Quel braccio della Magliana

Girovagando per Roma, nella zona che da Ponte Galeria si estende a nord verso via Portuense, al centro del quadrante sud-ovest della capitale, ci si imbatte in un quartiere di recente urbanizzazione, ma che conserva ancora tracce del proprio passato rurale. Esso è attraversato da un ponte che passando sopra al fiume omonimo dà alla zona tanto il nome quanto la celebre fama. Una fama che ha scandito dalla seconda metà degli anni “70” la vita del quartiere della Magliana, conferendole l’immagine negativa di fucina del crimine romano. In verità , nonostante gli anni siano passati e la banda della Magliana non faccia più notizia( salvo sporadici episodi riportati dalla cronaca nera locale ), si continua a pensare alla zona in questi termini, come se il degrado e l’immoralità siano destinati a rimanere impressi per sempre nel dna culturale del quartiere. A onore del vero, per quel che riguarda la banda della Magliana, essa fu un fenomeno che non rimase circoscritto alla zona di Pian due Torri( nella Magliana Nuova), ma si estese ben presto ad altri quartieri. Obiettivo della banda, infatti, fu fin dall’inizio quello di riunire la frastagliata e disarticolata realtà  malavitosa romana sotto un unico simbolo, assoggettando le varie “paranze” a un’ unica regia operativa. Un metodo che ricalcava quello fatto proprio  da Raffaele Cutolo a Napoli con la Nuova Camorra Organizzata e che a Roma aveva già avuto un illustre precedente: il Clan dei Marsigliesi. Questa banda, che agiva nella Roma dei  primi anni “70”, riuscì a imporsi rapidamente, conquistando l’egemonia sul fiorente traffico di droga della capitale e sulle altre attività illecite ad esso connesse. Tuttavia, il declino dei marsigliesi fu rapido quanto la loro ascesa e ciò favorì la nascita di quella che diventerà la prima( e forse) unica vera mafia capitolina. Come riferito da Antonio Mancini, l’idea di unire le forze venne a Nicolino Selis, intimo amico di Cutolo, ma fu il sodalizio criminogeno instauratosi fra Franco Giuseppucci, un buttafuori di una sala scommesse di Ostia con piccoli precedenti penali , Enrico De Pedis, capo della banda del Testaccio, e  Maurizio Abbatino, capo di una paranza di rapinatori della Magliana, a far decollare il progetto. Poco tempo dopo ci sarà il battesimo del fuoco della nuova banda, la quale metterà a segno il primo sequestro eccellente della sua storia. La sera del 7 Novembre 1977, infatti, nei pressi di via della Marcigliana, la banda rapisce il duca Massimiliano Grazioli Lante della Rovere. I sequestratori chiedono alla famiglia un miliardo e mezzo di lire per liberare l’ostaggio. Il riscatto viene poi pagato, ma l’ostaggio resta comunque ucciso perché ha visto in faccia uno dei rapitori. Da qui in poi sarà un crescendo di azioni criminali che in breve tempo consegnerà Roma al potere del nuovo gruppo criminale, inaugurandone così  la leggenda. Una leggenda alimentata dai molti misteri sulla banda e dai rapporti fra essa e apparati deviati dello Stato. Contatti opachi che portarono Giuseppucci e la sua banda a intessere relazioni con la politica e l’ alta finanza, senza trascurare le alleanze con le altre mafie presenti nel Mezzogiorno d’Italia e con la loggia massonica della P2. Sfortunatamente, complice la  prematura scomparsa di Giuseppucci “il negro”, ucciso in uno scontro a fuoco a Trastevere il 13 Settembre 1980 dal clan rivale dei Proietti, inizia il declino della banda e con essa restano avvolti nella nebbia molti segreti italiani. Dal caso Moro alla sparizione di Emanuela Orlandi sono infatti tanti i misteri che vedono una partecipazione, vera o presunta, della banda e dei suoi membri in tali vicende. Eppure, via della Magliana, anche dopo la decimazione della banda ad opera delle forze dell’ordine, ha continuato a far parlare di sé. Nel 1988 si verifica un nuovo fatto di sangue. L’autore è Pietro De Negri, titolare di un negozio per la pulizia dei cani( da cui il soprannome delitto del “canaro” dato dalla stampa al caso) con piccoli precedenti penali per furto e droga. Egli il pomeriggio del 18 Febbraio uccide un suo ex complice, il pugile dilettante Giancarlo Ricci, che da tempo lo ricattava al fine di estorcergli denaro per l’acquisto della droga. L’omicidio fu particolarmente cruento, perché De Negri attirò Ricci in una gabbia per il lavaggio degli animali dove lo torturò, lo mutilò di parti del corpo e poi lo uccise dando fuoco al cadavere. La scoperta dei resti avvenne l’indomani in un terreno vicino adibito al pascolo. Una volta esclusa la pista del regolamento di conti fra spacciatori, le indagini si concentrarono su De Negri. Dopo tre giorni il delitto del “canaro” aveva un colpevole, avendo De Negri confessato tutti gli addebiti senza mostrare peraltro alcuna forma di pentimento. Con l’arrivo degli anni “90” la Magliana scivola nell’indifferenza generale. Le cronache locali, complice il progressivo degrado di Roma negli ultimi anni, smettono di dare risalto agli episodi  criminali della zona. Oggi, similmente ad altri quartieri, la Magliana vive sospesa in uno stato di quiete apparente, scandita solo dal pigro e placido scorrere del Tevere. Al contrario sul racconto delle efferatezze compiute in passato si sono cimentati il cinema e la letteratura. Dal franchising di Romanzo Criminale( libro, film e serie tv) ai due film del 2018 sul delitto del “canaro”( Dogman di Matteo Garrone e Rabbia furiosa di Sergio Stivaletti) sono molteplici le opere che vedono in via della Magliana un teatro narrativo privilegiato. Narrazione che è riuscita nell’intento di trasformare la cronaca in storia e la storia in mitologia suburbana. Miti di cui in certi casi si farebbe volentieri a meno.

2 thoughts on “Quel braccio della Magliana

Add yours

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

©2020 Nuove Frontiere. Tutti i diritti riservati

Vai su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: