Il Kosovo e la crisi nei Balcani

Non abbiamo fatto in tempo ad abituarci al conflitto in Ucraina, che un altro fronte di guerra rischia di aprirsi ai confini orientali dell’Europa. A più di vent’anni dalla fine della Guerra in Kosovo, la regione è tornata ad essere teatro di scontri etnici fra albanesi e serbi. Come è noto, le due culture ( musulmana la prima e ortodossa la seconda) non si sono mai veramente amate e non hanno mai del tutto sopito le proprie  aspirazioni nazionaliste. Tanto da legittimare l’intervento della Nato nel 1999, attraverso la missione KFOR, per porre fine allo sterminio dei kosovari da parte delle milizie serbo-bosniache di Milosevic e ripristinare la pace nel territorio. Tale episodio ha poi portato, dieci anni dopo, alla proclamazione dell’indipendenza del Kosovo, mai peraltro riconosciuta dalla Serbia e dalla Russia. Da qui, il proliferare di lotte intestine fra le etnie che convivono nel paese. In particolare, da parte dei serbi, stanziati prevalentemente nel nord del Kosovo, che da mesi si oppongono alle ultime decisioni del governo di Pristina. A partire dalla volontà di quest’ultimo di sostituire le targhe delle auto serbe con quelle kosovare. Una questione che, già questa estate, aveva sollevato polemiche e suscitato preoccupazioni. La Comunità Europea a giugno era, non a caso, intervenuta per convincere Pristina a rinviare tale deliberazione al primo settembre, confidando in una proficua ripresa dei negoziati fra le parti. Invece, la situazione è improvvisamente precipitata. La Serbia accusa il governo di Albin Kurti di aver tradito gli accordi di Bruxelles del 2012 e di voler provocare un incidente internazionale, alimentando l’odio fra i due popoli. Pristina, dal canto suo, imputa a Belgrado di voler annettere il nord del paese, creando un casus belli simile a quello costruito ad hoc da Putin in Donbass. Secondo Kurti, solo così si spiegano le proteste che in queste ore stanno attraversando la nazione. Una protesta iniziata con le simboliche dimissioni delle guardie di frontiera, che hanno abbandonato le caserme e restituito le proprie divise. Un esempio che stanno seguendo anche altri funzionari statali, giudici e cancellieri in primis. La gravità della situazione, che rischia nuovamente di trasformare i Balcani in una polveriera, viene, allo stato attuale, monitorata da Bruxelles, che non esclude una soluzione diplomatica della questione. Josep Borrell, Alto Rappresentante della Politica Estera dell’Unione, ha assicurato che l’UE sta lavorando a un accordo che permetta di disinnescare questa pericolosa escalation aldilà dell’Adriatico. Gli fanno eco le parole del Cancelliere tedesco Scholz, che d’intesa con Parigi, proporrà al prossimo consiglio europeo un piano di pacificazione per i Balcani. Sulla stessa linea sono anche gli Usa e la Nato, che auspicano una soluzione mediata della crisi in corso. Stoltenberg, tuttavia, ha avvertito la Serbia che la Nato è pronta ad intervenire in qualsiasi momento a sostegno di Pristina, qualora dovesse essere violato il suo spazio territoriale. A tal riguardo, ha già inviato uomini e mezzi al confine settentrionale del paese. Tuttavia, a tali avvertimenti, Il presidente serbo Vucic non ha replicato. Al contrario, incontrando gli ambasciatori di Russia e Cina, ha espresso preoccupazione per la crisi che si è aperta e ha manifestato la sua disponibilità per una soluzione ordinata ed equa della stessa. Restano, però, i dubbi. Vucic è da sempre molto vicino al Cremlino e il pericolo che il conflitto in Ucraina possa allargarsi, coinvolgendo Stati satelliti del vecchio Impero Sovietico, resta alto. A dispetto dei buoni propositi, Vucic non ha mai smentito le sue ambizioni in Kosovo. Pur restando neutrale verso le proteste svoltesi in settimana a Mitrovica, a pochi km dal confine serbo, il presidente non si è dissociato dai fatti e non ha detto nulla per tacitare gli animi. Al contrario, a quei 10.000 cittadini serbi che sono scesi in piazza, sventolando la sua bandiera , ha detto di comprendere il loro dissenso e questo non può farci dormire sonni tranquilli. In primo luogo, per le conseguenze negative che un eventuale esodo di profughi potrebbe avere sulle coste italiane. Se dovesse prodursi una situazione critica anche nel Canale di Otranto, dopo quella che quotidianamente si vive nel Mediterraneo, la vicenda potrebbe avere risvolti imprevedibili dal punto di vista della gestione dell’immigrazione e degli scambi commerciali sulla rotta balcanica. In secondo luogo, qualora dovesse crearsi un nuovo focolaio bellico nel Vecchio Continente, nessuno potrebbe più escludere un conflitto su larga scala, probabilmente nucleare. Un’ipotesi che tutti stanno cercando di scongiurare e che porterebbe i Balcani a divenire l’ultimo tassello prima del grande salto nel buio della Terza Guerra Mondiale.                                                                                                                                                                                        di Gianmarco Pucci 

Tu quoque Britain

Ha destato molto scalpore, qui da noi in Italia, la prima pagina dell’Economist, popolare giornale economico britannico, contenente una vignetta giudicata da molti offensiva per il nostro Paese. Nello specifico, l’immagine riprende Liz Truss, premier inglese uscente, vestita da pretoriano romano, intenta a combattere con uno scudo a forma di pizza e un forcone di spaghetti. Il tutto sormontato da una scritta campale, in cui si paragona l’instabilità politica del Regno Unito a quella che tradizionalmente contraddistingue il Belpaese( la frase è, infatti, “Welcome to Britaly”). C’è da dire che non è la prima volta che l’Italia finisce nel mirino della stampa inglese. Solo quattro anni fa, un’altra vignetta satirica dell’Economist, aveva commentato negativamente la crescita economica dell’Italia, ritraendo un gelato tricolore pronto ad esplodere. Tuttavia,  questa volta, la “perfida Albione” potrebbe aver fatto male i suoi conti. Il governo Truss, durato appena 44 giorni, rischia di preannunciare un periodo, più o meno lungo, di forti tensioni politiche e sociali. A determinare le dimissioni di Truss sarebbe stata, infatti, un’azzardata manovra fiscale  che, tagliando le tasse per i più ricchi, avrebbe provocato una tempesta finanziaria e il crollo della sterlina in borsa. Da qui, le dimissioni prima del ministro delle Finanze, Kwasi Kwarteng, e poi della stessa premier. Ad oggi, Liz Truss risulta, comunque, detenere due record. Quello di essere stata la terza donna, dopo Margaret Tatcher e Theresa May, a rivestire il ruolo di Primo ministro britannico e quello di essere stato il premier meno longevo della storia del Regno Unito. Talmente breve, da battere il primato di George Canning, morto nel 1827, a quattro mesi dall’arrivo a Downing Street. Invero, Liz Truss verrà ricordata anche per essere stata l’ultimo premier del regno di Elisabetta II e il primo di quello di Carlo III. Un fatto epocale, che ha lasciato sgomenti non solo i sudditi inglesi, ma pure il resto del globo. Beatles a parte, la Regina Elisabetta era la più popolare icona vivente di una Gran Bretagna che faticherà molto a ritrovare la propria identità. Con lei, si potrebbe quasi dire, si è definitivamente chiuso il Novecento. Quello stesso Novecento che Hobsbawm definì il secolo breve e feroce, ma in cui non è mancato il coraggio e la speranza nel futuro. Uno spirito che Elisabetta ha incarnato alla perfezione, reggendo fra l’altro ai tanti scandali che hanno investito in questi anni la Famiglia reale. In primis, i divorzi dei suoi figli e la morte di Lady Diana nel 1997. Un episodio che sembrò mettere in crisi la Monarchia britannica e che solo l’autorevolezza di Elisabetta riuscì a evitare. Infine, per venire agli anni più recenti, lo scandalo degli abusi sessuali, costata al Principe Andrea l’allontanamento dalla Corte e la rinuncia a tutti i titoli militari e reali. Stessa sorte toccata al secondogenito di Carlo, Henry, il cui matrimonio con l’attrice americana, Meghan Markle, ha ricordato a molti la sciagurata unione fra lo zio di Elisabetta, Edoardo VIII, con l’attrice statunitense, Wallis Simpson, e che gli costò, a causa delle simpatie naziste di entrambi, la Corona. In quel frangente, fu provvidenziale l’intervento di Winston Churchill che, intuendo l’imminente guerra con la Germania, si prodigò in favore dell’abdicazione al fratello del Re, Giorgio VI. Un acume e una lungimiranza che nè Truss né Boris Johnson hanno dimostrato di avere. Quest’ultimo, poi, che si assume erede di Churchill, è stato un’autentica delusione. Dopo aver cavalcato la Brexit ne ha, infatti, subito le conseguenze. Secondo l’Ocse, a causa della Brexit, il Regno Unito crescerà meno del previsto nel prossimo triennio. Una crisi economica che la congiuntura energetica rischia di aggravare enormemente e che sta inducendo ad alcuni ripensamenti. I laburisti, in particolare, starebbero pensando di rinegoziare l’accordo con l’UE e di tornare nella Comunità Europea, qualora dovessero vincere le prossime elezioni generali. Tale disappunto, verso un divorzio non dimostratosi così allettante, si sarebbe, tuttavia, fatto strada anche nei conservatori. Festini a parte, dietro le dimissioni di luglio di Johnson ci sarebbe stata la volontà dei parlamentari conservatori di sbarazzarsi di un premier ingombrante e inadeguato. Un ripudio che i conservatori hanno nuovamente manifestato, chiudendo alle aspirazioni di Johnson, novello Cincinnato, di poter tornare a Downing Street dopo l’abbandono della sua delfina. Al suo posto, invece, è arrivato Rishi Sunak. Sunak, quarantadue anni ed ex ministro del Tesoro, aveva già sfidato Truss come premier, perdendo nel voto fra gli iscritti al partito. A cagione dei grandi cambiamenti che la Gran Bretagna sta attraversando, egli è il primo premier di origine indiana della storia inglese. È anche il più ricco, contando su un patrimonio personale maggiore di quello del Re d’Inghilterra. Un binomio, dunque, che oltre a mettere in discussione i canoni tradizionali della politica d’oltremanica, sembrano quasi realizzare una profezia. Quella di una riscossa delle ex colonie e del definitivo tramonto di quell’Imperialismo britannico che qualcuno, illusoriamente, crede ancora di poter riesumare.                                                                                                                       di Gianmarco Pucci

A che punto è la notte?/2

“La guerra finirà solo quando la Federazione Russa deciderà di finirla. Solo allora, dopo un vero cessate il fuoco, ci potrà essere un serio accordo di pace”. A dichiararlo, durante la sua visita a Kiev di mercoledì, è stato il Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres. Camminando fra le macerie della Capitale, Guterres ha manifestato tutto il suo sconcerto verso la brutale aggressione russa all’Ucraina. Per il Segretario delle Nazioni Unite è, infatti, inaccettabile assistere a una guerra come questa nel XXI Secolo. Una guerra che sta mietendo enormi perdite fra i civili e che si sta dimostrando sempre più foriera di orrori indicibili. Da qui l’esigenza, avvertita da Guterres, di giungere quanto prima a una soluzione diplomatica della crisi. Soluzione che, tuttavia, non è all’orizzonte, a causa del persistere del conflitto. Le truppe russe, infatti, sono sempre più in difficoltà sul terreno. Esse hanno ripreso a bombardare Kiev e Kharkiv, ma senza riportare risultati significativi. Neanche a sud, dove ieri sono ripresi gli attacchi della contraerea su Odessa, la situazione sembra migliorare. A Mariupol, poi, la situazione è veramente drammatica. Nonostante gli attacchi incessanti, le forze occupanti non sono ancora riuscite a sgominare gli ultimi resistenti, asserragliati nell’acciaieria cittadina da molti giorni. Ciò sta imprimendo un nuovo corso al conflitto in essere. Tanto che per rimuovere lo stallo in atto, il Cremlino starebbe pensando di ordinare la mobilitazione generale il prossimo 9 maggio. Non è ancora chiaro cosa accadrà quel giorno, ma è certo che Putin chiamerà a raccolta il proprio popolo per combattere contro i “nazisti” ucraini e i loro alleati. Tuttavia, questo non dovrebbe rappresentare un allargamento del conflitto ad altre nazioni. Malgrado, infatti, le tensioni degli ultimi giorni, la Russia non sembrerebbe, almeno in teoria, disposta ad imbarcarsi in una guerra totale con l’Occidente. È ,comunque, vero che la settimana appena trascorsa sul fronte diplomatico è stata abbastanza negativa. Nel suo colloquio con il capo delle Nazioni Unite, Putin ha ribadito che non accetterà mai di sedersi al tavolo dei negoziati con Kiev, senza prima ottenere il Donbass e la Crimea. Il leader russo, successivamente, è tornato ad attaccare la Nato, colpevole a suo dire di ostacolare un qualsiasi accordo di pace. Accuse che si sono aggiunte alle minacce che il Cremlino ha rivolto nuovamente all’Occidente. Specialmente dopo il vertice di Ramstein, dove la Nato ha deliberato l’invio di nuove armi all’Ucraina e ha preannunciato nuove e pesanti sanzioni. Sanzioni che colpiranno asset strategici in Europa e che contribuiranno al deprezzamento del rublo. Obiettivo di Usa e Ue è, infatti, quello di dissuadere la prosecuzione bellica, imponendo un embargo energetico alla Russia dagli esiti devastanti. Una prospettiva che allarma il Cremlino e che accresce la tensione internazionale. Se la sicurezza della Russia dovesse essere in pericolo, ha detto Putin, nulla esclude che si possa ricorrere alle armi atomiche. Un sinistro ammonimento che, tuttavia, è stato stemperato poche ore dopo da Lavrov. Il Ministro degli esteri russo ha affermato di ritenere inammissibile un conflitto nucleare e che la Russia non è in guerra con la Nato. Lavrov ha anche detto che, seppur con fatica, i negoziati con l’Ucraina stanno proseguendo e ha dichiarato di stare lavorando a un possibile trattato di pace. Notizia, quest’ultima, confermata anche da Zelensky, il quale pur di ristabilire la pace in Ucraina si è detto pronto ad incontrare Putin e a discutere con lui della neutralità del paese. Un invito che al momento non è stato raccolto dal Cremlino, ma che non esclude clamorosi colpi di scena nei prossimi giorni. Specialmente in vista del 9 maggio, una data fatidica per comprendere l’evoluzione del conflitto e i possibili scenari futuri.                                                                                                                           articolo di Gianmarco Pucci 

A che punto è la notte?

È passato più di un mese dall’inizio della guerra in Ucraina, ma l’offensiva russa non sembra conoscere tregua. Malgrado gli spiragli di pace intravisti negli ultimi giorni, nella notte sono infatti ripresi i bombardamenti a Kiev e nel nord-ovest dell’Ucraina. Attacchi che nelle ultime ore stanno interessando anche il sud del paese. A  Mykolaiv, in particolare , dove i raid della contraerea russa si sono fatti più persistenti e brutali. Obiettivo dei russi è, a quanto pare, quello di tagliare i rifornimenti provenienti dal porto di Odessa. Città che ormai da giorni si sta preparando a una possibile invasione anfibia da parte della marina di Putin. Eppure, malgrado tale dispiegamento di forze, l’esercito russo è sempre più in difficoltà sul terreno. L’accanita resistenza del popolo ucraino e la mancanza di risorse starebbe infatti convincendo lo Zar e il suo Stato Maggiore a ridimensionare gli obiettivi dell’operazione militare in corso. In particolare, a concentrarsi maggiormente sul Donbass e meno sul resto del paese.Un cambio di programma che ha riaperto le trattative, svoltesi ieri a Instanbul sotto l’egida di Erdogan. La Russia si è detta disposta a sospendere i bombardamenti su Kiev e Kherson a condizione che venga riconosciuta l’indipendenza della regione separatista. Si è poi detta disponibile a discutere di un cessate il fuoco immediato in cambio della promessa di neutralità dell’Ucraina, ovvero della sua non adesione alla Nato o a qualunque altra alleanza militare. Una pretesa sulla quale Mosca non vuole trattare, essendo indispensabile per il Cremlino tutelare la propria sicurezza strategica. Kiev, dal canto suo, seppur scettica, si è dimostrata accondiscendente verso questa richiesta, rimarcando tuttavia l’appartenenza dell’Ucraina all’Europa.  Zelensky ha, inoltre, apprezzato i progressi registratisi nella trattativa, auspicando a breve un incontro con Vladimir Putin. Invito che il diretto interessato ha al momento rispedito al mittente per ovvi motivi. In primis, perché è evidente che Putin non accetterà mai di sedersi al tavolo senza aver conseguito sul campo un risultato concreto. In secondo luogo, perché da avveduto autocrate teme che l’isolamento internazionale possa portare a un rapido declino economico della Russia e della sua leadership. Peraltro, il timore di un golpe contro di lui ha infiammato nuovamente il dibattito internazionale. Specialmente dopo il discorso di Biden a Varsavia. Il presidente Usa, a tal proposito, ha ventilato proprio un cambio di regime in Russia quale soluzione privilegiata per risolvere la crisi. Pronta, al riguardo, è stata la reazione del Cremlino, che ha accusato Biden di non aiutare con le sue “sparate” il difficile negoziato in corso. Più prudente, invece, è stato fino ad ora l’atteggiamento dell’Europa. In particolare quello della Francia, che dissociandosi dagli Usa ha dimostrato , a dispetto delle sanzioni, di non voler interrompere il dialogo con Mosca. E Proprio ieri Putin e Macron sono tornati a sentirsi per discutere di un eventuale piano di pace. Una prospettiva che comunque sta prendendo forma in queste ore tormentate, seppur con fatica. La forma dell’accordo sembra propendere verso la finlandizzazione dell’Ucraina e la divisione del suo territorio. Una richiesta che potrebbe essere accettata da Kiev, ma che non è affatto certo che fermi il conflitto in modo duraturo. Al contrario, è molto probabile che riproponendosi lo scenario siriano in Europa si possa creare una zona di conflitto nel cuore del Continente. Ciò rappresenta un rischio per la stessa integrità della UE e la sua sicurezza. Non a caso, e giustamente, gli alleati hanno già detto di non essere disposti a cedere neanche un centimetro del proprio territorio ai russi. Una Superpotenza che, come recentemente avvenuto pure con l’avvelenamento di Abramovic, ci ha insegnato quanto possa essere imprevedibile e minacciosa.                                                                                                                                                                   articolo di Gianmarco Pucci

bersaglio mobile

Se fosse un legal drama, uno di quelli che piace tanto agli americani, lo si potrebbe intitolare ” tutti gli uomini di Matteo Renzi “. Invece, con il famoso film di Pakula del 1976, narrante la vicenda del Watergate, l’inchiesta sulla fondazione Open sembra avere ben poco in comune. Se non altro perché Renzi, a differenza di Nixon, non sembra avere intenzione di restare in silenzio. Infatti, ha già annunciato querela nei confronti dei magistrati di Firenze che lo hanno indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti. Secondo il leader di Italia Viva sarebbe in atto da anni, verso di lui e la sua famiglia, una vera e propria persecuzione da parte dei giudici di Firenze. Per Renzi, inoltre, i PM non avrebbero la credibilità per indagare o processare lui e il suo entourage. Da qui la denuncia del senatore per abuso d’ufficio, violazione dell’articolo 68 della Costituzione e della legge 140/2003 a tutela dell’immunità parlamentare, sporta contro il procuratore Creazzo e i sostituti Nastasi e Turco. Pronta al riguardo è stata la replica dell’ANM, la quale ha definito le parole di Renzi inaccettabili per il prestigio della Magistratura. Però, ed è appena il caso di dirlo, le accuse di Renzi non sono totalmente infondate. L’inchiesta su Open, fondazione creata per gestire i fondi a sostegno di Renzi, ha preso avvio dopo la nascita di Italia Viva nel 2019. Da allora, come lamentato dal diretto interessato, lui e la gente a lui vicina sono stati bersagliati da accuse, talvolta rivelatesi destituite di ogni fondamento giuridico. A partire dall’arresto dei genitori di Renzi, ordinato nel 2019 dal PM Luca Turco( lo stesso che oggi incrimina l’ex premier) e poi annullato dal Tribunale del Riesame. Oppure le inchieste che hanno visto coinvolti in passato i deputati Lotti e Boschi, esponenti di spicco del “giglio magico” renziano, e che oggi tornano ad essere inquisiti nell’ambito di un’inchiesta puramente indiziaria e, pertanto, di dubbia moralità. Etica che difetta, come difettava anche nei processi a carico di Berlusconi, per il modo in cui le indagini vengono condotte e per il merito delle questioni trattate. Non è, infatti, equa una giustizia che ricorre, in violazione delle più normali norme costituzionali e di procedura, ai Trojan per spiare indebitamente le conversazioni fra privati, senza l’autorizzazione della competente autorità giudiziaria. Non è, inoltre, eticamente tollerabile che la Magistratura entri a gamba tesa ad alterare le vicende politiche di una nazione ogni volta che lo ritenga opportuno e per favorire la carriera di singoli magistrati. Carrierismo che, come certificato anche dai recenti scandali che hanno interessato il variegato mondo della giustizia, è la principale fonte del cortocircuito, tipicamente italiano, fra giustizia e politica. Lo ha detto nel suo discorso di insediamento anche il Presidente Mattarella, il quale ha invitato il Parlamento a non procrastinare una riforma della giustizia quanto mai urgente. L’invito, ed è storia di questi giorni, è stato accolto dal governo ed è un’ occasione da non perdere per troncare i torbidi legami fra magistrati e politici. Legami che hanno reso malsano il clima che si respira nelle aule di giustizia italiane. In tal senso, proprio la coincidenza fra il varo della riforma e la resurrezione dell’inchiesta Open, apre la porta a dubbi e congetture. Si tratta solo di coincidenze oppure siamo di fronte all’ennesimo colpo di coda di un sistema che non accetta di essere messo in discussione? Che si voglia colpire uno per mandare un segnale a tutti gli altri? Alle prossime ore l’ardua sentenza, possibilmente non di condanna.                                                                                         articolo di Gianmarco Pucci

Schegge impazzite

E pensare che solo un paio di anni fa, forte del sorprendente risultato conseguito alle elezioni Europee, in molti lo vedevano già leader in pectore del nuovo centrodestra italiano. Invece, Matteo Salvini è riuscito nel giro di un battito di ciglia a disperdere tutto quel consenso che, attingendo alla retorica populista che gli è propria, aveva guadagnato agli esordi di questa legislatura. Un inizio che, però, non era cominciato sotto i migliori auspici. L’alleanza demagogica con il M5S non ha infatti portato bene al leader della Lega, rivelandosi per lui  un vero e proprio abbraccio della morte. Basta pensare a come quella parentesi si è conclusa, ovvero con l’uscita della Lega dal governo in favore del PD. Un metodo che tafazzianamente Salvini continua da allora a replicare, evidenziando il proprio dilettantismo politico. Come l’idea, dopo la fine del Conte bis, di entrare nel governo Draghi, mostrandosi critico a fasi alterne, in nome  di un malsano istrionismo che porta il personaggio a credersi il centro del mondo. Esibizionismo che ha replicato anche in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica. Solo così si può definire, infatti, il metodo adottato da Salvini per scegliere il successore di Mattarella. Un metodo ,che privilegiando la contrapposizione al dialogo,  ha portato all’unico risultato di spaccare la coalizione di centrodestra, favorendo la propria marginalizzazione e la resurrezione di altri. In primo luogo quella di Silvio Berlusconi, che come l’Araba Fenice è risorto ancora una volta dalle ceneri, dimostrandosi più scaltro di Salvini nel prevedere le manovre parlamentari e le mosse degli avversari. Proprio ieri Forza Italia ha fatto sapere che Berlusconi sta lavorando per potenziare il versante moderato della coalizione. Moderati che, considerando anche la costante crescita del partito del non voto, si rivelano sempre più decisivi nel vincere le competizioni elettorali. Salvini è, inoltre, riuscito nell’intento di rafforzare il ruolo di Fdi e di Giorgia Meloni. La leader della destra italiana, infatti, conclusasi la campagna per il Quirinale, è stata la prima a certificare la dissoluzione dell’alleanza, rivendicando per sé il ruolo di faro del populismo italiano. Si può allora facilmente dedurre che il futuro per il leader del Carroccio non è più così roseo, celandosi dietro il raffreddamento dei rapporti con gli alleati il rischio di un crescente isolamento della Lega nell’arco costituzionale. Da mesi, infatti, in via Bellerio non si parla d’altro della fronda interna al partito capeggiata da Giorgetti e sostenuta dai governatori, sempre più insofferenti verso la linea oppositiva e movimentista del “capitano”. Malumori che negli ultimi giorni sono stati condivisi pure da Umberto Bossi, fondatore e storico segretario della Lega Nord. Per Bossi, che non ha mai nascosto la sua antipatia per Salvini, la Lega deve tornare alle origini, abbandonando la deriva nazionalistica verso cui l’ha condotta l’attuale segretario. Ha poi ammonito i suoi relativamente alla necessità di traghettare il partito nel PPE, ricordando come la Lega appartenga geneticamente alla sinistra e alla tradizione federalista-autonomistica. Parole queste che dovrebbero indurre a una sana riflessione sul futuro, specialmente in vista delle elezioni dell’anno prossimo. Eppure, Salvini, sempre più solo all’interno del centrodestra, continua a scambiarsi accuse con gli (ex) alleati, addebitando a loro i suoi errori. Un atteggiamento che testimonia il nervosismo del segretario, ma anche la sua frustrazione per l’ennesima batosta che allontana il centrodestra da una vittoria politica ormai non più così scontata.                                                                                    articolo di Gianmarco Pucci

Se questo è un Parlamento

Giorgio III d’Inghilterra, apprendendo della Dichiarazione d’indipendenza delle colonie americane, disse ironicamente che il 4 Luglio 1776 sarebbe stato ricordato come il giorno in cui non era accaduto niente di importante per il mondo. Lo stesso si potrebbe dire per ciò che è accaduto da noi in Italia nelle ultime ore. Ancora una volta, dopo il precedente di Napolitano, il Parlamento si è trovato costretto ad adottare per il Quirinale una soluzione di ripiego, derogando alla prassi costituzionale che non contempla la rielezione del Capo dello Stato. Come nel 2013, si è preferito infatti convergere sul nome di Sergio Mattarella  per nascondere la crisi strutturale dei partiti, gli unici veri sconfitti in questa elezione per la presidenza della Repubblica. Una crisi che evidenzia la debolezza delle istituzioni democratiche e di cui la crescente sclerotizzazione della classe dirigente è indice indefettibile. Certamente il metodo di proporre nomi da sacrificare in aula non ha pagato, così come non ha pagato la sordità di quelle forze politiche che hanno scelto di non decidere, celandosi dietro veti e obiezioni. In tal senso, coloro che in queste ore plaudono alla rielezione di Mattarella sono i principali sconfitti di questa campagna per il Quirinale. Matteo Salvini ha, in merito, dichiarato di avere la coscienza a posto e di avere fatto tutto il possibile per scongiurare lo stallo parlamentare. In vero, Salvini, che in queste ore è finito sul banco degli accusati, è il principale responsabile di questa disfatta. Lo è, perché per la prima volta il centrodestra aveva avuto la possibilità di eleggere un suo esponente alla più alta carica dello Stato e si è disperso proponendo nomi irricevibili. Carente è stato anche il metodo impiegato dal leader della Lega per stimolare la condivisione riguardo a un nome comune. Esso, invece che condurre alla sintesi, ha al contrario sortito l’effetto opposto di deviare la discussione sul binario morto del “muro contro muro”. Non a caso in molti, dentro e fuori la Lega, accusano Salvini di avere vanificato l’unità della coalizione, dimostrandosi non all’altezza della situazione. Ugualmente sconfitto in questa tornata è stato il Partito Democratico. Il segretario Letta, infatti, respingendo ogni proposta degli avversari, si è trovato costretto alla fine a sposare la linea del M5S, che fin dall’inizio di questa avventura si era speso per una riconferma di Mattarella. Per uscire da questo vicolo cieco, Letta avrebbe potuto proporre il nome di Mario Draghi. Tuttavia, a causa del fuoco incrociato delle correnti, si è incartato, uccidendo la candidatura sul nascere. Ciononostante, il premier ha avuto un ruolo non secondario nella contesa. La sua mediazione, iniziata dopo il confronto con Salvini a Palazzo Chigi, ha permesso di sbloccare la situazione, rafforzando il suo ruolo di risorsa indispensabile per la Repubblica. Un fatto singolare da cui traspare, però, la sempre maggiore irrilevanza verso cui stanno scivolando i partiti politici. Paradossalmente, questa è stata la prima campagna per il Quirinale che ha visto fiorire un gran numero di candidature tecniche( Belloni, Massolo, Cassese) e che è stata risolta da un tecnico. In realtà, il protagonismo degli “alti profili” inizia a divenire preoccupante e si pone come indice della deriva autocratica verso cui le democrazie occidentali si stanno avviando. Il timore è che attribuendo eccessiva importanza a una singola persona, pur dotata di straordinarie competenze, si possa arrivare a ritenere dannose e inutili le istituzioni. Non a caso, dopo questa magra figura, si è tornato a parlare di elezione diretta del Capo dello Stato. Un’opzione che, almeno per quello che riguarda il nostro paese, non è preferibile per due motivi. In primis, perché comporterebbe una modifica dell’ordinamento assai rilevante. In secundis, perché attraverso l’introduzione del Presidenzialismo si realizzerebbero i sogni più torbidi di quanti negli ultimi quarant’anni hanno tentato in tutti i modi di sbarazzarsi della nostra Costituzione. E questo è un rischio che non  possiamo assolutamente permetterci.                                                                                                   articolo di Gianmarco Pucci

Marea nera

“Si è trattato di un attacco preordinato, squadrista e di chiara matrice fascista”. Con queste parole il Segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, si è espresso per condannare l’assalto dell’altro ieri alla sede romana del sindacato. Per Landini, infatti, l’aggressione subita dalla Cgil è una grave ferita per la democrazia e testimonia, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di  come essa sia sempre più minacciata da una chiara recrudescenza neofascista. Fascismo che oggi si ripropone sotto le spoglie del Sovranismo, ma che non ha minimamente mutato la propria essenza. Al contrario, approfittando della crisi sociale innescata dall’emergenza sanitaria, esso cerca, in modo subdolo e meschino, di veicolare le sue idee eversive, sfruttando il malcontento popolare e servendosi della violenza come mezzo di affermazione della propria identità. Tale camaleontismo, tuttavia, non sorprende, essendo da sempre l’estrema destra incline a mutare forma a seconda delle circostanze e del periodo storico. E se, dunque, un secolo fa i fascisti attaccavano le Camere del lavoro per difendere lo Stato dal “pericolo rosso”, oggi, invece, lo farebbero per tutelare l’ordine costituzionale. Sempre per tutelare l’ordine precostituito essi si ritrovano a sposare le più assurde teorie complottiste, mettendo in dubbio la scienza e le sue istituzioni. Ma soprattutto per boicottare un governo che, a parer loro, farebbe esclusivamente l’interesse dei poteri forti e delle grandi élite finanziarie mondiali. Un governo, che con l’introduzione del Green Pass obbligatorio dal prossimo 15 Ottobre, si appresterebbe a gettare la maschera, spogliando il popolo delle proprie libertà costituzionali. Fin qui le motivazioni che hanno indotto Roberto Fiore e i suoi camerati ad assaltare la sede della Cgil. Ma si tratta di motivazioni identiche a quelle addotte da altri movimenti neofascisti, che in Europa  stanno dilagando causa della crisi delle forze politiche democratiche e progressiste. Crisi che anche qui da noi in Italia ha visto emergere partiti antisistema e ostili al multiculturalismo e alla globalizzazione. Come Fdi e la Lega, che pur non aderendo pienamente alle idee estremiste di Forza Nuova ne condividono parte della retorica populista. In particolare, si sono evidenziati singolari punti di contatto fra Fdi e la galassia neofascista da cui provengono Fiore e Castellino. Un’inchiesta di alcune settimane fa, condotta dal giornale on line Fanpage, ha infatti ripreso in video, durante una cena in un ristorante di Milano, l’eurodeputato di Fdi, Carlo Fidanza, mentre interloquiva con il fantomatico barone nero Roberto Jonghi Lavarini. Un soggetto di comprovata fede fascista( da cui il folkloristico soprannome) accusato in passato di intrattenere relazioni con la massoneria e i servizi segreti deviati. Nel video si vedono Fidanza e altri convitati pronunciare frasi antisemite, cantare canzoni del ventennio ed esibirsi in saluti romani. Fidanza, in attesa di acquisire il girato completo, è stato sospeso dal partito da parte di Giorgia Meloni. Ciononostante, il comportamento della Meloni è sembrato a tratti ambiguo. Atteggiamento che ha replicato dopo la notizia dei fatti di Roma e che ha innescato nuovi e ulteriori polemiche. Più precisamente, Meloni ha dichiarato che è in atto una macchinazione della sinistra per danneggiare lei e il suo partito. Secondo lei, infatti, gli avversari starebbero tramando di escluderla dall’arco costituzionale, nascondendosi dietro il pretesto che Fdi è un partito fascista. Accuse che in queste ultime ore, a dispetto delle coincidenze, sta trovando terreno fertile anche nella campagna elettorale per le amministrative. A Roma, in particolare, dove Domenica e Lunedì si voterà per il ballottaggio, hanno destato scalpore le parole usate da Enrico Michetti, candidato sindaco del centrodestra, per minimizzare l’eccidio degli ebrei da parte dei nazifascisti. Frasi che hanno suscitato indignazione unanime da parte della politica e della comunità ebraica e che hanno indotto il diretto interessato a un doveroso mea culpa. Eppure, nonostante ciò che è stato detto e ciò che è avvenuto in queste ultime ore c’è chi ancora nega l’evidenza, tentando di banalizzare e quindi minimizzare un fenomeno in preoccupante crescita. Un fenomeno che descrive a pieno la crisi della democrazia moderna, del suo paradigma socio-culturale e che usa il negazionismo per abbattere lo Stato di diritto, seminando caos e disordine.

Conte balla da solo

Alla fine Conte si è ritrovato a ballare da solo, risolvendosi il suo tentativo di cambiare il M5S in un inutile abbaiare alla luna. Dopo la rottura con Davide Casaleggio, figlio del defunto Gian Roberto e creatore della piattaforma Rousseau, Conte ha dovuto fare i conti con le ire del fondatore Beppe Grillo. Per l’ex comico, infatti, Conte non sa quello che dice, mirando le sue proposte a stravolgere l’essenza del Movimento e ad attribuirgli un DNA  moderato che storicamente non gli appartiene. Esso, già abbastanza nervoso per le vicende giudiziarie riguardanti il figlio Ciro, ha poi affermato che è Conte ad avere bisogno di lui e non il contrario, sottolineando quanto sia ancora necessaria la sua presenza nel Movimento per garantire ad esso un futuro. Grillo ha, infine, lodato l’operato di Luigi Di Maio, definendolo il miglior ministro di tutti i tempi, elevandolo di fatto al ruolo di leader del M5S. La risposta di Conte non si è, tuttavia, lasciata attendere. Nella conferenza stampa di ieri, svoltasi nella sala del Tempio di Adriano, l’ex premier ha manifestato tutto il suo disappunto per le parole e l’atteggiamento del fondatore, denunciando un clima teso nello stesso Movimento che fino a pochi mesi fa lo reputava uno statista. Conte ha spiegato che non è sua intenzione rimanere in un partito che lo considera alla stregua di un “prestanome” o di un leader dimezzato dipendente in tutto e per tutto dalle scelte del garante. Il giurista pugliese ha poi accusato Grillo di comportarsi come un padre padrone, colpevole a suo dire di voler mantenere la sua creatura in uno stato di minorità intellettiva e, di conseguenza, politica. A conclusione del suo intervento, Conte ha comunicato ai giornalisti che oggi consegnerà lo statuto da lui elaborato al garante Grillo e al reggente Crimi. Tale richiesta è per Conte condizione imprescindibile per poter continuare a far parte del Movimento, essendo ormai necessario mettere un punto fermo alla situazione venutasi a creare. Un avvertimento che suona sempre di più come un preludio a una scissione, a un lacerante addio destinato a disorientare ulteriormente la base grillina. In verità , per quanto possa sembrare il suo naturale sbocco, la scissione non  può dirsi ancora certa. Anche quando nacque il governo Draghi si paventò tale scenario e poi questo non si realizzò. Allora il presunto leader dei ribelli, Alessandro Di Battista, preferì dire addio al Movimento piuttosto che provocare una spaccatura. Una scelta di responsabilità che non è detto Conte sia disposto a ripetere. Il Movimento, infatti, ha più che dimezzato negli ultimi 3 anni i consensi, perdendo parte della  forza propulsiva che lo distingueva all’inizio. È ,dunque, implicito che se Conte decidesse di uscire dal Movimento, fondando un suo partito, finirebbe per mettere una pietra tombale su tutta la vicenda politica del M5S. Sarà probabilmente per questo che molti nel Movimento stanno seriamente pensando di sbarazzarsi dello scomodo Conte piuttosto che conferirgli l’impietoso  compito di commissario liquidatore del M5S . Tuttavia, è appena il caso di dirlo, tale tentativo, qualora Conte non avesse intenzione di abbandonare la cosa pubblica, è destinato miseramente a fallire. Così come è destinato a rappresentare, considerando l’elevato clima di sfiducia dei cittadini verso la politica,  un’avventura a durata limitata  nel tempo la fondazione di un partito da parte dell’ex avvocato del popolo. Si, perché nell’immaginario collettivo egli rappresenta comunque il premier del M5S e a poco servirebbe creare una nuova forza politica, moderata e centrista, che verrebbe percepita come non autentica dagli elettori. Ciononostante, è assai plausibile che questo identico ragionamento sia stato fatto, pur con toni diversi, da tutti gli attori in causa. Una scissione in un periodo come questo, in cui tutti i partiti vivono una crisi profonda, dividersi sarebbe un autentico suicidio per chiunque. E Grillo non è così ingenuo  da innescare uno psicodramma  proprio in casa sua, incedendo negli stessi vizi che proprio lui ha a lungo denunciato e di cui, in pieno stile Shakespeariano, sembra oggi farne le spese il movimento da lui creato.

Prove di disgelo

Era dal 1985 che Ginevra non ospitava un summit internazionale fra Russia e Stati Uniti. Allora c’era ancora la Guerra Fredda, le relazioni fra Usa e Urss erano ai minimi termini e nessuno era disposto a credere in un plausibile successo di qualsiasi negoziato fra Reagan e Gorbacev. Il primo, infatti, aveva già avuto modo di mostrare i muscoli, accusando l’Urss di essere una minaccia per la pace mondiale e per la convivenza pacifica fra gli uomini. Non a caso, appena due anni prima, nel corso di una conferenza stampa in Florida, definì l’Unione Sovietica “l’impero del male”, ventilando l’ormai concreta possibilità di un imminente conflitto armato con la Russia. Il secondo, invece, pur non discostandosi dalla linea di chi lo aveva preceduto alla guida del Cremlino, vedeva nel dialogo con l’occidente( Perestrojka) e nel disgelo( glasnost) la soluzione che avrebbe permesso alla Russia di modernizzarsi e di avviarsi sulla strada della democrazia. La distanza siderale tra i due contendenti globali, tuttavia, si ridusse nel giro di pochi anni, portando all’avvento di una nuova era, sicuramente più promettente rispetto a quella atomica appena conclusasi. Oggi la situazione è radicalmente diversa, perché altre potenze si sono affacciate sullo scacchiere internazionale. È anche vero, però, che non tutto quello di cui Biden e Putin hanno discusso è da ritenersi irrilevante. Dopo giorni di tensione, i due leader hanno convenuto sulla necessità di confrontarsi su questioni dirimenti per il futuro dell’umanità. Biden, al riguardo, ha voluto precisare che non è nelle intenzioni della sua amministrazione demonizzare la Russia, ma solo difendere i diritti del popolo americano. Toni distesi che hanno permesso di incanalare il dialogo verso una direzione maggiormente costruttiva. Un successo che anche lo stesso Putin è stato costretto a riconoscere. Il presidente russo ha, inoltre, lodato l’integrità morale e l’indiscussa esperienza politica del suo interlocutore, reputandolo uno statista più avveduto di Donald Trump. I due leader hanno altresì convenuto sulla necessità di avviare un proficuo dialogo su dossier ritenuti di importanza fondamentale per le loro relazioni bilaterali. In particolare, per quel che riguarda le armi nucleari, tanto Biden quanto Putin sono stati d’accordo sul fatto di ridurne la proliferazione, aggiornando il trattato New Start del 2009. Convergenze che si sono rilevate anche sull’urgenza di adottare misure a difesa dell’ambiente e di contrasto ai cambiamenti climatici. Qualche passo in avanti si è registrato anche sulla questione dell’Ucraina, avendo Putin per la prima volta lasciato intendere di non opporsi a un eventuale arbitrato internazionale. Fin qui i punti di contatto, ma non sono mancate le immancabili divergenze. Sui diritti umani Biden è stato irremovibile. Ha infatti chiesto conto a Putin delle ripetute violazioni dei diritti umani in Russia e delle persecuzioni verso i dissidenti. In particolare, su Alexey Navalny, Putin ha dichiarato alla stampa straniera che costui ha ripetutamente violato le leggi russe e che per tali ragioni non potrà essere rimesso in libertà. Ha poi obiettato che non accetterà in nessun modo lezioni di civiltà da chi viola i diritti dei prigionieri di guerra detenuti nella fortezza di Guantanamo. Il presidente russo ha infine smentito qualsiasi accusa rivolta dagli Stati Uniti riguardo alle presunte interferenze cibernetiche nelle elezioni americane, ritenendole pure congetture destituite di ogni fondamento. Schermaglie, dunque, che riecheggiano quelle tipiche della Guerra Fredda, ma che stridono con il panorama globale a cui si riferiscono. Se, infatti,allora il nocciolo della questione era il controllo del pianeta da parte di uno dei due blocchi, oggi il problema vero è un altro ed è costituito dalla Cina. La crescita del “Dragone” e il suo progressivo espandersi su tutti i continenti della Terra ha propriamente messo in crisi gli assetti strategici delle due tradizionali superpotenze, generando preoccupazioni e accrescendo il nervosismo. Un livello di tensione talmente alto che, complice anche la triste vicenda del Coronavirus, ha indotto Biden a mettere in guardia gli alleati europei e a cercare un canale di dialogo con la Russia. Ciò al fine evidente di rinsaldare l’alleanza atlantica e arginare la Cina, separando Pechino da Mosca. Una sottile strategia, dunque, quella messa in atto da Joe Biden, che ha già fatto parlare di un nuovo corso della politica estera Usa. Nuovo corso,che mirando a ristabilire gli equilibri globali a favore degli USA, ha già sortito l’effetto di impensierire i rivali dell’occidente, provocando il disgelo delle relazioni fra Usa e Russia. Un risultato certamente non di poco conto se si considera quanto il fronte orientale era coeso fino a pochi mesi fa.

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