La grande invasione

L’altro giorno, rientrando a casa mi è capitato di imbattermi in un’allegra famiglia di cinghiali a spasso fra le macchine parcheggiate sotto il mio palazzo. I simpatici ungulati, per niente intimoriti dalla mia presenza, mi sono passati davanti e si sono, finanche, messi in posa per una sublime foto ricordo( di cui sopra). Di per sé il fatto non sorprende, considerando che ormai da anni in molte zone di Roma, specialmente in quelle situate più a nord, i cinghiali sono diventati parte integrante del tessuto urbano. Tuttavia, aldilà di ogni facile umorismo, ciò che sta accadendo è segno di un problema ben più grave. Un problema che si intreccia con i decenni di cattiva amministrazione cittadina e, in particolare, con la questione dello smaltimento dei rifiuti. Una questione che è stata al centro, nel corso degli anni, di una vivace diatriba fra Comune e Regione e che non ha portato a nessun risultato concreto. Al contrario, dopo la dura presa di posizione del M5S sul termovalorizzatore della Capitale, il dibattito si è ulteriormente infiammato, causando tensioni fra il PD e i grillini. Infatti, l’attribuzione al Sindaco Gualtieri di poteri speciali per fronteggiare l’emergenza rifiuti, ha fortemente irritato il M5S romano, da sempre contrario alla realizzazione dell’opera. Opera che, secondo i pentastellati, stravolgerebbe il piano regionale e che avrebbe un impatto deflagrante sulla conservazione dell’ecosistema. Ambiente che, complice anche la deforestazione di vaste aree dell’agro e del litorale, è stato negli ultimi decenni messo a repentaglio dalla crescente speculazione edilizia. Ciononostante, dietro le continue incursioni dei cinghiali in città, si cela dell’altro. Il Ministero della Salute, infatti, ha firmato pochi giorni fa un’ordinanza in cui dichiara la zona rossa a Roma contro la Peste suina. Tale sindrome, fortunatamente non trasmissibile all’uomo, costituisce un’ulteriore chiave di lettura per interpretare ciò che sta accadendo in questi giorni nella Capitale. La malattia, infatti, apparterrebbe al genotipo africano, importato in Europa a causa degli scarsi controlli di sicurezza effettuati sulle carni suine provenienti dal Subsahara. Essa, complice anche la crudele e insensata pratica degli allevamenti intensivi, si è propagata qui da noi con enorme facilità, infettando dapprima i maiali e, infine, i cinghiali. Il virus, una tipica malattia virale, presenterebbe i classici sintomi di una febbre emorragica e provocherebbe negli animali infetti inappetenza, aggressività e disorientamento. Ciò spiega la massiccia invasione di questi giorni e i costanti avvistamenti degli animali vicino ai cassonetti della spazzatura alla ricerca di cibo. Da qui, la necessità avvertita dal Governo e dalla Regione, su pressione dei cittadini sempre più allarmati, di adoperarsi per porre un argine a questo fenomeno. Si è, pertanto, deciso  di affidare al Prefetto il compito di provvedere all’individuazione e all’abbattimento degli animali infetti. Inoltre, si è deciso di estendere la zona rossa anche ai comuni limitrofi a Roma, vietando il transito nei pressi delle riserve naturali. È importante in questa fase, ha dichiarato il Governatore Zingaretti, limitare la circolazione dei cinghiali nelle aree urbane, presidiando anche i varchi di accesso agli svincoli autostradali. Un compito questo che vedrà  presto all’opera la Regione, l’Anas e le associazioni ambientaliste locali. Tuttavia, nonostante l’incisività di tali misure, la Peste suina avrà pesanti ripercussioni sotto il profilo socio-economico. A partire dai danni alla filiera suinicola, che a causa del divieto di esportazione delle carni italiane verso l’UE si troverà a far fronte a una crisi gravissima. Crisi che si somma a quella già vissuta dal settore e di cui il costante calo delle vendite(-2,5% nel solo 2021), unitamente al rincaro dei prezzi delle materie prime, è indice indefettibile. Tuttavia, a preoccuparci maggiormente dovrebbero essere le ricadute sociali. L’insorgere, infatti, di nuovi patogeni, provenienti dal mondo animale e suscettibili di trasmettersi all’uomo, ci costringerà sempre di più a rivedere le nostre abitudini di vita. Abitudini che, alla luce di quanto già accaduto con il Covid, non sono più indiscutibili come credevamo.                                                                                                                             articolo di Gianmarco Pucci

Il prezzo della pace

Ha un prezzo la pace? Ma soprattutto riuscirà il mondo a rinunciare alla guerra o proseguirà verso la propria autodistruzione? A chiederselo, firmando insieme ad Albert Einstein il manifesto per il disarmo nucleare, fu nel 1955 il filosofo Bertrand Russell. Oggi, la stessa domanda è posta da Papa Francesco, il quale durante i riti per la celebrazione della Santa Pasqua è tornato a invocare l’immediata cessazione delle ostilità in Ucraina. Un conflitto che sta mietendo morte, distruzione e che fin dall’inizio ha suscitato la ferma condanna da parte del Santo Padre. Per Francesco è, infatti, scandaloso che si ricorra ancora alla guerra per affermare i propri diritti e le proprie pretese territoriali. Specialmente per gli orrori di cui ogni guerra è fonte inesauribile. Da qui, l’invito del Sommo Pontefice alla Comunità Internazionale affinché  si prodighi  per risolvere la crisi in atto, evitando ulteriori spargimenti di sangue innocente. Sangue che ormai ricopre interamente il Creato, essendo assai numerosi i conflitti che attraversano il Globo. Dalla Siria alla Libia, dal Sahel all’Afghanistan è un susseguirsi di battaglie che restituiscono il quadro, per dirla con le parole di Francesco, di una guerra mondiale a pezzi. Tuttavia, in tutta questa devastazione, il commercio e la produzione di armi non ha fatto altro che aumentare. Nel solo 2021, quindi ben prima dell’inizio della guerra in Ucraina, la vendita di armi è aumentata dell’1,6%, circa tre decimali in più rispetto all’anno precedente. Complice poi il deteriorarsi delle relazioni fra Europa e Russia, si è registrato un notevole incremento di importazioni di armi dagli Usa. Export che, secondo gli esperti, renderanno negli anni a venire il Vecchio Continente la santabarbara dell’Occidente. Tale corsa al riarmo( e ciò sta già accadendo) costringerà inoltre i governi ad aumentare la spesa militare, minando un equilibrio sempre più fragile. Soprattutto per l’entità delle armi e delle tecnologie impiegate. Come i missili ipersonici, capaci di viaggiare a una velocità cinque volte superiore a quella del suono e senza essere intercettati dai radar. Peraltro, tali missili di nuova generazione sono stati adoperati a marzo scorso, nell’ambito di una esercitazione in Australia da parte dell’Aukus ( alleanza militare fra Usa, UK e Australia). L’esercitazione, secondo il Financial Times, ha avuto come obiettivo quello di dissuadere le pretese espansionistiche di Pechino nel Pacifico orientale. Tuttavia, è evidente che si è voluto mandare anche un messaggio inequivocabile alla Russia. I due paesi, infatti, sono maggiormente uniti adesso che prima e ciò apre la porta a profondi cambiamenti geopolitici. Dovremo, quindi, come già accaduto con il Covid, abituarci a un nuovo tipo di normalità. Quotidianità che, oltre a sconfessare il mito della globalizzazione, risentirà nei prossimi decenni di un costante richiamo alla necessità di armarsi per difendere i propri interessi vitali. Sarà, allora, per questo motivo che il monito rivolto dal Papa al Mondo non può essere preso alla leggera. Sbaglia, difatti, chi intravede nelle parole del Pontefice una dichiarazione politica che strizza l’occhio ai pacifisti o, peggio ancora, ai sodali di Vladimir Putin. Più che altro, perché il richiamo del Santo Padre rischia davvero di restare un autentico grido nel deserto ignorato da tutti. Pertanto, in riguardo a ciò, non si può che convenire che in un mondo in cui la parola di Dio non viene più ascoltata, dove il fragore delle armi prevale sul dialogo fra le genti, la pace assume un valore decisivo. Un valore che non ha prezzo, perché si stima in ogni istante di ogni giorno della nostra vita.                                                                                                                                     Articolo di Gianmarco Pucci

Il fattore atomico

Con lo scoppio della guerra in Ucraina il mondo è tornato a fare i conti con i fantasmi del suo passato nucleare. Un incubo che credevamo aver sepolto con la Guerra Fredda, ma che è tornato ad aleggiare sull’Europa in tutto il suo sinistro splendore. Vladimir Putin ha infatti minacciato solo pochi giorni fa di essere pronto a tutto pur di tutelare gli interessi del suo paese da interferenze straniere. Anche a ricorrere alla soluzione finale, ovvero attivare le testate missilistiche nucleari. Missili che, come ha recentemente dimostrato l’Università di Princeton, se raggiungessero l’Europa provocherebbero la morte di almeno 80 milioni di persone in meno di un’ora. La minaccia al momento è rimasta lettera morta, ma è bastata per rianimare le nostre più recondite paure. La storia, infatti, come diceva Tucidide, tende a ripetersi, non conoscendo la follia umana confini. Un timore che fu condiviso anche da Einstein, il quale in una lettera indirizzata al Presidente americano Franklin D. Roosevelt denunciava il tentativo dei nazisti di produrre la prima bomba atomica. Nella sua lettera, il padre della relatività si diceva preoccupato del cattivo uso che poteva essere fatto di queste armi di nuova generazione. Armi che sfruttando l’effetto esplosivo della fissione nucleare erano in grado di annientare la vita nel raggio di molti Km dal punto d’impatto. Einstein concluse la sua missiva convinto che il mondo non avrebbe mai sperimentato a sue spese gli effetti di una deflagrazione nucleare. Tuttavia, solo pochi anni dopo( la lettera risale al 1939) la storia lo smentì clamorosamente. A Hiroshima, in Giappone, la prima bomba della storia venne sganciata la mattina del 6 Agosto 1945. I testimoni raccontarono di aver udito un boato assordante, seguito da un grande bagliore. La bomba esplose a 580 metri da terra, polverizzando il centro della città e provocando da subito centinaia di migliaia di vittime. Per effetto dell’onda d’urto, in una manciata di minuti, circa il 90% degli edifici crollò su se stesso e le fiamme divamparono attorno al luogo dell’esplosione. I giapponesi non fecero in tempo a gridare all’ira di Dio che lo stesso scenario si ripeterà solo tre giorni dopo a Nagasaki. Qui gli effetti del “fungo atomico” furono così devastanti da indurre il governo giapponese a firmare la resa con gli Usa. La fine delle ostilità non cancellerà, però, il ricordo dei tragici fatti di quei giorni. Da allora, infatti, tutti i governi mondiali si sono impegnati a garantire un mondo più sicuro e senza armi nucleari. Una promessa che è stata largamente disattesa dalle principali superpotenze e che ha favorito l’instaurarsi di un equilibrio della paura. Tale deterrente ha funzionato per decenni ed è sopravvissuto anche alla fine dell’Urss. Eppure, malgrado i trattati, gli arsenali nucleari non hanno fatto altro che crescere negli ultimi settant’anni. Ciò in vista di un possibile conflitto, biasimato da tutti, ma che tiene tutti allerta. Ora, con la crisi in Ucraina, sembra che qualcosa si sia inceppato. In tal senso, le immagini dei bombardamenti sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia da parte dell’esercito russo non lasciano spazio ad alcun dubbio. Mai come in questo momento il mondo rischia di precipitare verso un conflitto nucleare dagli esiti tanto imprevedibili quanto devastanti. Tuttavia, nelle ultime ore qualcosa su questo fronte è cambiato. Il forte impegno della comunità internazionale per trovare una soluzione alla crisi ucraina, ha infatti indotto i russi a tornare sulla strada del dialogo. Un dialogo ancora stentato fra le parti in conflitto, ma che allontana lo spettro di una guerra nucleare ai confini dell’Europa. Non è molto, ma è sufficiente per continuare a sperare nella pace.                                                                                                                                           articolo di Gianmarco Pucci 

Morire per Kiev

Ieri mattina all’alba è ufficialmente iniziata l’invasione russa dell’Ucraina. L’assalto è stato preceduto, come da copione, da un discorso di Putin alla nazione, attraverso cui il leader russo ha annunciato l’intervento militare “speciale” nel Donbass. Al pari del comunicato dello scorso 21 Febbraio, Vladimir Putin ha legittimato tale atto di forza ribadendo la necessità di ripristinare l’ordine in quella che lui considera nient’altro che una provincia di Mosca. Una provincia ribelle che con le proprie pretese filoatlantiche, avallate dalla Nato e dall’Occidente, ha messo a repentaglio la sicurezza della Russia e dei suoi alleati. Almeno questo è quello che sostiene lui. Il capo del Cremlino ha, infine,  ammonito l’Occidente dall’ interferire nella crisi in atto, pena sanzioni mai viste prime. Avvertimento che non ha lasciato indifferenti le cancellerie occidentali, sempre più preoccupate da questa drammatica escalation militare. Per il Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, Putin ha condotto l’Europa sull’orlo del baratro e ne pagherà le conseguenze con durissime sanzioni economiche. Dello stesso tenore le reazioni degli altri leader europei. A partire da Boris Johnson, che nel suo ultimo intervento alla Camera dei Comuni ha definito Putin dittatore e ha annunciato misure draconiane in grado di distruggere l’economia russa. Misure che sono al vaglio anche della Commissione Europea e che, come ventilato durante il vertice speciale del G7 di ieri pomeriggio, si preannunciano severissime. Tali sanzioni colpiranno tanto persone fisiche quanto persone giuridiche( aziende e asset strategici). A venire danneggiate saranno soprattutto le fabbriche operanti nel settore della difesa e delle nuove tecnologie. Settori strategici dell’industria russa e che, unitamente al blocco dei pagamenti col sistema Swift, impediranno alla Russia di accedere al credito e ai mercati occidentali. Ingenti danni si prevedono anche per il settore turistico, che a causa dello scontro in atto vedrà un restringimento dei visti per i paesi europei di oltre il 70%. Tuttavia, da questo primo pacchetto di misure è stata esclusa l’energia. Metà dell’Europa, infatti, dipende per circa il 50% del proprio fabbisogno energetico proprio da Mosca. Un problema che riguarda da vicino anche il nostro paese e che rischia di ripercuotersi nel lungo periodo sull’economia italiana. Per questo motivo nel Consiglio di ieri sera è stato deciso, dopo il blocco del gasdotto Nord Stream 2 da parte della Germania, di rinviare le sanzioni energetiche a un momento successivo, nella speranza che Putin retroceda dai suoi propositi guerrafondai. Una speranza che, però, diventa sempre più flebile con il passare delle ore. La morsa militare che cinge attualmente l’Ucraina infatti sembra andare nella direzione contraria a ogni soluzione diplomatica. Eppure, nonostante la strada sia molto stretta, la Russia non ha finora mai escluso di poter tornare a sedersi al tavolo dei negoziati. A condizione, però, che Kiev rinunci alla sua pretesa di entrare a far parte della Nato. In tal senso, l’invito rivolto ieri pomeriggio a Zelensky è suonato come un sinistro ultimatum rivolto dalla Russia all’Ucraina in vista della possibile capitolazione del paese. Debacle che sembra ormai essere nell’aria e che pone una domanda fondamentale: l’Occidente è davvero disposto a morire per Kiev? A giudicare dalle risposte giunte dalla Nato e dagli Usa sembra proprio di no. Per gli alleati, infatti, una guerra su vasta scala è possibile solo in caso di estensione del conflitto ai paesi dell’Europa Orientale membri della Nato( come la Polonia o i Paesi baltici). Uno scenario al momento surreale, ma che rende bene l’idea di come in questa guerra ad avere il coltello dalla parte del manico sia Vladimir Putin e non l’Occidente.                                                                                                                                                               articolo di Gianmarco Pucci

L’ inverno della famiglia

” Si è persa ormai la fiducia di fare figli e questa è una vera tragedia”. A dirlo è Papa Francesco nella sua lettera agli sposi, diffusa durante la giornata dedicata alla festa della Sacra Famiglia di Nazareth lo scorso 26 Dicembre. Il Santo Padre torna, dunque, dopo averlo già fatto in Amoris Laetitia, a parlare della famiglia e dei problemi che più la affliggono. E fra questi non può non esserci la diminuzione delle nascite che, secondo il Pontefice, starebbe generando un vero e proprio inverno demografico. Complice, infatti, il costante calo dei matrimoni e la crescente incertezza verso il futuro, molte giovani coppie si trovano costrette a rinviare il momento del concepimento. Esso è il dono più grande offertoci da Dio per realizzare quella comunione con lo Spirito Santo, iconograficamente rappresentata dalla notte di Betlemme. Eppure, nonostante ciò, l’Italia continua ad essere un paese con un tasso di natalità prossimo allo zero. Lo ha certificato anche l’ISTAT, il quale ha registrato un decremento del 2,5% delle nascite nel nostro paese rispetto al 2020( circa 12.500 bambini in meno per famiglia). A pesare, soprattutto, è il costo della crisi economica prodotto dalla Pandemia e l’aumento dell’aspettativa di vita media, che sta trasformando l’Italia in un paese di anziani. Parallelamente a tale innalzamento, aumenta anche l’età in cui le donne decidono di avere il primo figlio. Dai 28 anni del 1995 si è passati ai 32 anni come età media per concepire. Ulteriore nota dolente è, inoltre, il numero di figli per famiglia. In assenza di serie politiche a sostegno della famiglia, è sempre più alto il numero di nuclei con un solo figlio. Un fenomeno questo su cui si è soffermato anche Papa Francesco nell’Angelus di Domenica scorsa. Per il Santo Padre, infatti, tale scelta evidenzia la crisi profonda attraversata dall’istituto familiare. Un istituto sempre più minacciato dalle incomprensioni fra i coniugi e dal ricorso frequente al divorzio o alla separazione. Per Francesco, nella famiglia moderna manca quella interazione fra i suoi componenti in grado di trasformare il focolaio domestico in luogo dell’incontro e del dialogo. Un’attitudine che, a ben vedere, si è persa un po’ ovunque e che attesta, ancora più limpidamente, come la crisi della famiglia rispecchi la crisi della nostra società. Da qui l’invito del Papa alle giovani coppie a non nutrire risentimento gli uni verso gli altri e, soprattutto, a non stancarsi della vita coniugale, anche quando essa possa apparire gravosa o soffocante. Costruire una nuova famiglia significa, infatti, mettersi in gioco ogni giorno per trasmettere a chi verrà dopo di noi quegli stessi insegnamenti di cui siamo al contempo eredi e debitori nei confronti di chi ci ha preceduto. Un compito certamente non facile, essendo quello di istruire ed educare la missione più difficile affidata da Dio all’uomo, ma che reca con sé la più gratificante delle promesse: quella di vedere in un altro individuo la prosecuzione della propria opera e, in definitiva, della volontà del Creatore. Per questo motivo, non si può che accogliere l’appello di Sua Santità a fare di tutto per invertire la rotta e contrastare la galoppante recessione demografica. Essa è contro la famiglia, contro la patria e, infine, contro la vita. Se una società si rende sterile non vi può essere futuro. E senza futuro nessuna vita può dirsi degna di essere vissuta. Rammentiamolo sempre!

L’ irrazionale

Siamo minacciati dall’irrazionalità. A dirlo è il Censis nel suo consueto rapporto annuale sulla situazione sociale del paese. Secondo l’istituto di ricerca, una fetta sempre più consistente di italiani è vittima di falsi miti e credenze. Pregiudizi figli dell’ignoranza che, come in un circolo vizioso, alimentano quell’ isteria di massa che da mesi ha scelto come bersaglio privilegiato il vaccino anticovid. Non stupisce, quindi, che proprio al vertice della classifica stilata dai ricercatori vi siano i seguaci del movimento No Vax e No Green Pass. Per il Censis, infatti, il 5,9% degli italiani crede che il virus non esiste. Di questi l’11% ritiene il vaccino un farmaco sperimentale, dannoso per la salute dell’uomo e messo in campo dal mercato al solo scopo di lucrare sui relativi profitti. Da qui la fuga verso la medicina alternativa, ritenuta più affidabile di quella ufficiale, e la scienza alchemica praticata da maghi e sedicenti stregoni. Lo scetticismo verso la scienza ha, inoltre, favorito il rifiorire di altre teorie metascientifiche. Come il Terrapiattismo, ovvero la bizzarra credenza secondo cui la Terra non sarebbe rotonda, come accertato da Copernico, ma piatta( ciò è tale per il 5,8%) . Oppure la leggenda metropolitana secondo cui l’uomo non è mai arrivato sulla Luna( 10,9%). Tale negazionismo storico-scientifico ha, inoltre, rafforzato le più strambe teorie complottiste. Fra cui quella di stretta attualità che vede nella tecnologia 5G un sofisticato strumento di controllo del pensiero( 19,9%) o quella che ritiene l’immigrazione fuori controllo parte di un grande progetto di “sostituzione etnica”, perpetrata dalle élite mondiali per motivi pressoché ignoti( 39%). Concetti che esprimono in pieno i paradossi della modernità e che fungono da corollario per le paure dell’uomo del Terzo Millennio. Come ha giustamente rilevato il Censis, la fuga verso l’irrazionalità non è da intendersi come una semplice distorsione dell’attuale paradigma socio-economico, ma come un vero e proprio rifiuto della razionalità positiva. Quella stessa razionalità che ha permesso all’uomo nei secoli passati di progredire sulla strada della crescita e del benessere, ma che oggi fatica a dare risposte ai problemi del mondo. Ciò è ancora più evidente se si tiene conto che, malgrado l’impetuosa crescita del Pil di quest’ anno, l’81% degli italiani guarda con maggiore sfiducia al futuro rispetto agli anni passati. Insoddisfazione che, invero, colpisce soprattutto i giovani, per i quali in molti casi l’impegno profuso nello studio e nel lavoro non si rivela idoneo ad assicurare loro un avvenire certo e sicuro. Da qui la rivalutazione critica del passato e la ricerca di rimedi che permettano di distogliere l’attenzione dai gravosi problemi della quotidianità. Verrebbe quasi da dire, parafrasando Karl Marx, che l’irrazionalità negativa si appresta a diventare l’oppio dei popoli, favorendo in tal senso la creazione di una società di alienati. Al contrario, sarebbe più opportuno coltivare l’irrazionalità positiva esaltata dai romantici. Quella cioè, che vedendo nel sogno la sintesi perfetta fra ragione e sentimento, non degenera nella superstizione, ma che eleva verso la conoscenza. Condizione questa che, per citare Kant, dovrebbe indurre l’uomo a usare la propria intelligenza, rifuggendo da streghe e alchimisti.

C’era una volta la Mala del Brenta

Dopo anni di silenzio la Mala del Brenta è tornata a far parlare di sé. Era, infatti, dai tempi dell’arresto di Felice Maniero, suo storico e carismatico capo, che la malavita veneta aveva smesso di fare notizia. Un silenzio che, tuttavia, ha favorito la progressiva riorganizzazione della banda ad opera di esponenti della fazione mestrina e che ha interrotto anni di apparente torpore. Essi, secondo gli inquirenti, al fine di riprendere il controllo del territorio e recuperare il prestigio perduto erano pronti a colpire di nuovo, vendicandosi in primo luogo dei  clan concorrenti e dei membri della banda divenuti collaboratori di giustizia. Fra questi proprio Maniero, il cui pentimento nel 1994 aveva messo prematuramente fine alla storia della mafia del Triveneto. Regione che vai, dunque, malavita che trovi. Se, infatti, il Mezzogiorno d’Italia vanta una lunga tradizione criminale, originatasi all’indomani dell’unificazione e perpetuatasi con il brigantaggio, nulla di diverso si è verificato in Settentrione. Al contrario, quella formatasi nel Nord-Est  costituisce ancora oggi un caso di mafia autoctona, diversa e al contempo complementare a quelle sviluppatesi nell’Italia meridionale. Essa, similmente a quanto fatto a Roma dalla Banda della Magliana, è riuscita nell’intento di unificare la frastagliata malavita locale, dando forma e organizzazione a una criminalità ancora prettamente rurale. Malavita che, tuttavia, si ritroverà a fare ben presto il salto di qualità, essendo proprio in quegli anni( siamo sul finire degli anni “70”) il Veneto, in particolare Venezia e Padova, meta di soggiorno obbligato per alcuni esponenti di spicco di Cosa Nostra. Uomini che forniranno alle giovani leve del crimine locale un modello da seguire, permettendo loro di approfittare del fiorente traffico di droga che proprio in laguna aveva iniziato a sostituire il tradizionale contrabbando di sigarette e di generi alimentari. Fu così, allora, che nel giro di pochi anni nacque la Mala del Brenta, una banda che seminando terrore e morte riuscì a estendere il proprio potere su tutta la Val Padana. In particolare il suo capo, Felice Maniero detto “Faccia d’angelo”, con la propria intraprendenza riuscirà a ritagliare per i criminali di Campolongo sul Brenta( comune di nascita di Maniero e luogo di ritrovo dei suoi sodali) un posto d’onore nell’Olimpo del crimine italiano. Dallo spaccio di droga alle rapine, dai sequestri agli omicidi fino ad arrivare alle estorsioni ai danni dei cambisti del Casinò di Venezia saranno tante le azioni delittuose partorite e messe in atto da Maniero. Tuttavia, le inchieste giudiziarie dei primi anni “90”, unitamente al crescere del fenomeno del pentitismo, contribuiranno al rapido declino del sodalizio criminale che proprio con Maniero inizia e finisce. Le sue rivelazioni ai magistrati, infatti, porteranno al repentino smantellamento della sua banda, attirandogli l’odio di coloro che proprio con lui avevano iniziato la loro scalata al crimine. Un rancore che si è conservato negli anni e che oggi, all’indomani dei 39 arresti eseguiti dal Ros e dalla Dda di Mestre, continua ad alimentare il mito di questo Crono della malavita veneta, tanto onnipotente quanto sfuggente a qualsivoglia giudizio obiettivo. Un mito,che al pari di quello del Dio greco, rischia di trasformare Maniero da carnefice in vittima del primo parricidio della storia della mafia italiana.

Quando bruciò New York

È passato alla storia come il giorno in cui tutti noi ricordiamo dove eravamo e ciò che stavamo facendo. Alle 14:45, ora italiana,di un tranquillo( si fa per dire) martedì di fine estate, la TV trasmette le immagini di New York in fiamme. Un attentato terroristico aveva colpito il cuore dell’Occidente democratico, abbattendo uno dei suoi simboli più importanti: le Twin Towers. L’attacco, dalla grande potenza visiva, fece il giro del mondo, scuotendo le coscienze e generando interrogativi, alcuni dei quali ancora senza risposta. L’unica certezza fu da subito che niente sarebbe stato più come prima. Il miraggio di una nuova età dell’oro, inaugurata dall’avvento di internet e della globalizzazione, veniva sconfessato dall’insorgere di una nuova minaccia. Un insidia che, come un castello di carte, dissolse la nostra fiducia di vivere in un mondo ordinato, sicuro e sereno. In tal senso, solo per citare Hobsbawm, se il Novecento è stato il secolo breve, quello attuale è sicuramente quello spietato. Così crudele che gli attentati dell’11 Settembre 2001, di cui oggi ricorre il ventennale, fanno da cornice privilegiata. Cionondimeno, i fatti di allora raccontano un mondo intriso di odio e rancore verso l’Occidente ovvero quello del fondamentalismo islamico. Un pericolo che fu a lungo sottovalutato, ma che già ben prima del 2001 diede importanti segnali. Dalla rivoluzione iraniana alla guerra in Kuwait, infatti, coloro i quali aspiravano a vedere nella polvere il “Grande Satana” americano non hanno fatto che aumentare di numero. In questo clima di tensione si è, dunque, alimentata la Jihad, la guerra santa contro i nuovi crociati provenienti da Ovest. Jihad che ha armato, da ultimo, la mano di Osama Bin Laden e che è stata all’origine della lotta al terrore scatenatasi dopo gli attentati di quel tragico martedì. L’ obiettivo ,tuttavia, non è stato ancora pienamente raggiunto. In tal senso, il recente ritiro dall’Afghanistan, ritenuto all’indomani dell’ 11 Settembre la culla del integralismo islamico, è emblematico di come il Medio Oriente( o almeno una parte di esso) non si sia fatto permeare in questi decenni dal concetto di “esportazione della democrazia”. Fu, infatti, per liberare gli oppressi che si decise di invadere l’Afganistan governato dai Talebani. Gli stessi estremisti che dopo vent’anni di occupazione statunitense hanno da poco ripreso il controllo del paese, vanificando quanto fatto dalla coalizione internazionale in questo lungo periodo. Fu sempre per lo stesso motivo che gli Usa attaccarono l’Iraq, deponendo Saddam Hussein, reo di conservare un arsenale di armi chimiche in grado di attentare all’incolumità della pace mondiale. Armi che non furono poi rinvenute e che hanno sollevato più di un dubbio sulla genuinità dell’intervento americano. Ciò specialmente in ragione degli eventi che ne sono seguiti, avendo la destituzione forzata di Saddam destabilizzato ancora di più il paese, che è ora sotto il controllo dell’Isis( Il cosiddetto nuovo Califfato). Ne deriva una conclusione assai logica quanto scontata. Seppur mossa da giuste pretese, la guerra al terrorismo mediorientale è stata un fallimento. Certamente con la morte di Bin Laden, ucciso in Pakistan dalle forze speciali Usa nel 2011, il terrorismo ha perso la forza degli inizi, ma non è ancora stato debellato. Difatti, il cancro che divora il mondo islamico è essenzialmente di natura culturale e solo con il progresso c’è speranza che possa essere estirpato. Perché ciò avvenga è necessario tempo ed è illusorio credere che esportando con le armi la democrazia si possano risolvere problemi antichi e, quindi, molto complessi. In questa ottica, la caduta delle Torri Gemelle assume un valore altamente simbolico. Essa è la materializzazione delle nostre paure, delle nostre preoccupazioni per l’avvenire. Come in un sogno trasceso troppo presto in incubo,innanzi a tanta violenza come occidentali ci siamo ritrovati smarriti, fragili e abbiamo cercato fuori di noi la risposta ai problemi della contemporaneità. In verità, non è al mondo islamico che dobbiamo guardare per capire il passato e immaginare il futuro, ma a noi stessi. Ad essere in crisi è la nostra società , sempre più minacciata da un inesorabile quanto inarrestabile declino.

La verità è fra le stelle

Il prossimo 25 Giugno il Pentagono consegnerà al Congresso Usa un inedito documento contenente oltre 120 casi di avvistamenti di oggetti non identificati nei cieli americani. Il rapporto, la cui esistenza è stata svelata in anteprima dal New York Times, ha inevitabilmente riaccesso il dibattito nella società americana sulla possibilità che ci sia vita nell’Universo. Come avviene in questi casi, essendo molto sottile il confine fra scienza e fantascienza, si sono riproposte le tradizionali divisioni fra credenti( o creduloni) e scettici. Solo che questa volta, in virtù delle dichiarazioni rilasciate da personalità al di sopra di ogni sospetto, non sarà così facile per gli scienziati fare apprezzare le loro teorie all’ opinione pubblica. A tal riguardo, ad alimentare le speranze degli ufologi, ci ha pensato inaspettatamente Barack Obama. L’ex presidente ha infatti dichiarato al Late Show che ci sono decine di casi di avvistamenti documentati che riguardano oggetti che per forma, velocità e moto di oscillazione non si comprende bene cosa siano. Parole che hanno fatto da eco a quanto affermato lo scorso Marzo da John Ratcliffe, ex direttore dell’intelligence Usa e capo della sicurezza del Dipartimento della difesa, a Fox News. Secondo Ratcliffe sarebbero migliaia i fenomeni inspiegabili di questo tipo osservati nei cieli d’America. Ratcliffe ha, infine, confermato che i documenti che verranno desecretati il prossimo 25 Giugno sono solo una parte di quelli che sono in possesso del governo americano. Documenti, che come rilevato da Nyt, sarebbero stati nel corso degli anni acquisiti da una apposita task Force presidenziale, catalogati e archiviati in modo da occultarne l’esistenza al pubblico. Ciò ha inevitabilmente accresciuto la curiosità della gente e le speculazioni della comunità(pseudo) scientifica. Da Roswell in poi sono state innumerevoli le testimonianze di chi giura di avere assistito o addirittura di essere stato protagonista di incontri ravvicinati con extraterrestri. Racconti che hanno stuzzicato la fantasia di scrittori e registi e che hanno dato vita a un prolifico filone di opere di genere. Anche l’Italia, tuttavia, non è stata immune da episodi di questo tipo. Storicamente l’avvistamento ufologico più importante nel nostro paese, dopo quello fittizio del cosiddetto “ufo di Mussolini”, è stato quello del 1954. L’evento,che interessò buona parte dell’Europa sud occidentale, si osservò in Italia soprattutto a Firenze e a Roma. A Firenze, durante  l’amichevole fra la Fiorentina e il Pistoia, furono visti volteggiare sopra il Franchi centinaia di dischi volanti di forma sfericoidale. In quell’occasione gli alieni lasciarono anche concreta presenza del loro passaggio. Sulle strade di Firenze furono, difatti, rinvenuti resti di una strana sostanza silicea di origine sconosciuta. Materia ritrovata giorni dopo a Roma, dove un ufo di grandi dimensioni fu osservato da decine di persone al crepuscolo del 19 Ottobre. In tale circostanza alcuni testimoni riferirono anche di presunti incontri con extraterrestri non giudicati, tuttavia, verosimili da parte delle autorità inquirenti. Eppure qualcosa di vero c’è sicuramente, non potendo liquidarsi l’intera faccenda come mera suggestione collettiva. Certamente, non sposando in pieno le tesi più assurde relative a rapimenti alieni ed omini verdi che escono dalle astronavi, si può tentare una mediazione fra fede e scienza, fra credere e non credere. Scientificamente è notizia ormai certa che a migliaia di anni luce da noi vi sarebbe una galassia, molto probabilmente abitata e con un sistema solare simile al nostro. La presenza poi di tracce di acqua su Marte e minerarie su Venere non hanno mai escluso pienamente la possibilità che in essi ci sia stata, anche miliardi di anni fa, qualche forma di vita. Ciononostante queste evidenze scientifiche non confermano l’esistenza di vita aliena né necessariamente hanno attinenza con la vista degli Ufo. Infatti, come è stato coerentemente spiegato da esperti della NASA, quelli che vengono spacciati per velivoli extraterrestri potrebbero altro non essere che palloni sonda, meteorologici o non, che impiegano una tecnologia avanzata a scopi scientifici o militari. L’iperacusica, a tal riguardo, spiegherebbe tanti misteri e susciterebbe qualche preoccupazione di natura politica. In buona sostanza si rientrebbe nella classica competizione fra superpotenze dove si gioca a guerre stellari, lasciando credere all’uomo comune che sia prossima la conquista della Terra da parte degli alieni. Uno scenario, dunque, simile a quello  narrato nella Guerra dei Mondi di H.G. Wells e che ci lascia appesi a una domanda fondamentale: è così assurdo credere che non siamo soli nel Cosmo? Per avere la risposta basta guardare in cielo, fra le stelle.

Quel braccio della Magliana

Girovagando per Roma, nella zona che da Ponte Galeria si estende a nord verso via Portuense, al centro del quadrante sud-ovest della capitale, ci si imbatte in un quartiere di recente urbanizzazione, ma che conserva ancora tracce del proprio passato rurale. Esso è attraversato da un ponte che passando sopra al fiume omonimo dà alla zona tanto il nome quanto la celebre fama. Una fama che ha scandito dalla seconda metà degli anni “70” la vita del quartiere della Magliana, conferendole l’immagine negativa di fucina del crimine romano. In verità , nonostante gli anni siano passati e la banda della Magliana non faccia più notizia( salvo sporadici episodi riportati dalla cronaca nera locale ), si continua a pensare alla zona in questi termini, come se il degrado e l’immoralità siano destinati a rimanere impressi per sempre nel dna culturale del quartiere. A onore del vero, per quel che riguarda la banda della Magliana, essa fu un fenomeno che non rimase circoscritto alla zona di Pian due Torri( nella Magliana Nuova), ma si estese ben presto ad altri quartieri. Obiettivo della banda, infatti, fu fin dall’inizio quello di riunire la frastagliata e disarticolata realtà  malavitosa romana sotto un unico simbolo, assoggettando le varie “paranze” a un’ unica regia operativa. Un metodo che ricalcava quello fatto proprio  da Raffaele Cutolo a Napoli con la Nuova Camorra Organizzata e che a Roma aveva già avuto un illustre precedente: il Clan dei Marsigliesi. Questa banda, che agiva nella Roma dei  primi anni “70”, riuscì a imporsi rapidamente, conquistando l’egemonia sul fiorente traffico di droga della capitale e sulle altre attività illecite ad esso connesse. Tuttavia, il declino dei marsigliesi fu rapido quanto la loro ascesa e ciò favorì la nascita di quella che diventerà la prima( e forse) unica vera mafia capitolina. Come riferito da Antonio Mancini, l’idea di unire le forze venne a Nicolino Selis, intimo amico di Cutolo, ma fu il sodalizio criminogeno instauratosi fra Franco Giuseppucci, un buttafuori di una sala scommesse di Ostia con piccoli precedenti penali , Enrico De Pedis, capo della banda del Testaccio, e  Maurizio Abbatino, capo di una paranza di rapinatori della Magliana, a far decollare il progetto. Poco tempo dopo ci sarà il battesimo del fuoco della nuova banda, la quale metterà a segno il primo sequestro eccellente della sua storia. La sera del 7 Novembre 1977, infatti, nei pressi di via della Marcigliana, la banda rapisce il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. I sequestratori chiedono alla famiglia un miliardo e mezzo di lire per liberare l’ostaggio. Il riscatto viene poi pagato, ma l’ostaggio resta comunque ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori. Da qui in poi sarà un crescendo di azioni criminali che in breve tempo consegnerà Roma al potere del nuovo gruppo criminale, inaugurandone così  la leggenda. Una leggenda alimentata dai molti misteri sulla banda e dai rapporti fra essa e apparati deviati dello Stato. Contatti opachi che portarono Giuseppucci e la sua banda a intessere relazioni con la politica e l’ alta finanza, senza trascurare le alleanze con le altre mafie presenti nel Mezzogiorno d’Italia e con la loggia massonica della P2. Sfortunatamente, complice la  prematura scomparsa di Giuseppucci “il negro”, ucciso in uno scontro a fuoco a Trastevere il 13 Settembre 1980 dal clan rivale dei Proietti, inizia il declino della banda e con essa restano avvolti nella nebbia molti segreti italiani. Dal caso Moro alla sparizione di Emanuela Orlandi sono infatti tanti i misteri che vedono una partecipazione, vera o presunta, della banda e dei suoi membri in tali vicende. Eppure, via della Magliana, anche dopo la decimazione della banda ad opera delle forze dell’ordine, ha continuato a far parlare di sé. Nel 1988 si verifica un nuovo fatto di sangue. L’autore è Pietro De Negri, titolare di un negozio per la pulizia dei cani( da cui il soprannome delitto del “canaro” dato dalla stampa al caso) con piccoli precedenti penali per furto e droga. Egli il pomeriggio del 18 Febbraio uccide un suo ex complice, il pugile dilettante Giancarlo Ricci, che da tempo lo ricattava al fine di estorcergli denaro per l’acquisto della droga. L’omicidio fu particolarmente cruento, perché De Negri attirò Ricci in una gabbia per il lavaggio degli animali dove lo torturò, lo mutilò di parti del corpo e poi lo uccise dando fuoco al cadavere. La scoperta dei resti avvenne l’indomani in un terreno vicino adibito al pascolo. Una volta esclusa la pista del regolamento di conti fra spacciatori, le indagini si concentrarono su De Negri. Dopo tre giorni il delitto del “canaro” aveva un colpevole, avendo De Negri confessato tutti gli addebiti senza mostrare peraltro alcuna forma di pentimento. Con l’arrivo degli anni “90” la Magliana scivola nell’indifferenza generale. Le cronache locali, complice il progressivo degrado di Roma negli ultimi anni, smettono di dare risalto agli episodi  criminali della zona. Oggi, similmente ad altri quartieri, la Magliana vive sospesa in uno stato di quiete apparente, scandita solo dal pigro e placido scorrere del Tevere. Al contrario sul racconto delle efferatezze compiute in passato si sono cimentati il cinema e la letteratura. Dal franchising di Romanzo Criminale( libro, film e serie tv) ai due film del 2018 sul delitto del “canaro”( Dogman di Matteo Garrone e Rabbia furiosa di Sergio Stivaletti) sono molteplici le opere che vedono in via della Magliana un teatro narrativo privilegiato. Narrazione che è riuscita nell’intento di trasformare la cronaca in storia e la storia in mitologia suburbana. Miti di cui in certi casi si farebbe volentieri a meno.

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