti hanno edificato duramente. Non bisogna, comunque, credere che chi ha formulato la proposta legislativa ovvero il M5S sia l’unico responsabile di questo sfascio annunciato. Chi ha prima avvallato con il proprio voto in Parlamento tale legge per poi ripudiarla è corresponsabile di tutto ciò. È Sorprendente , infatti, come proprio in questi giorni fra le forze politiche ,che pure si sono schierate a favore del sì , si siano manifestati importanti distinguo e cambi di posizione, dettati il più delle volte da valutazioni meramente tattiche( del genere io voto no alla riforma non perché è errata, ma perché così contribuisco a accelerare la crisi di governo). In tale contesto, quindi, in cui la tattica prevale sulla strategia, in cui la forma prevale sulla sostanza, l’antipolitica trova terreno fertile e il populismo, nella sua  ingannevole ricerca del consenso, non può che prosperare, proseguendo nella sua ignobile opera di vandalismo istituzionale. Pertanto è doveroso , a modesto avviso di chi scrive ,votare no a questa “deforma” .Lo è per tre ragioni fondamentali che non bisogna stancarsi di ripetere. Perché è inutile in quanto senza un vero taglio degli stipendi, degli emolumenti e delle indennità varie non vi sarà alcun autentico risparmio in termini di costi della politica, ma si taglierà solo la democrazia parlamentare, che qualcuno forse considera ormai obsoleta in nome di un equivoco concetto di trasparenza. Ridurre la democrazia, infatti, a una semplice questione di costi è quanto mai pernicioso e eversivo, perché apre le porte all’arbitrio della maggioranza, al tanto peggio tanto meglio.Perché è una riforma confusa , partorita da una compagine di governo che non brilla per perizia e efficienza, ma il cui unico fine è la ricerca, quasi fideistica, del consenso, anche mentendo spudoratamente ai cittadini , nel timore di perdere i voti della gente che già da tempo ha smesso di credergli. Infine, perché è una riforma dannosa, non essendo accompagnata da alcuna riforma che migliori significativamente il lavoro delle Camere. Lavoro che non sarà snellito come si dice ma reso ancora  più gravoso senza una efficace riforma dei regolamenti parlamentari. A tal proposito, occorre smentire la favola raccontata da qualcuno secondo cui la riduzione garantirebbe la presenza assidua dei parlamentari superstiti, non essendo minimamente contemplata alcuna sanzione per gli assenteisti . Non migliorerà, inoltre,  la qualità degli eletti , perché  senza una riforma elettorale che permetta ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti  ci si ritroverà con un Parlamento sempre più arroccato a difendere i propri privilegi e sordo alle esigenze degli italiani. Al riguardo, occorre ricordare che il M5S ha chiesto il ripristino del voto di preferenza,ricevendo reazioni tiepide da parte degli alleati di governo. Motivo per cui oggi votiamo una riforma che incide sulla quantità degli eletti senza alcuna certezza riguardo a un possibile miglioramento qualitativo di essi. Si evince pertanto come questa riforma sia un autentico salto nel buio e che nel dubbio, in mancanza di chiare evidenze, per evitare che i danni siano maggiori dei benefici prospettati è più che mai opportuno  respingerla.

La sesta estinzione

“Oggi, la natura che ci circonda non viene più ammirata né contemplata ma divorata”. A dirlo questa volta è Papa Francesco, durante l’udienza concessa Sabato scorso alla comunità Laudato sì, nata su impulso del vescovo di Rieti, Domenico Pompili, e di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food Italia. Il Santo Padre ha poi proseguito il suo ragionamento , evidenziando come esista un innegabile equivalenza tra consumismo, sete di profitto e mancanza di sensibilità verso il Creato.  Non è la prima volta che il Pontefice si ritrova a intervenire su questo tema quanto mai cruciale per la nostra stessa sopravvivenza e per quella del pianeta che abitiamo. Nell’omonima Enciclica del 24 Maggio del 2015, il Papa ha espresso i medesimi timori nei riguardi di una natura sempre più minacciata dal nuovo paradigma di potere mondiale, fondato su un capitalismo tecnologico assai prepotente e incurante dei grandi problemi del mondo come la fame, il debito dei paesi più poveri e la conservazione del nostro ecosistema. A conclusione della sua Enciclica, Francesco ha impiegato la metafora, molto efficace, della Terra resa come un immenso deposito di immondizia , che per essere ripulita necessita di politiche, nazionali e locali, di rottura verso lo status quo. Un esplicito invito al cambiamento radicale dei nostri stili di vita, dunque. È sicuramente vero, come hanno sottolineano in molti, che mutamenti simili richiedono tempo per produrre effetti duraturi, ma perché allora non iniziare già da adesso a invertire la rotta, immaginando un futuro diverso da quello che sembra oggi toccarci in sorte? perché non impegnarsi già da adesso nel favorire   questa transizione a un paradigma socio-economico più sostenibile, come sancito a chiare lettere dall’Accordo di Parigi del Dicembre 2015 e di cui il mondo ha disperatamente bisogno? ad esempio, per ciò che concerne il riscaldamento globale, è scientificamente accertato come la temperatura media della Terra è andata via via aumentando di circa un grado centigrado nell’ultimo secolo, producendo danni ingenti alle culture e all’allevamento soprattutto di quelle aree della Terra ancora legate a un economia agricola. Inoltre, l’aumento di energia accumulata nell’atmosfera è stata propriamente ritenuta la principale causa del verificarsi, sempre più frequentemente, di eventi meteorologici estremi(tifoni, uragani, sbalzi di calore e di umidità). Nonostante tali evidenze, c’è però chi si ostina a negare la rilevanza della questione, ritenendola un fake news, una menzogna costruita ad arte da eco-terroristi nemici del progresso e del benessere dell’uomo. Poco importa, pertanto, che la realtà dei cambiamenti globali sia già sotto i nostri occhi come si evince da alcuni dati: scioglimento dei ghiacciai, sia polari che di montagna, che si stanno gradualmente riducendo e mettendo a repentaglio la sopravvivenza di intere specie vegetali e animali(è notizia di oggi che stanno drasticamente diminuendo i parassiti nell’Artico, principale fonte di sostentamento di alcune specie a rischio di estinzione), con conseguente aumento della temperatura in tutto l’emisfero; innalzamento del livello dei mari, poiché il ghiaccio sciogliendosi fa aumentare il livello delle acque con progressiva sommersione delle terraferma( per non parlare dell’aumento del rischio di maremoti e terremoti a causa della sollecitazione delle placche tettoniche); acidificazione dei mari a causa dell’anidride carbonica che contamina le acque arrecando danni a molluschi, conchiglie e coralli; desertificazione, problema che riguarda da vicino i paesi del Mediterraneo come il nostro, dove l’aumento della siccità danneggerà  gravemente l’agricoltura e favorirà le migrazioni di uomini, animali e piante verso altitudini maggiori, causando temporanei scompensi negli ecosistemi( tipo invasioni di insetti e cavallette). infine, la diffusione crescente di agenti patogeni, suscettibili di aggredire prima le specie animali e le piante per poi passare all’uomo. Si è già verificato con l’importazione di alcune malattie delle piante come la Xyllela, definita dall’Académie d’agricolture de France come “la peggior emergenza fitosanitaria al mondo”, la quale ha pesantemente danneggiato in Italia e Grecia il raccolto degli olivi e di altre piante da frutto. Anche la pandemia da Coronavirus, originatasi da un Pipistrello e trasmesso all’uomo, è un sintomo tangibile di tali mutamenti in atto e del impatto sempre maggiore di questi sulla nostra salute. Dunque, proprio l’emergenza che stiamo vivendo dovrebbe fare risuonare nelle nostre menti un  campanello d’allarme sull’avvenire,non molto roseo in verità, che ci attende. Si avverte, infatti,  la necessità di intervenire, pervicacemente, per arrestare la crisi climatica prima che sia troppo tardi. Non c’è purtroppo quasi più tempo! chi continua a negare la verità si rende complice del più grande genocidio ai danni del genere umano, avviandoci verso quella che dopo l’ultima era glaciale rischia di essere la “sesta estinzione di massa”. Non si può ,pertanto, non condividere l’appello di Papa Francesco alla mobilitazione per salvare la nostra amata madre Terra, in perfetta sintonia con quell’insegnamento ecumenico di amore universale cristallizzato nella dottrina cristiana  dal Cantico delle Creature di san Francesco d’Assisi. Opera quest’ultima che andrebbe riletta non tanto per la sua indubbia bellezza stilistica ma per la profondità del suo messaggio, da cui si evince che noi siamo chiamati a custodire e rispettare il Creato senza alterarne la sua vitale funzione.

lo strano caso della bestia del Gévaudan

Venerdì sera, su Iris, è andato in onda il Patto dei Lupi, film francese del 2001 di Christophe Gans con Vincent Cassel, Mark Dacascos, Samuel Le Bihan e Monica Bellucci. La pellicola, di fattura alquanto mediocre e con evidenti lacune nell’elaborazione della sceneggiatura, ha avuto , tuttavia, il merito di narrare, pur mantenendola sullo sfondo, le vicende realmente accadute fra il 1764 e il 1767 nei boschi della regione della Francia centro-meridionale del Gévaudan, oggi incorporata nel dipartimento di Lozere, in Occitania. Le cronache locali del periodo riportano dei ripetuti attacchi, perlopiù rivolti verso le comunità di pastori che abitavano la zona, da parte di un animale particolarmente possente e feroce, simile nell’aspetto a un lupo. La bestia fece la sua prima apparizione nel Aprile del 1764, ma la prima vittima, una pastorella di 14 anni, è datata due mesi dopo, il 30 Giugno, e da allora i morti non hanno fatto che aumentare, rendendo gli attacchi dell’animale una autentica piaga per gli agricoltori del luogo. A seguito del moltiplicarsi dei morti nel giro di pochi mesi e degli scarsi risultati da parte delle autorità locali nello scovare e uccidere la bestia, l’intendente della Linguadoca, l’avvocato di Mende M. Lafont, decide di informare Parigi che invia il 12 Novembre un distaccamento di 56 Dragoni comandati dal capitano Jean Boulanger Duhamel. Esso, nel suo resoconto al Re, descrive uno strano e sconosciuto ibrido, esteriormente simile a un lupo ma della stazza di un vitello, molto astuto e abile più di qualsiasi altro animale fino ad allora conosciuto. Con il passare dei mesi gli infruttuosi  tentativi di cattura della belva e il costante aumento  delle vittime, contribuiscono a far nascere nella popolazione, complice il folklore popolare e la superstizione, il “mito della bestia”. In tutta la Francia non si parla d’altro, l’opinione pubblica inizia a farsi domande sulla reale natura dell’animale e al riguardo iniziano a fiorire le più bizzarre teorie. L’avvento della fiera , infatti, suona per la popolazione come un duro monito divino rivolto al Sovrano per la sua indulgenza verso i filosofi illuministi. Costoro, professando il primato della ragione sulla fede vengono sempre più visti come degli eretici dalla Chiesa, capaci di insinuare il dubbio riguardo l’autenticità del messaggio di Cristo ( tesi questa che viene riproposta anche nel film). A onor del vero, è storicamente accertato che Parigi, e in generale tutta la Francia, fossero in quel periodo assiduamente frequentate da agenti dell’Inquisizione, che riferivano a Roma di  tutti gli sviluppi implicanti il diffondersi del culto dei lumi. La vicenda, inoltre, a causa della crescente isteria collettiva,finì per suscitare interesse anche fuori della Francia. Sono in particolare i giornali inglesi a dare risalto alla notizia nell’intento di schernire Luigi XV e il suo esercito per l’inettitudine, secondo loro, dimostrata nell’abbattere quello che niente altro sarebbe che un grosso lupo. Pertanto, Il mito della Bestia invincibile, figlia del Demonio e flagello divino, si rafforza ulteriormente e a scapito delle povere vittime. Per porre fine al terrore si assiste nelle campagne della provincia a una vera e propria mattanza di lupi da parte di semplici contadini, soldati e cacciatori esperti, che per riscuotere la ricompensa messa dal Sovrano non esitano ad affermare di avere ucciso la temibile fiera per poi venire smentiti, puntualmente, al verificarsi di ogni nuovo assalto. Prossimi ormai  alla soglia delle 100 vittime, con l’animale che sembra avvicinarsi sempre di più ai centri abitati,  Re Luigi XV decise di inviare nella provincia del Gévaudan il suo archibugiere personale, Antoine De Beauterme, che si reca sul posto con i suoi due figli e alcuni aiutanti. Anche il tentativo di Beauterme si rivela un fiasco: egli riferì, il 18 Novembre del 1765, di aver ucciso la Bestia, un lupo di oltre 100 kg dal folto pelo nero, immediatamente impagliato e portato a Parigi nel plauso generale di una popolazione finalmente liberata dal flagello. Non fu  purtroppo così in quanto la bestia tornò a colpire un paio di settimane dopo. Un anno e mezzo dopo, un contadino di nome Jean Chastel, assistito dai suoi tre figli , uccide durante una battuta di caccia un grosso lupo e lo  porta a Parigi per ottenere la ricompensa promessa. Non avendolo impagliato , la carcassa giunge già in avanzato stato di decomposizione per cui è impossibile stabilire se l’animale ucciso dall’agricoltore è veramente la belva che ha terrorizzato le contrade francesi.  Sta comunque di fatto che da allora, come per incanto, gli assalti cessarono del tutto. Restano però degli interrogativi su tutta la vicenda soprattutto riguardo alla vera natura della bestia. Era veramente solo un lupo ad agire o era presente negli omicidi in qualche modo  la mano dell’uomo? le vittime erano il bersaglio privilegiato di una bestia sanguinaria o della furia bestiale di una mente malata? alcuni studiosi , infatti , hanno ipotizzato che invece di un animale a colpire fosse un uomo( un maniaco omicida sul tipo di jack lo Squartatore o di Peter Stubbe, il cannibale di Bedburg) in virtù della particolare tipologia delle vittime, prevalentemente donne e bambini e quasi mai uomini adulti. Altri hanno parlato di attacchi combinati di un branco di lupi che solo l’isterismo collettivo ha trasformato in un unico e spietato carnivoro. Tesi quest’ultima che trova conferma proprio analizzando le caratteristiche delle ferite e sulla quale concordano la maggior parte degli zoologi. Si è infine discusso di un lupo particolarmente grosso e vorace in quanto affetto da Acromegalia( malattia comune in  uomini e  animali  e che provoca la crescita sproporzionata  degli arti), tesi meno suggestiva rispetto a quella di coloro che dietro i fatti  del Gévaudan ci vedono l’ombra di un complotto antilluminista, ma certamente più verosimile. In definitiva, quale che sia la verità riguardo allo strano caso della bestia del Gévaudan, la vicenda dell’enigmatico criptide non potrà che continuare a stimolare le speculazioni degli scienziati e le fantasie dei registi, lasciandoci consapevoli su quanto molto crediamo di sapere, ma quanto poco in realtà sappiamo sulla natura e su i suoi più reconditi segreti.

©2020 Nuove Frontiere. Tutti i diritti riservati

Vai su ↑