Erdogan, il Sultano

Ancora una volta la Francia si ritrova dover fare i conti in casa propria con un fondamentalismo islamico che sembra non darle tregua. Nella giornata di ieri, infatti, in coincidenza con il primo giorno di Lockdown, si è verificato l’ennesimo , sanguinoso attentato che ha visto per teatro la città di Nizza. L’attacco terroristico segue di poche settimane quello avvenuto alle porte di Parigi in cui a venire giustiziato è stato un professore di scuola superiore, colpevole di aver distribuito ai suoi studenti copie di un giornale contenente immagini satiriche del profeta Maometto. Il giornale in questione è stato ,inoltre, proprio in questi giorni preso duramente di mira da parte di molte nazioni musulmane, cha a quanto pare non sembrano gradire l’ironia francese sulle tematiche riguardanti il loro credo religioso. Uno di questi paesi è la Turchia, che a causa di queste vignette satiriche sembra pronta a dare inizio a una crisi politica e diplomatica con la Francia  dagli esiti imprevedibili. Secondo il presidente turco Erdogan, Macron e i politici europei, consentendo pubblicazioni immorali,  starebbero alimentando una spirale di odio verso l’islam prodromica a una nuova crociata. Un livore che ,sempre per Erdogan, sta divorando come un cancro il Vecchio Continente e che sarebbe il vero responsabile degli attacchi che hanno sconvolto la Francia nelle ultime ore. Il presidente turco ha poi preso le distanze dagli attentati, ribadendo che il suo paese non incoraggia la violenza e non ostacola il culto di nessuno. Tuttavia, se si guarda alle azioni intraprese da Ankara nell’ultimo periodo sorge più di un sospetto riguardo alla genuinità di queste dichiarazioni. Ad esempio, perché il 10 Luglio di quest’anno un suo decreto ha ordinato la riconversione della Basilica di Santa Sofia a Istanbul da museo cristiano a moschea, suscitando peraltro il disappunto anche del Vaticano? non è un caso, infatti, che proprio quella Basilica sia stata per secoli luogo di contesa fra cristiani e musulmani fino alla laicizzazione del sito per mano di Ataturk nel 1935. Sempre con riguardo alle legittime aspirazioni della Turchia non ci si può non accorgere che il regime di Ankara ha avviato, ormai da qualche anno, una macroscopica opera di espansione nel Mediterraneo che rischia di risvegliare dopo millenni un conflitto mai completamente sopito fra opposte civiltà. Lo si è visto in Libia, dove la Turchia è divenuta il vero arbitro del conflitto che contrappone il governo di Tripoli e l’esercito del generale Haftar stanziato a Tobrouk. Lo si vede nell’Egeo, sempre più minacciato da una guerra latente fra la Turchia e la Grecia ( che proprio per frenare le ambizioni di Ankara ha richiesto l’intervento conciliativo dell’Unione Europea). Nell’analizzare, pertanto, le mosse della Turchia di Erdogan sembra pressoché scontato affermare che esso stia tentando di ricostruire l’Impero Ottomano, favorendo la riunificazione di tutte le nazioni musulmane sotto un unico Sultanato. Un ruolo al quale la Turchia può senz’altro ambire, essendosi indebolito nel corso degli anni, anche per il venir meno dei suoi leader più carismatici, il potere dei gruppi jihadisti in Africa e in  Medio Oriente. Un progetto ambizioso, dunque, quello coltivato da Erdogan che non può lasciare noi Europei indifferenti. L’avanzata turca deve in tutti i modi essere arginata per evitare che  quelle che oggi possono sembrare semplici dispute territoriali possano  innescare una polveriera capace di frantumare i nostri diritti e  le nostre sicurezze. Certezze che vacillerebbero indubitabilmente se si saldasse un inquietante asse del male  fra Turchia, Russia e Cina, avente come obiettivo ultimo il controllo e la sottomissione egemonica dell’Europa. Ecco perché per scongiurare una simile iattura occorre da un lato preservare la nostra identità , ma dall’altro lato occorre approntare una nuova strategia che rilanci il ruolo internazionale del Continente. Solo così si potrà efficacemente rispondere alla sfida che il Sultano di Ankara ci ha lanciato.                                                                                                                                                           Articolo di Gianmarco Pucci 

Il fantasma del Natale prossimo

Dopo essere stato definito un fantoccio e un corrotto, ora Joe Biden è diventato il “Grinch”, lo spettro nemico del Natale a stelle e strisce. Questa è l’ultima accusa rivolta da Donald Trump all’avversario democratico, incapace secondo lui di gestire l’emergenza pandemica nel paese meglio di se stesso e della sua amministrazione. Secondo Trump, infatti, Biden “l’assonnato” è un inetto sotto tutti i punti di vista, un uomo di carta della sinistra radicale che vuole distruggere il “Sogno Americano”. Fin qui nulla di nuovo, essendo Trump famoso per i suoi modi diretti e spregiudicati non sorprende che pur di vincere il prossimo 3 di Novembre ricorra a tutti gli espedienti possibili per denigrare chi non lo compiace. Uno stile polemico e sopra le righe che, tuttavia, denota un certo nervosismo, forse dovuto ai sondaggi che lo danno perdente rispetto a Biden. Nervosismo affiorato in questi giorni anche sui social e nei rapporti con la stampa, ritenuti dal presidente faziosi e bugiardi, con una spiccata attitudine a diffondere “fake news”. L’ultima a farne le spese è stata Kristen  Welker, giornalista del Nbc che modererà il secondo e ultimo dibattito elettorale   fra Trump e Biden  nella giornata di domani e ritenuta dal Tycoon straordinariamente di parte. Trump ha poi criticato in questi giorni il provvedimento annunciato dalla Commissione per i dibattiti presidenziali, che prevede di silenziare il microfono del candidato che interrompe l’altro contendente, al fine cioè di evitare il ripetersi di quanto avvenuto la scorsa volta su Fox tv. Biden, invece, forte della crescita dei consensi, parlerà oggi a Philadelphia, in Pennsylvania, uno degli stati in bilico che potrebbero fare la differenza in questa tornata elettorale così imprevedibile. Atteso, per ricompattare una base democratica smarrita e demoralizzata , L’intervento di Barack Obama allo scopo di incentivare gli elettori a recarsi alle urne per votare il suo ex vicepresidente. Non è un mistero, infatti, che Biden sia visto con sospetto da una buona parte dell’elettorato liberal per via del suo passato e dei legami suoi (e della sua famiglia) con importanti lobby di Washington, motivo per cui il discorso di Obama è visto come indispensabile dallo staff del candidato democratico per rinvigorire la corsa alla presidenza. Proprio questi legami sono stati ripetutamente  denunciati in questi mesi da Trump e dai suoi collaboratori, per rimarcare le differenze fra il Tycoon e il senatore del Delaware. Ma se il tallone di Achille di Joe Biden sembrano essere i trascorsi della sua ultra quarantennale carriera politica, quello di Trump sembrano essere i guai con il fisco. Oggi, infatti, il New York Times ha rivelato che il presidente avrebbe un conto bancario in Cina, dove egli avrebbe pagato, fra il 2013 e 2015, quasi duecento mila dollari di tasse. Una sinistra ombra, dunque, lanciata sul chiacchierato miliardario ,divenuto l’uomo più potente del mondo, a meno di due settimane dalle elezioni. A infastidire ulteriormente il presidente Usa ci avrebbe, inoltre, pensato inaspettatamente la Corte Suprema, la quale ha ammesso la validità del voto per posta, duramente sospettata da Trump di coprire i brogli elettorali dei democratici. Più che una campagna per la presidenza sembra ormai di assistere a uno psicodramma, a una  telenovela stile Dallas o Dinasty. Uno show che, tuttavia, assume connotati ideologici e che rischia di far tremare paurosamente un sistema già pesantemente messo alle corde. Pertanto, in attesa del verdetto elettorale, mai così incerto come questa volta, non ci resta che sederci a guardare questo stuzzicante spettacolo, sempre che dalla telenovela non si passi al melodramma.                                                                                                                                                                  Articolo di Gianmarco Pucci

Mani pulite, panni sporchi

Dopo mesi di dibattito infuocato, la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura ha deciso di espellere dall’ ordine giudiziario Luca Palamara, ex Pubblico Ministero ed ex presidente dell’ANM, indagato per corruzione dalla Procura di Perugia. Nella motivazione che giustifica la radiazione si legge che esso avrebbe tenuto una condotta giudicata lesiva del prestigio e dell’onore della magistratura oltre che di inaudita gravità. Tuttavia, l’ espulsione così decretata , ha sollevato dei dubbi sia riguardo la trasparenza della procedura adottata sia verso il merito della sentenza. Si è, infatti, assistito a un processo “lampo”, espletato in una dozzina di udienze, in cui non sono stati sentiti i testimoni chiamati a deporre per la difesa(sostenuta per l’occasione dal consigliere di Cassazione Stefano Giaime Guizzi) e in cui si è emesso un verdetto in un tempo davvero da record di appena tre ore. Un processo, come ha ricordato l’ex procuratore Carlo Nordio, degno della Russia di Stalin, nel quale, a ben vedere, sembra che la magistratura abbia voluto assolvere se stessa, condannando Palamara e assegnandogli l’infausto ruolo di capro espiatorio dell’intero sistema. Nel comminare la sanzione ,infatti , i giudici dell’accusa si sono soffermati principalmente sul ruolo che Palamara ha avuto nel condizionare le nomine ai vertici delle procure, sulla sua opera di mediazione fra le correnti presenti nella magistratura e sui suoi rapporti con la politica. Non stupisce, dunque, che nel ricostruire i fatti, i giudici incaricati dell’accusa abbiano dato peculiare rilievo all’incontro, avvenuto l’8 maggio 2019 all’hotel Champagne di Roma, in cui Palamara, con i deputati Luca lotti(PD) e Cosimo Ferri(Italia Viva)  e cinque consiglieri in carica del CSM si accordavano per ottenere la nomina di Marcello Viola( capo della procura di Firenze) al vertice della procura di Roma. Ciò è, infatti, funzionale all’obiettivo che essi si sono prefissati: preservare le posizioni di potere interne alla magistratura, occultando lo scandalo. L’accusato, però, non sarebbe propenso ad accettare tale ricostruzione che lo vuole mela marcia nel cesto sano e ha già promesso battaglia. Ospite a Radio Radicale, ha annunciato ricorso in Cassazione e alla Corte di Strasburgo contro quella che a suo dire è una vera ingiustizia verso  un magistrato che mai ha svenduto la sua nobile funzione per ottenere illecite prebende. Sempre secondo esso, la sua principale colpa è quella di essersi prestato al gioco delle correnti interne alla magistratura, che da quarant’anni orientano il governo e le nomine ai vertici della magistratura italiana. Proprio le correnti si opporrebbero a qualsiasi riforma del settore ,rendendo pressoché impenetrabile un sistema giudiziario giudicato ormai da molti obsoleto.A tal proposito, quando proprio Palamara pone l’accento sulla necessità di separare le carriere e di superare l’obbligatorietà dell’azione penale non si può dire che affermi un eresia. Quante volte è capitato in questi anni di assistere a un uso arbitrario da parte di alcune procure di questo principio, dando sovente luogo a conflitti, più o meno marcati , con gli altri poteri dello Stato ? Quante volte attraverso l’uso indiscriminato delle intercettazioni ambientali e della carcerazione preventiva si sono lesi diritti di persone prima incolpate e poi scagionate dopo essere state messe alla gogna? il caso emblematico di Enzo Tortora dovrebbe, al riguardo, essere d’ insegnamento per tutti coloro che si accingono a diventare giudici, non potendo chi giudica essere esclusivamente bocca della legge. I radicali, per ovviare a queste evidenti discrepanze che investono il potere giudiziario, chiedono da anni, ormai inascoltati da una politica sempre più insipiente, una bicamerale sulla giustizia. Bicamerale che consentirebbe, giustamente,  di riaffermare quel principio sancito dalla nostra Costituzione all’articolo 3 che vuole la giustizia  amministrata in nome del popolo e dove nessuno è al di sopra della legge, neanche i magistrati. Lo si richiede, perché in questi ultimi decenni è prevalsa, complice il progressivo indebolimento della politica, una narrazione distorta della realtà dei fatti, che ha indebitamente celebrato la figura del giudice elevandolo al rango di eroe civile. Da Mani pulite in poi abbiamo visto un crescente protagonismo dei magistrati, divenuti moderni Robin Hood della giustizia che a colpi di sentenze tentano di riscrivere la storia del paese, rivendicando una presunta superiorità morale rispetto agi altri poteri dello Stato( in primis legislativo ed esecutivo ). Non si deve, comunque, credere che costoro nel portare avanti questa guerra alle istituzioni siano stati soli. Parte in causa importante in questo processo di degenerazione democratica, l’hanno avuta  soprattutto certi giornali e alcuni partiti politici, i quali gonfiando le cupe trombe del giustizialismo hanno pensato di portare acqua al loro mulino. Ecco perché non ci si può , di fronte a uno scandalo di tale rilevanza , voltare dall’altra parte, ignorando la reale estensione del fenomeno corruttivo all’interno della magistratura italiana, che è certamente molto più  ampio di quello che vogliono farci credere. Questa volta i panni sporchi non verranno lavati in famiglia e le dichiarazioni di Luca Palamara, che ha minacciato nuove rivelazioni inerenti questa triste vicenda, sembrano serbare proprio questa promessa. Se, dunque, nel 1992 è terminata l’età dell’innocenza della politica, oggi ,nel 2020, si può tranquillamente affermare che è finita quella della magistratura. Aspettiamoci, quindi, altre sorprese, perché la caduta degli Dei è solo agli inizi.                                                                                                                                                     Articolo di Gianmarco Pucci

Se l’America piange, l’Italia non ride

Nella notte di Martedì, a Cleveland, Ohio, si è disputato il tanto atteso dibattito televisivo fra il presidente degli Usa Donald Trump e lo sfidante democratico Joe Biden. L’incontro, ospitato dalla rete conservatrice Fox Tv, sarà solo il primo dei quattro appuntamenti previsti prima del giorno delle elezioni presidenziali che si terranno il prossimo 3 Novembre. In verità, l’incontro, o forse sarebbe meglio dire lo scontro, non ha smentito i pronostici, i quali facilmente avevano previsto un dibattito molto acceso fra i due candidati alla presidenza. Solo che in questo caso si è andati oltre il consentito e alcune accuse che i duellanti si sono lanciate a vicenda erano davvero di pessimo gusto, gravemente diffamatorie per qualunque persona si fosse trovata al loro posto. Donald Trump, la cui rielezione secondo molti sondaggi è a rischio , pur di vincere non ha esitato a mostrare il suo lato peggiore, sfoderando una ferinità verbale che a stento il moderatore del dibattito, Chris Wallace, è riuscito a trattenere. Ha infatti esordito definendo Biden uno stupido, una marionetta in mano alla sinistra radicale e ha proseguito nei novanta minuti successivi ,mantenendo lo stesso tenore dialettico e lasciando attoniti tutti quelli che hanno avuto la sventura di sentire le amenità  che sono uscite dalla sua bocca. Tuttavia, proprio Biden, dal canto suo,  pur non dimostrandosi eccessivamente spigliato , è riuscito a rimanere sufficientemente lucido per replicare agli insulti di Trump, ripagandolo con la stessa meschina moneta( lo ha etichettato con i termini di bugiardo e clown). Nel prosieguo, il presidente Usa ha elencato, perfettamente in linea con il suo stile, i successi della sua amministrazione a partire della gestione dell’emergenza Covid, che lui continua a soprannominare “peste cinese” . Relativamente ad essa , Trump ha rivendicato per sé il merito di avere prontamente chiuso i confini, impedendo al virus di fare milioni di morti negli Usa. ha, inoltre, attribuito alle sue indubbie capacità manageriali i risultati, a suo dire positivi, dell’ economia Usa , dove il tycoon non ha mancato di evidenziare come  la disoccupazione sia scesa sotto la soglia  dell’ 8% nonostante  nel paese si viva la più grave tragedia sanitaria dai tempi della Sars. Fin qui nulla di nuovo: Trump ha recitato il ruolo che più gli è consono ovvero quello dell’uomo della Provvidenza che parla alla pancia dell’America profonda e si propone di salvarla dalla distruzione a cui i progressisti l’hanno indotta con le loro scelte scellerate. Indubbiamente è un ruolo che sostiene bene, ma che non convince più tanti, stanchi ormai della brutale retorica Trumpista. Ma se il presidente si è dimostrato un temibile lottatore televisivo, spregiudicato e pronto a tutto, l’assonnato Joe Biden, invece, ha comunque mostrato maggiore sicurezza riguardo al tema dei diritti delle minoranze e della lotta al razzismo. Ha , infatti,  accusato Trump di favorire il razzismo e le  divisioni all’interno della società americana, suscitando anche qui la dura reazione dell’avversario. Il presidente ha, infatti, glissato sui  suprematisti bianchi ,non condannandoli apertamente,  ma anzi ha  incolpato delle violenze la sinistra radicale. Quest’ultimo si è rivelato un autentico passo falso, tanto è vero che molti repubblicani hanno preso le distanze dalle dichiarazioni del presidente . Inoltre, egli  si è reso reticente, allorché il moderatore glielo  ha chiesto, nel fornire giustificazioni riguardo alla propria dichiarazione dei redditi, insolitamente bassa per un miliardario( solo 750 Dollari nell’ultimo anno). Trump ha risposto affermando genericamente di aver pagato milioni di Dollari all’erario e di aver usufruito degli sgravi fiscali messi a disposizione dall’amministrazione Obama di cui Biden era vicepresidente. Al contrario Biden , che negli ultimi minuti del confronto era riuscito a recuperare consistentemente rispetto allo sfidante, ha preso una clamorosa scivolata, incartandosi sulle vicende inerenti il figlio Hunter, accusato da Trump di essere un drogato che sfrutta l’influenza del padre per fare affari con i russi, da cui avrebbe  ricevuto in cambio  considerevoli donazioni per la campagna elettorale.  Il resto del comizio tv si è soffermato sui cambiamenti climatici, dove anche in questo caso, secondo gli analisti, Biden è andato meglio di Trump e soprattutto sulla nomina del giudice della Corte Suprema che dovrebbe sostituire Ruth Gingsburg, magistrato progressista morta il mese scorso. Donald Trump vorrebbe coprire la casella mancante, nominando un giudice ultraconservatore( Amy Coney Barrett), nomina che impensierisce l’opposizione democratica, perché sbilancerebbe eccessivamente a destra l’orientamento della Suprema Corte. La nomina avrebbe conseguenze anche nel caso in cui il risultato elettorale non dovesse profilarsi sufficientemente chiaro all’indomani del 4 Novembre, avendo già paventato Trump di ricorrere proprio alla Corte Suprema in caso di mancata rielezione per denunciare presunti brogli, che a suo dire, i democratici starebbero già perpretando. Al riguardo,  il Tycoon si è scagliato pesantemente contro il voto per posta, modalità non affidabile secondo lui per votare, ma che rischia di divenire l’unica praticabile se il Coronavirus dovesse tornare, nei prossimi giorni, oltre il livello di guardia. Complessivamente si può affermare che a trionfare in questo primo duello tv non è stata la cortesia o la pacatezza, ma la volgarità. Non  a caso è stato definito il peggiore della storia degli Stati Uniti d’America. Mai si era visto due candidati alla presidenza usare un lessico tanto prevaricatore e scurrile, tipico più di alcuni reality show come The Apprentice o  il Grande Fratello, che di una tribuna elettorale. Prova ne è che gli organizzatori, per evitare effetti indesiderati, fuorvianti per il pubblico, hanno deciso di correre ai ripari. Ma sarà sufficiente tutto questo a placare il clima di odio che sta caratterizzando questa singolare campagna elettorale? In verità ciò che avviene in tv non  è altro che lo specchio di ciò che avviene in un paese, fra la gente. In questo caso non si può negare che l’America e gli americani negli ultimi quattro anni siano molto cambiati, quasi avessero  subito un mutamento genetico. Chi vincerà a Novembre dovrà dare risposte concrete a un popolo disilluso e arrabbiato, attraversato da tensioni e conflitti sia razziali che sociali, che sono alla base delle violenze esplose, negli ultimi mesi, in molte città statunitensi. Tali fatti aprono una finestra su un futuro cupo per la democrazia a stelle e striscie. Un futuro che potrebbe compromettere il  ruolo degli Usa come prima potenza mondiale e il suo ruolo di nazione leader dell’Occidente. Ecco perché quello che avviene dall’altra parte dell’Atlantico non  può lasciarci indifferenti. Del resto, come dice un vecchio proverbio, se l’America piange, l’Italia non ride.                                                                                                                        Articolo di Gianmarco Pucci

Partita a tre

Finita la festa, bisogna darsi da fare per rimettere insieme i cocci. Così, chiusasi la finestra elettorale di Domenica e Lunedì, ci si prepara all’ Autunno imminente, non senza tracciare, tuttavia, un sommario bilancio di quanto avvenuto pochi giorni fa. Analizzando i risultati di questa tornata elettorale, sorprende come tutte le principali forze politiche manifestino un certo entusiasmo per i risultati conseguiti alle elezioni amministrative e al referendum costituzionale. La vittoria sembra avere beneficiato tutti (o quasi) i contendenti di questa aspra campagna elettorale, elargendo generosamente i suoi doni in un momento così difficile come quello che il paese sta vivendo. In verità, se non ci si lascia abbagliare dalle apparenze, dall’ormai quotidiano esercizio di retorica che non esclude nessuno dagli onori della vittoria , emerge come tutti i partiti, pur vincendo, hanno in realtà perso qualcosa. Il M5S, ad esempio, ha rivendicato per voce di Luigi Di Maio il successo dell’esito referendario,  che realizza uno dei capisaldi del programma di governo del Movimento, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari italiani. Nelle parole di Di Maio non vi è , però, alcuna menzione del deludente risultato ottenuto dal Movimento nei territori, dove cioè il partito ha ulteriormente dimezzato i propri voti. L’ euforia rischia quindi di coprire quella che potrebbe facilmente tramutarsi in una crisi, pressoché irreversibile, del movimento fondato da Beppe Grillo. Una crisi identitaria, che passando attraverso una lenta agonia, diviene ogni giorno più chiara alla vista dei suoi esponenti e della base, giustamente in fermento per dei risultati elettorali  non certamente rassicuranti. Lo stesso Alessandro Di Battista, nel suo intervento su Facebook di qualche giorno fa, ha evocato come la mancanza di discontinutà nell’azione di governo potrebbe condurre alla fatale dissoluzione del Movimento 5 Stelle. Anche per quel che riguarda il risultato positivo del referendum sul taglio delle poltrone in Parlamento il M5S non può dormire sonni tranquilli. Infatti, è innegabile, come sempre Di Battista ha sottolineato, che non tutti coloro i quali hanno votato per la riduzione dei deputati e dei senatori sono elettori del Movimento 5 Stelle, avendo il quesito attirato intorno a sé una maggioranza trasversale di persone deluse dall’operato del Parlamento negli ultimi anni. Si comprende, allora ,perché nel movimento di Beppe Grillo è iniziata una fase decisiva per la sopravvivenza stessa del partito, sempre più diviso al suo interno fra chi desidera portare avanti l’esperienza di governo con il Partito Democratico e chi esprime perplessità riguardo alla linea politica fin qui protattasi. dall’ altro lato, quello del PD appunto, Zingaretti tira un sospiro di sollievo per essere riuscito a salvare dall’insidia leghista la Toscana e a mantenere la Campania e la Puglia. Quest’ultima, in particolar modo, era ritenuta a rischio, essendosi profilato giorni prima del voto un periglioso testa a testa fra Michele Emiliano e Raffaele Fitto. Se, dunque, il centro sinistra plaude allo scampato pericolo, essendo riuscito a conservare tre regioni su sette, il centro destra ritrova  una discreta spinta propulsiva per essere riuscito a strappare agli avversari le Marche e a tenere la Liguria con Toti e il Veneto con Zaia. Ma anche qui non ci si può esimere da qualche riflessione. La coalizione, se anche ha riscosso un notevole successo al nord, ha dimostrato di non reggere il confronto elettorale nel sud del paese, dove la proposta politica, forse anche per la riproposizione di personalità legate a vecchi apparati di potere, si è dimostrata non all’altezza della situazione. Inoltre , la vittoria nelle Marche di Fratelli d’Italia e di Luca Zaia in Veneto minacciano da molto vicino la leadership di Matteo Salvini. La Lega dell’attuale segretario ha infatti perso vistosamento consensi nell’ultimo anno e mezzo e ciò potrebbe, in un futuro non tanto lontano, portare a una sua sostituzione con Zaia, ormai visto da molti come la vera punta di diamante del Carroccio. Si evidenzia altresì  come il calo di consensi della Lega registratosi nell’ultimo periodo, sembrerebbe aver  favorito il partito di Giorgia Meloni, la quale secondo una percezione assai diffusa ha il merito di trattare le stesse tematiche care alla Lega ma in modo più pragmatico e concreto. In posizione minoritaria resta, invece, Forza Italia, interessata da una crescente riduzione del proprio bacino elettorale, segno del declino di Berlusconi e di ciò che resta della “Seconda Repubblica”. una partita  a tre, dunque, quella che si è giocata, senza né vincitori né vinti, che dovrebbe spingere tutti a interrogarsi sulla diffusa  e soprattutto sulla persistente sfiducia della gente verso la politica e i partiti. Una sfiducia resa manifesta dall’elevato numero di cittadini che ormai da anni disertano il voto, che non hanno neanche più la forza di indignarsi , che nella convinzione dell’immutabilità della condizione italica si ritrova avvinta ancora di più nella spirale della rassegnazione. Il M5S ha promesso che dopo il referendum si lavorerà a una nuova legge elettorale che reintrodurrà dopo anni le preferenze. L’iniziativa ha già fatto storcere il naso a molti nella maggioranza. Tuttavia, come in questi giorni ha ricordato anche il leader delle Sardine, Mattia Santori, una legge proporzionale che consenta ai cittadini di scegliere liberamente i propri rappresentanti in Parlamento è quanto mai necessaria per ovviare agli effetti distorsivi che potrebbero inverarsi se i deputati e i senatori continueranno ad essere nominati dalle segretarie dei partiti.

Il giorno del giudizio

Finalmente il grande giorno è arrivato. Oggi e domani si vota, oltre che per il rinnovo dei Consigli in sette regioni e alcuni comuni, per il tanto atteso referendum sul taglio dei parlamentari. Si vota oggi dalle 7:00 alle 23:00 e domani dalle 7:00 alle 15:00. Il voto, che risuonerebbe nelle aspettative dei suoi più sagaci sostenitori come una specie di D-day per i nostri politici, descrive in realtà una situazione molto più complessa. Una vittoria del sì non sembra essere così scontata come ci si sarebbe aspettati mesi fa. Secondo, infatti, le ultimissime rilevazioni Il no sarebbe addirittura  in rimonta, seppure ancora sufficientemente lontano da quella che appare un improbabile vittoria. Tuttavia, quale che sia l’esito della consultazione referendaria, è certo che a fare la differenza  sarà il fattore numerico. Infatti, una vittoria non schiacciante del sì avrebbe(come già da alcuni pronosticato) importanti ripercussioni sugli equilibri in seno alla maggioranza di governo e renderebbe particolarmente difficile per il Movimento 5 Stelle intestarsi il successo della votazione. Se poi anche nelle regioni e nei comuni il risultato non dovesse arridere alla coalizione di centro-sinistra, è più di una certezza che si aprirà una fase di profonda riflessione riguardo alla felice continuazione dell’attuale esperienza governativa. Se d’altro canto il no vincesse, anche di stretta misura, in molti sarebbero pronti a chiedere le dimissioni dell’esecutivo e le elezioni anticipate, cogliendo proditoriamente la palla al balzo. è evidente, insomma,  che sia che vinca il no sia che vinca il sì , proprio coloro che hanno ispirato la riforma non potrebbero capitalizzare a loro favore il voto espresso dai cittadini, realizzando per questa via un autentico suicidio politico. A ben vedere è proprio questo il cuore della questione, perché chiamare il popolo a esprimersi ,in un momento come quello attuale, su un quesito meramente propagandistico, figlio della peggiore demagogia, non può  che confermare la miseria morale a cui è giunta la nostra classe dirigente. Di qui l’Inevitabile conseguenza che condannerà coloro che hanno suffragata  questa legge a restare vittime delle menzogne che hanno raccontato, non appena si paleseranno i suoi risvolti iniqui. Cosa aspettarsi, dunque, nell’immediato  futuro?sicuramente niente di buono se non che con la plausibile approvazione di questa pessima legge si contribuirà ancora di più a distruggere quello che i Padri Costituenti hanno edificato duramente. Non bisogna, comunque, credere che chi ha formulato la proposta legislativa ovvero il M5S sia l’unico responsabile di questo sfascio annunciato. Chi ha prima avvallato con il proprio voto in Parlamento tale legge per poi ripudiarla è corresponsabile di tutto ciò. È Sorprendente , infatti, come proprio in questi giorni fra le forze politiche ,che pure si sono schierate a favore del sì , si siano manifestati importanti distinguo e cambi di posizione, dettati il più delle volte da valutazioni meramente tattiche( del genere io voto no alla riforma non perché è errata, ma perché così contribuisco a accelerare la crisi di governo). In tale contesto, quindi, in cui la tattica prevale sulla strategia, in cui la forma prevale sulla sostanza, l’antipolitica trova terreno fertile e il populismo, nella sua  ingannevole ricerca del consenso, non può che prosperare, proseguendo nella sua ignobile opera di vandalismo istituzionale. Pertanto è doveroso , a modesto avviso di chi scrive ,votare no a questa “deforma” .Lo è per tre ragioni fondamentali che non bisogna stancarsi di ripetere. Perché è inutile in quanto senza un vero taglio degli stipendi, degli emolumenti e delle indennità varie non vi sarà alcun autentico risparmio in termini di costi della politica, ma si taglierà solo la democrazia parlamentare, che qualcuno forse considera ormai obsoleta in nome di un equivoco concetto di trasparenza. Ridurre la democrazia, infatti, a una semplice questione di costi è quanto mai pernicioso e eversivo, perché apre le porte all’arbitrio della maggioranza, al tanto peggio tanto meglio.Perché è una riforma confusa , partorita da una compagine di governo che non brilla per perizia e efficienza, ma il cui unico fine è la ricerca, quasi fideistica, del consenso, anche mentendo spudoratamente ai cittadini , nel timore di perdere i voti della gente che già da tempo ha smesso di credergli. Infine, perché è una riforma dannosa, non essendo accompagnata da alcuna riforma che migliori significativamente il lavoro delle Camere. Lavoro che non sarà snellito come si dice ma reso ancora  più gravoso senza una efficace riforma dei regolamenti parlamentari. A tal proposito, occorre smentire la favola raccontata da qualcuno secondo cui la riduzione garantirebbe la presenza assidua dei parlamentari superstiti, non essendo minimamente contemplata alcuna sanzione per gli assenteisti . Non migliorerà, inoltre,  la qualità degli eletti , perché  senza una riforma elettorale che permetta ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti  ci si ritroverà con un Parlamento sempre più arroccato a difendere i propri privilegi e sordo alle esigenze degli italiani. Al riguardo, occorre ricordare che il M5S ha chiesto il ripristino del voto di preferenza,ricevendo reazioni tiepide da parte degli alleati di governo. Motivo per cui oggi votiamo una riforma che incide sulla quantità degli eletti senza alcuna certezza riguardo a un possibile miglioramento qualitativo di essi. Si evince pertanto come questa riforma sia un autentico salto nel buio e che nel dubbio, in mancanza di chiare evidenze, per evitare che i danni siano maggiori dei benefici prospettati è più che mai opportuno  respingerla.

Perché no?

Il prossimo 20 e 21 Settembre gli Italiani saranno chiamati alle urne per il rinnovo dei Consigli Regionali in sette regioni e per confermare , tramite apposito referendum , la legge di riforma costituzionale sul taglio dei parlamentari. Quest’ultima , licenziata dalle Camere lo scorso Ottobre , se approvata comporterebbe una significativa riduzione della rappresentanza parlamentare. Si passerebbe , infatti , da 630  a 400 deputati per la Camera e da 315 a 200 membri per il Senato per un totale di 600 parlamentari, dunque 345 in meno rispetto agli attuali 945. In verità la riforma , al di là di ogni facile demagogia , non può che suscitare perplessità e obiezioni in virtù della portata riduzionistica che la connota. Si è detto che la legge in questione permetterebbe , dopo un attesa pluridecennale , di snellire l’iter di formazione e approvazione delle leggi, garantendo oltretutto un significativo risparmio di spesa. Ciò è facilmente confutabile per due motivi: in primo luogo, perché  le casse dello stato ricaverebbero dal taglio solo 57 milioni di euro( pari allo 0,007% del spesa pubblica annuale e complessiva dello stato) e non 100 milioni come ha sostenuto candidamente Luigi Di Maio, principale sponsor insieme al M5S della riforma; in secondo luogo ,  è chiaro come il sole che se non si interviene in maniera decisa sugli stipendi e sulle indennità dei parlamentari Italiani( che sono fra le più alte di Europa) non ci potrà essere alcun serio risparmio per i conti pubblici. Verrebbe pertanto da chiedersi perché chi si è reso fautore di una simile riforma non abbia seguito questa strada per colpire i privilegi dei politici e si sia invece  prodigato in favore di un argomento così velleitario e smaccatamente populista. A tale domanda non c è ancora risposta se non il rinvio del tema a giorni migliori. Tuttavia, è sotto il profilo sostanziale della rappresentanza che l’impianto della legge rischia di creare le più vistose distorsioni. Innanzitutto si rischia di alterare,  in modo pressoché irrimediabile , il rapporto fra eletto ed elettore con  territori meno rappresentati rispetto ad altri. Paradigmatici a tal proposito sono ad esempio il caso della provincia di Savona che non elegerebbe nemmeno un senatore  oppure l’Abruzzo che sempre al Senato vedrebbe ridotta la propria rappresentanza a solo 4 membri, come anche il Friuli, l’ Umbria e la Basilicata. Il Trentino, invece,  in virtù del proprio statuto speciale ne elegerebbe 6, non registrando un grande cambiamento sotto questo profilo a dispetto di chi sostiene la sensatezza della riforma. Infine, gli squilibri di rappresentanza si ripercuoterebbero anche sulla composizione dei gruppi e delle commissioni parlamentari, che non  sarebbero a ben vedere in grado di lavorare efficacemente e speditamente specie in sede redigente. Su questo punto ,però ,Di Maio ha assicurato che la riforma sarà integrata dalla modifica dei regolamenti parlamentari e, non da ultimo, dalla riforma della legge elettorale. Il tema, che verrà affrontato nelle prossime settimane, è quanto mai decisivo. Lo è, perché senza un adeguata legge elettorale, che consenta ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, questa riforma rischia di danneggiare l’assetto istituzionale del paese più di quanto possa sembrare all’apparenza. Se fra 10 anni si dovesse votare,ad esempio, una legge che abolisce il Senato (come avvenne nel 2016) per trasformarlo nella Camera delle Regioni, con conseguente ulteriore depauperamento dei poteri del Parlamento , chi potrebbe negare che questa riforma non è stato che il primo passo per smantellare la democrazia parlamentare nel nostro paese? Cosa ne resterebbe della Costituzione più bella del mondo? Siamo, dunque, davanti a un bivio: o diventiamo una nazione più forte e coesa o siamo destinati all’oblio, a tornare un espressione geografica o, peggio ancora, una colonia. Chissà se non è proprio questo l’intento di chi ha veramente scritto la riforma ovvero tagliare il parlamento e rafforzare la “casta” , che in caso di vittoria del si non potrebbe esimersi dal ringraziare e benedire chi beceramente ha votato per il suo mantenimento.

Ritratto d’Agosto

Come ogni anno ad Agosto, complice la pausa estiva, la politica rispolvera i propri “cavalli di battaglia” in vista del ritorno a Settembre, che mai come quest’anno sembra denso di incognite. Incertezze che fanno riaffiorare le tradizionali divisioni fra i partiti e moltiplicare gli interrogativi riguardo alle prospettive dell’ immediato futuro. la crisi sanitaria , infatti, lungi dall’essersi risolta, rischia di avere un impatto deflagrante sulla tenuta del paese se non affrontata con la giusta determinazione, qualità quest’ultima che sembra mancare all’attuale classe dirigente. Il premier Conte, proprio in questi giorni, ha annunciato il varo del decreto Agosto con l’obiettivo di ricompattare una maggioranza che pare sfilacciarsi a causa delle solite diatribe interne al centro-sinistra. In particolare, a divenire terreno di scontro negli ultimi giorni è stata la richiesta di approvare una nuova legge elettorale subito dopo l’estate: da un lato c’è  chi vorrebbe una legge elettorale di tipo proporzionale come  il Partito Democratico e il M5S e dall’altro chi si dimostra più propenso a un sistema maggioritario come l’ex premier Matteo Renzi. In verità , la questione , per quanto importante possa sembrare, è più simile a un pretesto per indurre qualcheduno a scoprire le proprie carte ,approfittando dell’ affievolimento del dibattito tipico del periodo feriale. Questo qualcuno sembra essere proprio Matteo Renzi, che dalla nicchia di ambiguità ritagliatasi all’interno dell’emiciclo cerca di riacquisire quel peso specifico perso per via delle sue non infrequenti giravolte. Da qui il sospetto che si stia lavorando a un nuovo governo ,allargato a Forza Italia , guidato probabilmente da Mario Draghi ( e non più da Giuseppe Conte) e con l’apporto di quei grillini “responsabili”, i quali non hanno alcun interesse a tornare alle elezioni nella certezza di perdere il seggio. Ipotesi questa meno peregrina di quanto possa apparire a una prima impressione : prova ne è che anche qualcuno nel Movimento di Beppe Grillo inizia a sentire puzza di bruciato. Basta ,difatti, scorrere le dichiarazioni rilasciate in questi giorni da alcuni parlamentari del Movimento per rendersi conto che al suo interno si sta creando una netta demarcazione fra quanti si attestano su una linea più ” movimentista”, vicina alle posizioni di Alessandro Di Battista e chi mantiene un afflato “governista” come Luigi Di Maio e l’area che a lui fa riferimento. Per capire, dunque, se vi sarà ribaltone a Settembre bisognerà attendere gli esiti delle votazioni regionali e del referendum sul taglio dei parlamentari, fortemente voluto dal M5S e che permetterà di inquadrare in modo più chiaro il futuro della legislatura. I sondaggi pubblicati a riguardo registrano un vantaggio dell’opposizione di centro-destra, ricompattatasi dopo le frizioni fra Salvini e Berlusconi delle scorse settimane innanzi alla necessità di intervenire sull’l’immigrazione clandestina e la riforma della giustizia. Quest’ultima , ritenuta ormai riforma improcrastinabile dalla coalizione a seguito dello scandalo Palamara e dell’autorizzazione  a procedere ,concessa Giovedì scorso dal Senato con il beneplacito di tutta la maggioranza , contro Matteo Salvini per il caso della nave “Open Arms”. Per completare il quadro non ci resta che citare l’ex ministro Calenda, che nel suo beato oziare fra questo e quel salotto televisivo non ha perso l’occasione per andare sulla spaggia di Melendugno, in Puglia, per dimostrare che il TAP ,tanto inviso ai grillini, è in realtà un infrastruttura utile al paese, che non reca a suo dire alcun danno al paesaggio e all’ambiente. La politica si è pertanto ripresa la scena dopo mesi di abdicazione coatta in favore di virologi e scienziati. Ciò non può che rallegrarci se non fosse per il fatto che, dopo mesi di crescita stabile, il Coronavirus torna a mietere vittime, contribuendo all’ opera di abbattimento di un popolo disilluso come quello italiano. Tuttavia, è  da segnalare al riguardo che il ministro Speranza, nella sua informativa dell’altro ieri alla Camera ,ha tenuto a precisare come la crescita dei contagi sia lieve e la situazione sotto controllo. Sarà vero? Lo scopriremo solo vivendo.                

Un new deal per l’Europa

La settimana scorsa ,a Bruxelles, è stato raggiunto, dopo estenuanti trattative , l’accordo sul Recovery Fund, il super piano d’ investimento da 750 miliardi di euro che l’Europa metterà a disposizione, a partire dal secondo semestre dell’anno prossimo, dei paesi rimasti colpiti dall’emergenza Covid 19. L’accordo, di cui l’ Italia beneficerà per la cifra record di 209 miliardi, segna certamente un punto di svolta sotto il profilo dei rapporti di forza all’interno dell’Unione. Unione Europea che sembrava nei giorni “caldi” della trattiva prossima a imboccare un pericoloso vicolo cieco a causa dei diktat posti da alcuni paesi del nord Europa. Questi, in nome di una generica quanto artificiosa frugalità, hanno tentato di giocare a rialzo, adducendo come giustificazione l’inveterato pretesto secondo cui l’Italia sarebbe un paese di “spreconi”, perennemente sovra indebitato e incapace di fare le riforme che l’Europa chiede da sempre. Riforme certo, ma quali sarebbero? perché se è vero, come è vero, che le nostre classi dirigenti negli ultimi lustri non hanno brillato per parsimonia, è anche vero che vi è stato un atteggiamento poco propositivo da parte dell’UE verso il nostro paese. Ciò è accaduto, principalmente, per via del costante sforamento da parte dell’Italia del rapporto deficit/PIL. Tuttavia, proprio quest’ultimo, come evidenziato in un importante saggio del 2010 da Joseph Stiglitz  e Jean Paul Fitoussi, sarebbe un indice errato per misurare il benessere delle nostre economie e di conseguenza la qualità delle nostre vite. Qualità della vita , che come ha giustamente sottolineato Amartya Sen nel medesimo saggio,non può prescindere da una maggiore attenzione verso l’ambiente che ci circonda, rendendosi auspicabile l’opportunità di coniugare crescita e rispetto dell’ecosistema. Del resto dovrebbe essere chiaro a tutti che se una macroeconomia si ritrova avvinta in una spirale recessiva, drogata dal dogma della crescita, il modo più sbagliato per tirarla fuori dal baratro è quello di ricorrere all’austerity. Illuminante, a tal proposito, dovrebbe essere la lezione di John Maynard Keynes e dei suoi seguaci, che da decenni sostengono la necessità di un più vigoroso intervento dello Stato come regolatore dell’economia, in antitesi a quanti ancora oggi obiettano il contrario. Secondo Keynes ,infatti, in periodi di stagnazione dell’economia senza un forte stimolo da parte dello Stato per fare ripartire consumi e investimenti uscire dalla crisi è pressoché impossibile. Dunque è doveroso un cambio di passo, mettere da parte i vecchi schemi ideologici ed evitare che la recessione che si aprirà dopo la fine di questa emergenza ponga la parola fine al progetto europeo a causa del ripetersi degli errori del passato. Per fare ciò è pertanto necessario avviare un nuovo corso, un “New Deal” , che anziché idolatrare il mercato si preoccupi primariamente delle persone e specialmente di coloro che sono più bisognosi di aiuto; che abbia un occhio di riguardo per l’ambiente in cui l’uomo si trova a vivere e ad operare, tematica quest’ultima non più eludibile alla luce dei gravi cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il nostro eco sistema. Solo così  l’Europa potrà rivendicare quel ruolo di patria comune della libertà, della democrazia e dell’uguaglianza che geneticamente le appartiene di diritto, ma che purtroppo ad oggi fatica ad affermarsi.

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