C’era una volta l’America

Per lungo tempo è stata rappresentata come il faro della libertà, come la patria della democrazia e del capitalismo. Una terra giovane, florida e ricca di opportunità per chiunque avesse voluto approfittarne. Oggi, invece, gli Stati Uniti d’America sono ben lontani dai fasti del grande sogno che ne ha accompagnato l’epopea. Al contrario, essa è oggi una nazione smarrita, senza più un’identità e vittima delle proprie contraddizioni. Una frattura che attraversa trasversalmente la società americana e che ha raggiunto il suo apice il 6 gennaio 2021. Prima di allora, infatti, nessuno si sarebbe mai immaginato di vedere il Congresso, tempio della democrazia statunitense, assaltato da una banda di fanatici invasati. E, ancor meno, nessuno si sarebbe mai immaginato che ad istigarli potesse essere proprio il Presidente in carica. Un’accusa che Donald Trump ha sempre respinto al mittente, addebitando ai democratici la responsabilità dei fatti di quel giorno. Invero, a riprova della valenza traumatica di quell’episodio, la questione è tornata ad animare il dibattito pubblico americano. La nuova commissione d’inchiesta del Congresso, sta infatti tentando di fare luce sull’accaduto, indagando sul ruolo assunto dalla Casa Bianca in quelle ore. In particolare, si sta cercando di comprendere se l’assalto fu premeditato e che ruolo ha avuto in tutto questo l’ex Presidente. Dalle prove fin qui raccolte, sta emergendo un quadro accusatorio non favorevole per Trump. Membri dello staff del Presidente parlano apertamente di evento non spontaneo, orchestrato ad arte per sovvertire l’esito del voto, millantando brogli ed elezioni rubate. Lo ha affermato Jason Miller, portavoce del comitato per la rielezione di Trump, che ha raccontato di un Presidente ostinatamente convinto del furto elettorale. Lo ha ripetuto anche l’ex Ministro della Giustizia, William Barr, il quale ha bollato come “idiozia” il tentativo di Trump di capovolgere il voto. Eppure, nonostante tali dichiarazioni, Trump continua a negare, denigrando chi lo accusa e definendo “circo mediatico” la commissione inquirente. La sua reprimenda non risparmia nessuno, tantomeno i repubblicani che non gli manifestano fedeltà e obbedienza. Fra questi, adesso c’è Liz Cheney, figlia dell’ex Vicepresidente di George W Bush e membro della commissione d’inchiesta. Secondo Cheney, Trump è moralmente responsabile dell’assalto a Capitol Hill, avendolo avallato e giustificato. Ha, inoltre, richiamato i suoi colleghi ai propri doveri verso la nazione, smettendola di difendere l’indifendibile versione di Trump. Dichiarazioni pesanti, più che al vetriolo, che descrivono un Paese in cui la politica è sempre di più vista come lontana dal popolo e incurante dei suoi problemi. Un sentimento che serpeggia diffusamente fra la gente e di cui Trump ha approfittato. Egli, infatti, dietro la promessa di rifare grande l’America, ha invece perseguito, in ossequio al motto “dividi et impera”, l’obiettivo di spaccare ulteriormente gli Stati Uniti, mettendo tutti contro tutti. Bianchi contro neri, uomini contro donne, eterosessuali contro omosessuali, conservatori contro progressisti. In tal senso, il fenomeno trumpiano è una formidabile chiave di lettura per interpretare la becera regressione della civiltà statunitense. Imbarbarimento testimoniato anche dal moltiplicarsi degli episodi di violenza ai danni delle minoranze e che trovano il proprio comune denominatore nella crescita esponenziale del degrado nei centri urbani e nelle province. Emblematico, in tal senso, sono le esecuzioni sommarie di afroamericani da parte della polizia in molte città statunitensi. Omicidi dettati dall’odio razziale e che, come nel caso di George Floyd, niente hanno a che vedere con l’amministrazione della giustizia. A tal riguardo, proprio dopo i fatti di Minneapolis, si sono moltiplicate le denunce contro le violenze della polizia e sono sorti i primi movimenti spontanei di contrasto al fenomeno. Come, ad esempio, Black Lives Matter, movimento nato per opporsi al razzismo della polizia, attraverso denunce e pubblicazioni sui social di video o immagini che rappresentano, senza edulcorazioni, la brutalità degli agenti verso i neri e gli ispanici. Tuttavia, il seme della violenza, a quanto pare immanente alla società americana, è stato in questi tempi osservato anche in un altro senso. Lo scorso 24 maggio, infatti, la cittadina di Uvalde, in Texas, è stata teatro di una strage commessa, ancora una volta, ai danni di una scolaresca da parte di uno squilibrato. L’episodio ha riaperto il dibattito sull’eccessiva discrezionalità con cui negli Usa si permette a chiunque di dotarsi di un’arma da fuoco. Una tradizione che affonda le sue radici nella storia americana e che, essendo consacrata a livello costituzionale dal secondo emendamento, viene percepita da buona parte dei suoi cittadini come un diritto inviolabile o, per meglio dire, irrinunciabile. Ciononostante, il livello di indignazione raggiunto in seguito a questa vicenda, ha costretto la politica a decidere. In Senato, per la prima volta, si è raggiunto un accordo bipartisan sulla necessità di vietare l’acquisto di armi ai minori di 21 anni e ai soggetti pericolosi( cosiddette leggi “red flag”). L’accordo, solamente di massima, ha già infastidito la National Rifle Association, potente lobby delle armi Usa, la quale da sempre esercita pressioni a livello federale, finanziando leggi che consentono ai cittadini di armarsi liberamente. Una pressione, quella delle lobby sulla politica, che mette in luce un’altra vicenda critica della democrazia americana, ovvero la sua contiguità con il grande capitale. Una commistione che, in questi anni, ha acuito le distanze fra centro e periferia, peraltro influenzando l’esito delle ultime elezioni presidenziali. Da Obama in poi, questa schizofrenia istituzionale si è riproposta a più livelli e continua a replicarsi ancora. Ma, soprattutto, quello a cui si assiste ormai da tempo è alla compresenza di due Americhe, entrambe disilluse sul proprio avvenire e aggrappate ai resti delle proprie convinzioni. Due Americhe che, tanto per dire, invece di preoccuparsi della Guerra in Ucraina, preferiscono interessarsi degli effetti di essa sull’economia domestica( come l’inflazione). C’è, infine, un’altra America, ovvero quella di Hollywood che, dal caso Weinstein in poi, ha visto crescere il movimento Me Too, movimento di reazione alle molestie femminili da parte di divi e potenti del jet set. Da ultimo, a farne le spese è stato Johnny Depp, trascinato in tribunale dall’ex moglie Amber Heard, con un’accusa di molestie e maltrattamenti, rivelatasi in seguito falsa. A tal proposito, la Corte della California ha prosciolto Depp e condannato la controparte a risarcirgli danni per 15 milioni di dollari. Un verdetto non scontato, considerando quello che si vede negli ultimi tempi anche qui da noi in Italia, ma che rende oltremodo evidente quanto i problemi di oltreoceano finiscano per riflettersi anche in Europa, rinverdendo il vecchio motto per cui “se l’America piange, l’Italia non ride”.                                                                                                    Articolo di Gianmarco Pucci

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